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LA BALLATA DELL’AMORE CIECO

( Nazareno Barra )

 

 

… l’ultima tua prova sarà la morte…

 

            ECCOLO di nuovo. Se c’era una cosa che odiava più di ogni altra, era l’insistente trillo della sveglia.

            Si rigirò nel letto stringendo il cuscino a sé. Ma quella stupida e monocorde musichetta, indefessa, gli ricordava che il sole era già pronto da un pezzo: una nuova giornata lo attendeva, affamata. E poi c’era Francesca. A quel pensiero tutto il suo essere ebbe un lieve sussulto, ma il tepore delle coperte lo tenne avvinghiato a loro.

            Alla cieca, allungò la mano e spense il gracidare, diventato ormai distorto, dell’odiato demone che sadico, cantava le lodi mattutine.

            Sospirando, mise i piedi nelle pantofole, rabbrividendo. Convulsamente prese la vestaglia e la indossò. Guardò la sveglia: questa restituì lo sguardo deridendolo. Rompimi pure, diceva, verrà una delle mie sorelle a farti compagnia. Perché puoi odiarci, ma non puoi fare a meno di noi, non trovi caro?

            Distolse lo sguardo e guardò una delle foto della sua amata, quella che preferiva di più, quella che baciava la notte prima di dormire. La vide così come solo lui riusciva a vederla, bellissima. In quella sua posa sbarazzina, scalza, con la tuta rossa, nella sua stanza.       Sono perso, pensò sognante.

            Si avviò nel bagno per le sue abluzioni mattutine, deciso più che mai a mettere fine allo stupido litigio di qualche giorno prima: avrebbe strisciato pur di ottenere il suo perdono. Si, lo avrebbe fatto. Senza di lei non si viveva…

 

            «È SICURO allora?»

            «Non si preoccupi, arriverà entro stamattina.»

            «La ringrazio. Quanto le devo?»

            «Seicentocinquanta euro.»

            «Accetta un assegno? O per caso posso pagare con carta di credito?»

            «Un assegno andrà benissimo.»

            Prese il portafogli e pagò il commerciante, salutò incamminandosi verso l’ufficio. Qualsiasi cosa, senza dubbio. Nemmeno la nascente ipertrofia della parte più profonda di lui che gli gridava di lasciar perdere e di guardare avanti, quella parte che aveva alla fine generato il tanto rimpianto litigio, gli avrebbe impedito di riabbracciarla. L’analisi dei dati in suo possesso postulava: senza di lei nulla aveva senso.

            Cosa gliene importava se prima era ammirato e rispettato dagli uomini e desiderato dalle donne? Che importanza poteva avere la sua intelligenza fuori dal comune se non c’era lei?

            E nemmeno essere ora guardato con compassione gli era di cruccio.

            Si accese una sigaretta. Avrebbe anche smesso seriamente di fumare se lei lo avesse perdonato, lui che fumava da anni e che anche se conosceva tutti i danni a cui potenzialmente stava andando incontro, continuava a farlo. Era una parte della sua vita, dopotutto.

            Registrò mentalmente di comprare un’altra confezione di tumore in fumo, ma poi si ripromise di non farlo, lei non voleva. Il suo corpo protestò a quel pensiero, come avrebbe fatto senza fumare?

            Avrebbe amputato quella parte tossica di lui, per amore. Per amore avrebbe amputato qualsiasi cosa di lui, qualsiasi cosa…

 

***

 

            CHI diavolo poteva bussare a quell’ora del mattino?

            Lei e la madre si guardarono in parte divertite e in parte esasperate. Francesca si alzò pregando Iddio che non si trattasse di lui. Assunse un espressione che avrebbe scoraggiato chiunque ad aprire la bocca ed uscì in strada. Rimase di sasso. Qualsiasi cosa si sarebbe aspettata, tranne quel cespuglio smeraldino lievemente traballante, puntellato di rose scarlatte. Ne emerse un vecchietto dalla faccia simpatica, una sigaretta all’angolo della bocca, un cappello alla siciliana messo storto sulla testa e il tempo scolpito senza pietà in ogni angolo del suo viso.

