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…IL NUMERO SELEZIONATO È INESISTENTE…

( Cinzia Ceriani )

 

 

 

- Ehi Al, hai visto in giro il mio cellulare? -

Mollemente abbandonato sulla poltrona di pelle scura del salotto, indifferente alle richieste di aiuto della moglie, di tanto in tanto, Al sorseggiava una birra economica, di marca presso che sconosciuta, acquistata al supermarket in fondo all’isolato.

In Tv, come prevedibile a quell’ora, i programmi trasmessi riguardavano solo monotone repliche di telefilm incentrati su adolescenti californiani viziati e in perenne lotta contro il mondo, struggenti soap opere sud americane e menzogneri dibattiti politici di propaganda elettorale; arrivati a quel punto il pollice destro prima e il sinistro poi, decisero all’unanime di alzare bandiera bianca e arrendersi sul primo canale di pubblicità.

- No, amore. Non l’hai lasciato in borsa? Ci metti di tutto dentro. Se vuoi prova a comporre il tuo numero dal mio cellulare… Così quando suonerà saprai dov’è. Il mio è in cucina. Sul tavolo. -

Grintosa, veloce come una razzo sparato nel silenzio della notte, Rosita afferrò il telefono del compagno, digitò il numero e accostò all’orecchio il piccolo oggetto bianco e blu.

- 349 005… Ok! -

Dopo qualche istante di silenzio, una voce di donna atona e metallica le attraversava la mente come un improvviso acquazzone primaverile.

- …Informazione gratuita. Il numero selezionato è inesistente…-

- Cosa?... Ma che diavolo…-

Incredula, fissando i suoi grandi occhi nocciola sullo screen illuminato del cellulare, Rosita andò in salotto e si appoggiò al muro alle spalle di Al.

-Hai trovato il cellulare, tesoro?- Chiese il ragazzo senza mai distogliere lo sguardo da quella scatola magica che la comunità mondiale chiamava televisione.

- No! - rispose irritata. - Anzi, mi dice che il mio numero di telefono è inesistente! -

- Non arrabbiarti, magari hai fatto il numero sbagliato…Riprova. -

Sospirando decise di seguire il consiglio del marito e ritentare.

- Ok…349 005…Avvia. -

Silenzio, poi la stessa voce registrata di qualche attimo prima.

- …Il numero selezionato è inesistente…-

Non riusciva a capire. Aveva effettuato e ricevuto chiamate per tutta la mattina senza alcun problema. Forse la sim card cominciava a dare i numeri o forse c’erano delle interferenze sulle linee.

Una ciocca ribelle di capelli, ancora bagnati per la doccia che sperava potesse alleviare l’afa opprimente di quel pomeriggio, le era caduta sul viso e lei se la portò dietro l’orecchio. Rosita adorava il caldo e la stagione estiva. Si sentiva attiva, le giornate si allungavano e gli abiti si alleggerivano ma quando la calura schiacciava impedendo quasi di respirare si innervosiva e innervosendosi ingollava cafè a raffica. Uno dietro l’altro come le ciliegie. Erano le tre del pomeriggio e ne aveva già bevute sei tazze.

 

Compose il suo numero per la quinta volta e per la quinta volta il risultato fu il medesimo. “Possibile che abbia sbagliato a digitare il numero per tutte e cinque le volte?” No, Rosita ne era sicura, il numero era giusto.

Di lì a non molto avrebbe dato in escandescenza e lo sapeva. Avrebbe assomigliato ad uno di quei tori dei cartoni animati, provocati dal Bugs Bunny di turno, che emettevano fumo dal naso e fischiavano come una vaporiera.

L’ultima volta che successe aveva discusso con Al e scaraventato a terra una terrina di vetro trasparente riducendola in mille pezzi. Rosita voleva organizzare un romantico week-end al mare, solo per loro due, fuori stagione e quindi più economico; Al, invece, aveva il suo da fare, impegni importantissimi che non poteva rimandare per nessun motivo e, tra le altre cose, potare le piante del giardino. Volarono insulti e parole troppo amare per poter essere veritiere. Erano delusi, furibondi e passarono ore prima che si rivolgessero nuovamente la parola.

Dall’armadio verde pallido in stile veneziano della camera da letto, Rosita, riesumò un paio di jeans consumati e una maglietta nera con scollo a v, li indossò, e urlò ad Al che avrebbe chiamato il servizio gratuito della sua compagnia telefonica per esporre il problema ad un operatore. Peccato che il volume della tv fosse troppo alto perché lui la potesse sentire.

- Faccio da sola, grazie, non ti preoccupare! - Urlò di nuovo ironica.

