Sono esausto!
Lavorare in giardino stanca, mamma.
Ormai le tue piantine stanno rinvigorendo nel tuo amato giardino, dopo mesi di freddo invernale.
C’è aria di Primavera.
La Signora Clyde mi sta studiando, non comprende cosa faccia qui, né che piante stia interrando. Sono dalie messicane, mamma, e hanno bisogno di una dimora soleggiata per diventare grandi e colorate. Ecco perché le sistemo in questo angolo di giardino, qui il sole batte tutto il giorno.
Non mi è mai importato niente di questa casa, mamma, né di questo pezzo di terra. Credo di non avere neanche un ricordo piacevole, mamma, neanche uno. E pensare che i miei compagni a scuola si lamentano della presenza opprimente dei loro genitori nella loro vita. Io non so neanche cosa voglia dire “presenza opprimente”. Tu non eri mai a casa, e quando tornavi eri talmente sbronza che neanche mi riconoscevi. Non sei stata una buona madre, anzi per meglio dire, non sei stata per niente una madre. Mi sono chiesto un sacco di volte perché cazzo mi hai messo al mondo! Non hai mai saputo dirmi chi fosse mio padre, tanti te ne eri passati! Ti sei fatta mettere incinta dal primo che ti capitava?
Non rispondi?
Come mai non mi picchi con il primo oggetto che ti capita a tiro?
Non ci riesci più?
…Eh, già… non ci riesci più!
Sono cresciuto, mamma, sono diventato grande. Forse non posso dire di essere sano di mente, né intelligente, ma almeno sono sopravvissuto… E non è merito tuo, no, non lo è. Posso solo dire grazie alla Signora Thomas, del Centro Sociale della Regione, che mi portava via da te ogni volta che mi picchiavi a sangue o che mi facevi violentare per dieci stramaledetti dollari. Non so neanche come tu abbia fatto a cavartela ogni volta che ti hanno accusata di maltrattamenti. Probabilmente ti fottevi l’avvocato, o il giudice… Non mi viene una risposta più plausibile di questa.
Ti ricordi, mamma, che t’imploravo perdono anche se non sapevo cosa ti avevo fatto?
Sapevo solo che non volevo rimanere con il “consumatore” di turno. Mi sgolavo mentre mi stupravano, mamma, e tu te ne stavi fuori dalla porta di casa a fumarti una sigaretta.
Perfino la nostra gatta, Milù, ha più istinto materno di te: su questo non ho il benché minimo dubbio.
La Signora Clyde è sempre lì, mamma, a ridosso del gelsomino, e scruta l’orizzonte. Se continuasse a farsi gli affari suoi, come ha sempre fatto, fingendo di non udire le mie grida, le mie richieste d’aiuto, le suppliche di un bambino.
L’aiuola comincia ad assumere un aspetto armonioso, ben disegnato. Devo riconoscere che l’effetto è gradevole. Avrei dovuto realizzarla prima, ma prima non ero forte a sufficienza, prima riuscivo solo fuggire, ora posso difendermi. I tuoi amici, quei pezzi di merda di mezzi uomini, non hanno il coraggio di avvicinarsi a me, mamma, non mi rivolgono nemmeno lo sguardo, perché sanno che sono capace d’infilzarli con un pugnale.
Anche a te è venuta fame?
Credo che possiamo fare un break, in fondo non ci corre dietro nessuno.
Eccomi, mamma, sono tornato e a stomaco pieno finirò l’aiuola in men che non si dica.
Hanno previsto pioggia, l’ ho sentito al telegiornale. Meglio così, il giardino ne gioverà.
Hai freddo, mamma? Ormai è quasi Primavera, ma questa sera è piacevolmente fredda. Non vedo l’ora che arrivi l’estate… è sempre stata la mia stagione preferita, perché con la parrocchia me ne andavo via da te, per ben due mesi. Era un tempo eterno, per gli altri ragazzini, ma per me era sempre troppo breve: che liberazione non dover guardare la tua faccia da puttana, da alcolizzata, da tossica - credo che non ti facessi mancare proprio niente! - non dover patire le botte che mi davi, mamma, senza ragione, senza motivo, ma che servivano a te per sfogare le più banali frustrazioni.