            «Buongiorno signorina!» disse gaio, «Dove le poggio?»

            Ancora incapace di parlare, lei gli indicò un angolo dell’ingresso, facendosi da parte. L’uomo entrò e salutò l’altra donna venuta a vedere. Anche lei sembrava stupita. Il fioraio posò la composizione e salutò dicendo. «Allora buongiorno di nuovo, tolgo il disturbo!»

            «Aspetti!» disse la più anziana delle donne, «Chi le manda? Forse c’è un errore!»

            «Nessun errore mia cara signora, a meno che nessuna delle due lor signore non si chiami Francesca!» e dicendo questo controllò il suo taccuino sgualcito e riprese: «L’indirizzo che mi hanno dato è questo!»

            «Sono io. Ma quante sono?» chiese Francesca.

            «Cento e una. E sono le più costose in assoluto! Se loro non hanno più bisogno io andrei.»

            «Buona giornata.» risposero le due donne.

            L’uomo uscì, visibilmente soddisfatto.

 

***

 

            «CHE COSA hai fatto? Ma sei impazzito? Va bene l’amore, ma ti rendi conto che hai dilapidato più della metà dello stipendio di un operaio per un mazzo di rose?» disse Claudia, la sua assistente.

            «E chi se ne frega? I soldi sono miei, ci faccio ciò che mi pare!» rispose lui, continuando a battere sui tasti del suo computer. Si fermò un attimo, diede uno sguardo a dei fogli alla sua sinistra e riprese a scrivere.

            La ragazza si guardò intorno, ma nell’ampio ufficio che dividevano in quattro, non c’era al momento nessuno a darle man forte. Stizzita, riprese: «D’accordo! Ma lascia che ti dica che non ne vale la pena per lei. Quella ti sta solo usando. Lasciala perdere!»

            «Questo lo vedremo. Spiacente, ma sei in errore.» disse lui, calmo e senza staccare gli occhi dallo schermo.

            Claudia si sedette nella scrivania di fronte alla sua, piccata.

 

***

 

            FRANCESCA salutò la madre, che ripeté di nuovo le sue raccomandazioni. Lei rispose distrattamente di sì, mentre nella sua testa ronzavano mille soluzioni.

            Era stufa di quel rapporto, non ne salvava nulla, eccetto i regali, s’intende. L’aver preso in giro per più di due anni un altro essere umano non le dava il benché minimo pensiero. Aveva bisogno di nuove esperienze, di nuove conoscenze, era troppo giovane per legarsi.

            Si avviò in cucina, corrucciata, a prepararsi una cioccolata calda.

            Il suo cervello produceva miriadi di soluzioni e poi le scartava. Distrattamente aprì l’anta di un mobile e iniziò a rovistare senza guardare, in cerca di una tazza. Qualcosa la punse. Si ritrasse, emergendo dal suo letargo pensoso e si ritrovò a fissare un appuntito coltello da cucina. Restò li, immobile, a guardare quell’utensile che chissà come si trovava tra le tazze.

            Mentre gli occhi restavano spenti, iniziò a sorridere. Un ghigno malvagio e orrendo. La soluzione ce l’aveva davanti. Portò la mano alla tasca destra del suo jeans: non era lì.

            Si precipitò in salotto. Nella sua mente, tutti i tasselli andavano al loro posto…

 

***

 

            IL CELLULARE vibrò.

            Lo tirò fuori dalla tasca. Sul display lampeggiava l’icona di un nuovo sms. Lo aprì; un ondata di calore lo pervase:

 

Ho ricevuto il tuo regalo.

Ti aspetto ora, a casa mia.

 

            Si alzò di scatto, rovesciando la sedia. Le sue assistenti lo guardarono allarmate. Si infilò il cappotto ed i guanti. Iniziò ad imprecare, non trovando le chiavi dell’auto.

            «Ma che fai?» chiese Claudia.

            «Francesca mi ha chiamato, vado!»

            «Ma tra poco c’è la riunione…» disse Enza, un’altra sua assistente.

            «Me ne frego!»