Compose il numero gratuito della compagnia e attese ruotando con il pollice la vera nuziale attorno al dito. Il modo in cui Al le chiese di sposarla fu del tutto inaspettato e di certo non fu la classica proposta a lume di candela seduti al tavolo di un costosissimo ristorante del centro o al parco davanti ad un tramonto struggente. Non era da Al comportarsi così e in fin dei conti era un bene, perché anche Rosita non era il tipo da smancerie. Loro erano una coppia pratica, istintiva; nel loro rapporto non c’era spazio per miele e luccichini; si amavano, si cercavano e si concedevano in base all’umore e alla piega che aveva assunto la giornata. I piccoli gesti di affetto erano ammessi a patto di non oltrepassare la soglia dell’abitudine.  Erano seduti alla fermata dell’autobus, in una giornata di pioggia, ed era poco più di una anno che stavano assieme quando Al glielo aveva chiesto. Lei gli aveva gettato le braccia al collo e detto sì. Il resto fu una reazione a catena.

Ora, però, Rosita cominciava a stancarsi davvero.

- Siamo spiacenti…Tutti i nostri operatori sono momentaneamente occupati…-

- Cazzo. - Sbuffò.

Decise, allora, per una pausa. Tappa in bagno a fare pipì e poi una bella tazza di cafè, amaro e con una goccia di latte freddo, la settima.

La musica non cambiò nemmeno al secondo tentativo. Gli operatori non erano disponibili e sebbene Rosita avesse continuato a cercarlo, il suo cellulare non si trovava.

Cassetti, borse, tasche di pantaloni e giacche, armadi, in auto… Sembrava caduto in un buco nero.

Poggiò il cellulare del marito davanti a lei, si sedette al tavolo della cucina e lo fissò con aria di sfida. Era assurdo pensare che un inutile oggetto di cui nella vita farebbe volentieri a meno, senza il benché minimo problema, potesse avere la meglio su di lei rendendola incapace di risolvere una cosa tanto banale e stupida come quella.

- Ok - disse la ragazza - Ascoltami bene…ora faremo un altro tentativo, l’ultimo, e se funziona, bene…Altrimenti…Al diavolo, ma con chi sto parlando? Con un oggetto…Lunedì sera mi fermerò al negozio di telefonia del centro commerciale e comprerò un telefono e un numero nuovo. Problema risolto. -

Attivò il viva voce e incrociò le braccia sul tavolo attendendo la sentenza.

La voce tuonava solenne nel locale.

- Informazione gratuita. Il numero selezionato è inesistente…-

Più collerica che mai, Rosita, zittì la voce premendo “cancel”.

- Al diavolo! Al diavolo tu, gli ultra impegnati operatori del cavolo e tutti questi stupidi aggeggi tecnologici! -

Ringhiava. Gesticolando si avvicinò al frigorifero per accaparrarsi l’ultima fetta di torta gelato alle mandorle e cercare di calmarsi. Stava per ingurgitare il primo boccone quando sentì provenire dal salotto un suono confuso ma ripetitivo. Man mano che si avvicinava diventava più forte, proprio dove Al riposava dopo il turno al museo cittadino. Non era piacevole fare il sorvegliante notturno nei musei, ma qualcuno doveva pur farlo e suo marito era la persona ideale. Lui non era un tipo suggestionabile, non si faceva spaventare da insane fantasie in cui gli animali, imbalsamati, la notte si trasformavano in mostri dagli occhi luccicanti affamati di carne umana. Stronzate. Al possedeva il raro potere di banalizzare ogni aspetto della vita con spiegazioni logiche e razionali mettendo in imbarazzo chiunque. Di conforto, invece,  sarebbe stato per Rosita riceverne una in quel momento. Il piatto schermo a cristalli liquidi del televisore lampeggiava a intermittenza poche e schematiche parole.

Segnale di ricezione errato. Segnale di ricezione errato…

Il telecomando, raccolto dal tappeto etnico, non funzionava. La tv non si spegneva. Il canale era invariato. Poi vide Al riverso bocconi sul divano, la testa che gli ciondolava e gli occhi sbarrati. Un enorme, vermiglio squarcio gli percorreva l’addome da un fianco all’altro con una profonda voragine dove solo un sottile lembo di carne e tessuti teneva ancora unito il busto alle gambe e le viscere sembravano quasi ribollire mentre strisciavano, viscide, fuori dal suo corpo ormai inerme.   Rosita era terrorizzata, aveva la bocca riarsa. Fece un passo indietro e rovinò a terra, inciampando. La tv, intanto, non dava tregua.

Segnale di ricezione errato…Segnale di ricezione errato…” Martellava.