Non sai quante volte, mamma, ho desiderato morire! Ogni volta che perdevo i sensi dal dolore, ogni volta che spegnevi le tue cicche sul mio corpo, ogni volta che mi colpivi, ogni volta che qualche bastardo abusava di me! Così ho cominciato a sognare la tua, di morte, e a cullare la speranza che, prima o poi, qualcuno ci avrebbe pensato per me.
Ti chiederai come possa un figlio vagheggiare la morte della propria madre?
Può, mamma!E sono le stronze come te a far germogliare un simile desiderio. E sai cosa lo fa nascere, mamma?
La rabbia, la collera!… Sì, mamma. Perché ci sono figli così stupidi da seguitare ad amare le proprie madri anche se sono bestie come te.
Io ti amavo, con tutta la forza che avevo nel cuore. Ti amavo mentre strillavi che per te ero solo un peso, un fardello inutile, e ti amavo, addirittura, quando lasciavi che approfittassero di me.
Non volevo piangere!
Mi ero ripromesso di non concederti questa soddisfazione… Invece eccomi qua… Sembro una femminuccia.
Terminato!
Lavoro finito!
Devo ammettere che ora quest’aiuola è proprio come l’hai sempre desiderata. Forse non tutto il male viene per nuocere: intanto scopro che ho il pollice verde… Magari potrei lavorare come giardiniere, se sopravvivo alla vita… Se sopravvivo a te.
Inizio a sentire la pesantezza di questi ultimi giorni, la fatica del viaggio che mi attende, il carico del passato che non ci sta nella valigia, ma che sono forzato a portarmi dentro come un tatuaggio dell’anima.
Ho detto alla Signora Thomas che sei andata da tua madre per il week-end, così non mi faranno troppo domande domani mattina quando prenderò il treno per una nuova vita. Milù viene con me, naturalmente, non la lascio da sola in questo posto maledetto.
Si è fatto tardi.
A questo punto le tue mani saranno ferite, macchiate di sangue e le tue unghie spezzettate a furia di raschiare contro il legno del cassone dove ti ho imprigionata. Mi figuro nella mente il tuo sgomento, la tremenda consapevolezza di essere sola… Ma quello che sarei disposto a pagare oro per vedere è la tua espressione, mamma, il terrore che ti si sarà impresso sul volto quando ti sei risvegliata lì dentro, all’oscuro, sotto tre metri di terra fertile e concimata e ti sei accorta d’essere in trappola, di essere seppellita viva. L’aria ormai dovrebbe essere quasi finita, se non terminata del tutto. Avevo quantificato cinque ore al massimo e ne sono passate nove. Potrei però sbagliarmi, non sono mai stato abile in matematica. Tu non perdevi occasione per ricordarmelo.
Chissà quanto avrai strillato, mamma, e quanto la disperazione ti avrà annientata quando ti sei resa conto che non sarebbe arrivato nessuno a salvarti, che nessuno avrebbe avvertivo la tua inutile supplica.
Era così che mi sentivo io, mamma, nel momento in cui lasciavi che mi violentassero, mentre sentivo che le mie carni si strappavano. Malgrado le mie urla di disperazione, nessuno veniva a salvarmi. Poi, quando il bastardo si era soddisfatto, tu entravi nuovamente in casa e mi fissavi con disprezzo, mentre, sconvolto, andavo a nascondere sotto il letto con Milù.
Riposa in pace, mamma, e goditi la tua aiuola.
Sostenevi sempre che i fiori hanno bisogno di concime per prosperare forti e sani.
Sarà il tuo corpo a nutrire le dalie messicane e di sicuro saranno l’invidia del vicinato.
In fondo, dicevi che non c’è niente che concimi meglio della merda.