            «Il colonnello non ne sarà contento!» interloquì Angela, l’ultima collaboratrice.

            «Al diavolo tutto!» rispose lui; trovò le chiavi, nascoste sotto al cappello della divisa. Le prese. Si calcò il berretto in testa.

            Uscì, sordo alle proteste delle tre ragazze.

 

***

 

            ECCOLO lì, quel pazzo che la aveva donato tutto se stesso, mentre parcheggiava di fronte casa sua, la vecchia auto avuta cambio della sua fuori serie, quando lei gli ordinò che la voleva. Non se l’era fatto ripetere nemmeno due volte. Quando l’aveva portata a casa, era sceso dalla vettura, dandole le chiavi, chiedendole se poteva utilizzare il macinino di lei. Ricordava ancora con soddisfazione la sua aria da cane bastonato, quasi le stesse facendo un torto a domandarle di prendere la sua macchina, come se al suo cervello non fosse arrivata la notizia che stava barattando un modello da urlo per una scatola di sardine con le ruote. E quante risate s’era fatta con la madre e le amiche.

            Lo vide attraversare la strada di corsa, in divisa. Lo sentì bussare. Aprì e prima che lui potesse dire o fare qualcosa disse: «È vero quello che hai scritto sul biglietto? Che per farti perdonare faresti qualsiasi cosa?»

            «Sì, è vero…» balbettò lui.

            «Qualsiasi

            «Qualsiasi!» confermò l’uomo.

            Lei lo guardò, poi gli prese la mano e gliela chiuse sul coltello con cui si era punta un’ora prima; gli disse: «Portami domani il cuore di tua madre per i miei cani.»

            Lui, confuso, fece un cenno di assenso, si mise il coltello nella tasca del cappotto ed uscì.

 

***

 

            MOLTO probabilmente se ne era liberata, ma anche ammettendo che lui portasse a compimento la sua missione, ne aveva in serbo per lui un'altra.

            Si sedette, in attesa. Quasi sperava che lui tornasse con ciò che gli aveva richiesto: sarebbe stato grandioso avere due seccature in meno in un solo colpo…

 

***

 

            ERA sera quando arrivò da sua madre. Parcheggiò l’auto in un vicolo cieco proprio di fianco alla casa della sua infanzia e restò immobile lasciando che la musica che usciva dallo stereo lo avvolgesse.

            Ogni qual volta doveva portare a termine una missione ascoltava sempre la stessa composizione, a ripetizione: il primo movimento della quinta sinfonia di Beethoven, eseguita dalla Wiener Philharmoniker diretta da Carlos Kleiber.

            Spense lo stereo e scese nella gelida aria della sera. Si diresse con circospezione alla porta d’ingresso. Bussò al campanello e la madre lo aprì: «Che bella sorpresa!» esclamò l’anziana donna, «Entra. Fatti vedere. Sei sempre così bello in divisa!» riprese lei, abbracciandolo.

            Lui sorrise ed entrò: «Come stai, mamma?»

            «Come vuoi che stia, figlio mio? Come stanno le vecchiette!» disse ridendo.

            «Sono venuto a trovarti.»

            «Solo per questo?»

            «In effetti ho bisogno di te…» disse lui sorridendo incerto.

            «Lo sapevo… ma ne parliamo dopo. Vatti a cambiare, ti preparo qualcosa, avrai fame.» sentenziò la donna e con aria felice si avviò in cucina.

            Lui andò in camera sua, mentre se stesso, in varie età, lo fissava dalle foto sul muro. Chiuse la porta e si sedette sul letto. Si tolse le scarpe e i calzini. Tolse il cappello e la giacca della divisa. Allentò il nodo della cravatta e sbottonò la camicia; era un po’ un problema con quei guanti di pelle, ma ci era abituato. In ultimo tolse la maglia intima e gli slip. Adagiò tutto con cura sul letto. Si diresse verso l’armadio che custodiva ancora i suoi vecchi vestiti: benedetta sua madre che non buttava mai nulla. Prese un maglione, dei jeans e delle vecchie scarpe da ginnastica. Tolse il laccio a quelle di destra. Si vestì, indossò una cuffia per la doccia. Tolse i guanti di pelle e ne indossò un paio di lattice. Tirò fuori dall’armadio una sacca da viaggio e la dispose sul letto. Prese il laccio ed uscì in corridoio.