Continuava ad indietreggiare, a terra, aiutandosi con i piedi e i palmi delle mani. Com’era possibile? Suo marito ridotto a brandelli, l’intermittenza ossessiva della tv e il suo numero di cellulare che risultava inesistente. Era assurdo. Forse stava sognando e tra qualche minuto la radio sveglia l’avrebbe bombardata di musica assordante e magari, perché no, il suo caro maritino le avrebbe fatto trovare una brioches calda accanto ad una bella tazze di latte.

Rosita si girò carponi tentando di rialzarsi. Fece leva sulle gambe e scattò in avanti come un centometrista in posizione di partenza e si gettò sul mobile portandosi il ricevitore all’orecchio. Muto. L’immagine di un folletto maligno che tranciava i fili del telefono occupò subito la sua mente. Spinta dalla disperazione afferrò le chiavi dell’auto e uscì spalancando la porta. La luce del sole accecò Rosita tanto da costringerla a proteggersi gli occhi con la mano.

Per fortuna il garage era aperto. Forse Al aveva dimenticato di chiuderlo o forse aveva deciso di riordinare i vari scaffali ed eliminare l’inutilizzabile.

Aveva il cuore a mille, le mani erano ghiacciate e tremanti. Montò in auto e mise in moto. Una. Due. Tre volte.

- Dannazione! Avanti…Avanti…-

Imprecava contro l’auto che non si decideva a partire, pensava ad Al, morto, e lei isolata e incapace di chiedere aiuto.

Sapeva, Rosita, di non essere pazza, sapeva che tutto quello che stava vivendo era pura e autentica realtà; e sapeva anche che doveva andarsene. Doveva stare da sola per calmarsi e cercare di riflettere a mente fredda. Finalmente il motore ruggì. La ragazza aprì il cancello automatico, tenne premuta la frizione, inserì la retromarcia e partì sgommando.

Di traverso sulla corsia di marcia, ancora intenta a far manovra, Rosita si accorse troppo tardi dell’auto di grossa cilindrata che sopraggiungeva a forte velocità e che la scaraventò contro il muro di mattoni della vicina abitazione, poco oltre l’incrocio con una via secondaria. La lamiera si ripiegò su se stessa e i vetri si frantumarono. Rosita urtò con violenza la testa prima di soffocare, priva di sensi, nell’airbag esploso.

Dalla finestra del soggiorno Al vide l’incidente, poi, con calma, inserì le batterie nel comando della tv, bloccò la videocassetta e ripose le finte interiora imbrattate di vernice rossa in una scatola da scarpe, ripulendosi.

Inserì il cavo nella presa telefonica e chiamò Steve.

Erano amici di vecchia data e uno aveva sempre fatto da spalla all’altro, nel bene e nel male.

- Steve, sono Al. Allora? -

- Insomma…il parafango e la mascherina dell’auto sono distrutti e il cofano è un po’ accartocciato. -

- Non ti preoccupare di questo. Dimmi di lei, piuttosto…- chiese con ansia al complice.

- È morta. Suppongo che l’ambulanza l’abbiano chiamata i vicini. Hanno estratto il corpo dall’auto infilandolo  in uno di quegli astucci neri da obitorio, come li chiamo io. -

Subito dopo lo scontro l’uomo riportò la vettura nel garage della sua abitazione, a circa mezzo chilometro di distanza, e tornò sul luogo dell’accaduto, a piedi, per controllare la situazione. Ne era sicuro. Nessuno lo aveva visto.

- A proposito, grazie per quel lavoretto sul cellulare di mia moglie. -

- Figurati! Servirà pure a qualcosa lavorare in una compagnia telefonica. In fondo, mi son divertito. -

- Domani, Steve, ti darò i soldi che ti ho promesso, ci mangeremo una bella pizza, di quelle che piacciono a noi, e a coronamento della serata, avremo due belle donzelle contente di seguirci in un Motel… Che ne dici, ti va? -

- Certo, non rifiuto mai un invito a nozze. Ci sentiamo domani? - Propose Steve.

- Sì, domani. - E Al riagganciò.

La cucina era deserta e la casa era finalmente silenziosa. Al immaginava la sua vita da quel giorno in poi. Libero. Nessuna gallina isterica e scalciante ad ogni virgola fuori posto, niente più litigi e oggetti in pezzi; era finito il tempo delle lamentele di una moglie egocentrica e paranoica, una moglie padrone che diceva dove, come, quando e cosa fare. L’incidente verrà archiviato come il tipico caso di pirata della strada che fugge impaurito e l’auto di Steve demolita.

Avvicinandosi alla macchinetta del cafè, l’uomo si accorse di un particolare insolito. Era piena per metà. Prese allora una tazza, quella di Rosita, gialla con il bordo superiore verde scuro, e ingoiò tutto d’un fiato il suo nero elisir di caffeina assaporandone fino in fondo il gusto amarognolo, il gusto di una conquista che, era sicuro, questa volta, Rosita non gli avrebbe negato.