            Sentiva sua madre canticchiare beata, mentre qualcosa friggeva allegramente. Le si avvicinò da dietro, silenziosamente. Le strinse il laccio attorno al collo e quella garrotta improvvisata la uccise prima che la padella toccasse terra fragorosamente.

            Adagiò il corpo della donna al pavimento e si infilò il laccio alla scarpa. Guardò l’orologio: le 22:18.

 

***

 

            QUANDO guardò di nuovo l’orologio erano le 04:07 del mattino: decise che poteva bastare, il sangue non sarebbe schizzato troppo.

Era rimasto immobile, in piedi, per tutto quel tempo, a guardare la tv che era accesa. Non era un problema per lui: uno dei killer migliori dell’esercito.

            Andò nella sua camera e mise  la divisa nella sacca, la prese e tornò in cucina con in mano il coltello della sua amata.

            Si mise al lavoro…

 

***

 

            L’AUTO nuova no!

            Il signor Carlo scese deciso a strozzare quell’idiota, maschio o femmina che fosse, ma appena aprì la portiera, l’auto che lo aveva tamponato uscendo dal vicolo partì e scappò. Fece appena in tempo a prendere il numero di targa. Lo segnò su un taccuino.

            Si mise a constatare i danni alla sua autovettura e la sua attenzione fu subito catturata da una fila di strane macchie che andavano nel vicolo. Si avvicinò: era sangue. Seguì la scia, ma dopo un po’ questa terminava in una pozza un po’ più grande. La seguì a ritroso e si ritrovò davanti alla porta di una vecchietta che abitava nel quartiere.

            Iniziò a tremare. Prese il cellulare…

 

***

 

            «HO ANCORA altre due prove per te!» disse Francesca.

            Erano da poco passate le nove del mattino. Sulla via del ritorno si era fermato in un autogrill, si era lavato e si era rimesso la divisa, disfacendosi poi degli indumenti insanguinati. Tornando in auto aveva sbattuto la testa contro un lampione e ora un bernoccolo gli pulsava sulla fronte.

            «Cosa vuoi che faccia?»

            Lei teneva il coltello tra le mani, il cuore era in una busta dell’immondizia, fuori, nella ciotola del cane.

            «Tagliati dei polsi le quattro vene!»

            Lui prese il coltello dalle sue mani, spostò un po’ i guanti e ubbidì.

            Il sangue iniziò a defluire e lui si adagiò sul letto dove tante volte avevano fatto l’amore. Lei lo guardò e disse, ridendo gelida: «L’ultima tua prova sarà la morte!»

            Lui sentiva la realtà scivolare via, mentre informi pensieri pulsavano al ritmo del suo cuore. Ti amo, riuscì a formulare la sua mente semibuia…

 

***

 

            FINALMETE se ne era liberata. Prese il coltello da terra e si avvicinò a lui. Restò di sasso: i suoi lineamenti erano distesi in un eterno sorriso di gioia. Un mostro si liberò dalle sue viscere e lo sgomento si impossessò di lei: tutto si era aspettata, ma non quel sorriso. Era pronta a vedere dolore, tristezza, rancore, stupita comprensione e invece lui l’aveva amata fino all’attimo del supremo passaggio. Ed ora di quell’immenso amore a lei restava solo una spoglia e del sangue che già si seccava.

           Si sedette ai piedi del letto, fissandolo con aria assente, stringendo il coltello tra le mani, immobile. Un uomo aveva sacrificato la sua vita per amor suo. Non riusciva a credere che al mondo, esistesse qualcosa di così grandioso e folle.

            La trovarono ancora seduta ed inebetita quando vennero a prenderla per portarla laddove la sua vanità non avrebbe più potuto nuocere…

           

 

 

 

© 2006 – 2007 by Nazareno Barra

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