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SAN MIRO

( Leonardo Zarrelli )

 

 

 

Ho sempre considerato il Lago e la sua statale solo come una comoda scorciatoia per recarmi al lavoro. Almeno nei primi anni della mia carriera. Giovane ed innamorato della frenesia del capoluogo, ed invece convinto che la Città, il suo dedalo di valli ed il Lago fossero una specie di tomba nella quale un giovane come me potesse solo sprofondare nella melma di una vita prevedibile e piatta.

Questo, da giovane. Alla fine, la vita prevedibile s’è rivelata invece - o anche - quella della metropoli. E col tempo, addirittura insopportabile: né il Capoluogo né la Città sono più quelle che avrei volute o potute amare, e che forse, in fondo in fondo, amavo davvero. O sono io ad essere invecchiato. O tutt’e due le cose.

Così, un po’ per gioco, ho iniziato a considerare l’idea di procurarmi un mio angolo di tranquillità, fuori dalla città e lontano dal capoluogo, …chissà, magari in qualche paese del lago. Zona che visse i suoi fasti mondani fino alla seconda guerra mondiale, quando, al cessare della stessa, si impose un nuovo modo di fare vacanza quando la classe dominante di prima, estintasi od impoveritasi, cessò di esistere.

Ed eccomi, quindi, per l’ennesima volta a percorrere la vecchia statale costiera con la mia grossa motocicletta. Una strada che ad onta della sua importanza, oltre a presentare un piacevole costante ma non definitivo degrado - mancano le pericolose buche che popolano invece le altre strade, e per questo mi piace -, è praticamente senza traffico. Cioè, sarò preciso, questo viene a mancare nel momento in cui questo imbocca il nuovo tunnel. Oltrepassata la curva che vi si tuffa dentro, il percorso continua, oltrepassando un cartello di avvertimento: "tratto di strada dismesso dall’ANAS". Con un sobbalzo le ruote passano dal relativamente nuovo -e già pieno di buche e rappezzi!- asfalto della strada più battuta a quello, di alcuni cm più basso, della ex statale, rugoso, sfarinato, sabbioso e ghiaioso, che lentamente ma inesorabilmente cede agli elementi. Già i due lati pian piano si avvicinano: verso il centro strada avanza un fronte spezzato, irregolare, di chiazze d’erba, ove di cespugli, di terriccio, d’asfalto sgretolato dal quale fanno capolino i primi minuscoli vegetali. Buche no, ma ampie rughe solcano il sedime: ed i pilastri del parapetto si incurvano, quali verso l’interno quali verso la ripida scarpata a lago. In alcuni punti la struttura ha ceduto: e fra le rocce ed i selvaggi cespugli poco sopra le acque si vedono frammenti di muro, di copertina cementizia, tratti di tubo arrugginito e contorto, franati a valle.

Le sospensioni filtrano egregiamente le asperità della superficie. Vedo sotto il manubrio la forcella che lavora, muovendosi a stantuffo, instancabile. Sotto i parafanghi tintinnano i sassolini sollevati dai grossi pneumatici, il veloce pulsare sordo degli scarichi gemelli si riflette a volte sulle pareti di roccia a monte. A valle, il Lago, la riva opposta remota e sfocata come in una foto ripresa male. Mi sento il padrone della strada, dopo il caos che regna nel tratto in esercizio e nell’incredibile traforo. Lì, c’è sempre un traffico vomitevole: e si marcia a passo d’uomo. Qui, mi faccio quei venti km e passa in più, ma filo via liscio come l’olio, e spesso ottengo vantaggi dell’ordine della mezz’ora.

Sono un fanatico delle scorciatoie, e già ne ho trovate alcune nella periferia del Capoluogo, ed in Città: luoghi che Dio e gli uomini sembrano aver dimenticato, e che a me servono egregiamente per risparmiare su quella risorsa che nessuno può rinnovare: il Tempo.

Se si sale verso Rocca del Monte, girando attorno al paese gettandosi per le carrarecce a monte, rimettendosi quindi su percorsi un po’ più ortodossi, ci si trova nella zona dei Passi. Più in là, c’è il Villaggio: il tetto del mondo, dico io. Dall’altra parte, la valle di San Miro e giù, lontano ma solo in apparenza, il Lago.

Ora, se imbocco il moderno traforo che parte fra Belpasso e la Città e sbuca a lago, mi infogno. Se prendo la superstrada "dei socialisti" (la chiamano così… indovinate perché!), quella aperta nell’ottantotto… apriti cielo! La statale napoleonica la evito, intasata pure lei. E così finiscono i tre percorsi base per il Capoluogo. Per imboccare invece l’autostrada dovrei aggirare la Città: per carità, non parliamone nemmeno, a quell’ora!

C’è perciò un percorso di mia invenzione, scoperto nel corso delle mie errabonde domeniche motociclistiche, succedute alle noiose domeniche "in" a base di lungolago affollato e afoso, bar costosissimi e ciance soporifere. M’ero infatti dato alla motocicletta all’alba dei trentacinque anni e… addio! Il mondo divenne mio, lo sentivo vicino più che mai, libero dalla costrizione dei finestrini e dal vincolo di uno scatolone di latta che non sai mai dove abbandonare. Fra l’altro ci guadagnai di potermi alzare venti minuti dopo per andare al lavoro, e di poter tornare a casa ad orari "umani", almeno d’estate.

Da allora, portandomi ai Passi, godendomi lo spopolamento della zona e la pace, l’assenza di traffico, il gusto di dolce abbandono… o se vogliamo, di immutabilità… dei luoghi, scollino e prendo la Statale da "monte", arrivando così allo sbocco del temuto tunnel: in pratica mi trovo a tre quarti del tragitto in metà tempo.

Certo che proprio non gliene frega più niente all’ANAS di questa strada… strano che residenti non se ne lamentino, mi chiedo spesso, valutando lo stato di letterale abbandono della Statale. E’ anche vero che sono quattro gatti di lacustri, chi se li caga

Già, chi se li caga. Sono pochi, e sparpagliati in piccole comunità chiuse, sentivo dire da ragazzo, e divisi ancora fra loro da vecchi rancori le cui remote cause si perdono nei secoli addietro. Un’economia quasi inesistente, basata sul pendolarismo dalle vicine città. Ed un residuo di cantieristica. Sono decenni che non si parla più della Valle, del Villaggio e dei loro paraggi come mèta turistica. La tipica "zona depressa": agricoltura ed allevamento abbandonati, nessun investimento, poche attività produttive eccetera eccetera, soprattutto dopo la chiusura della Italchemik. Ovvio che vengano lasciati con una strada dismessa, in rovina, no? Una sorta di buco nero nella gaudente Italietta dell’ottimismo fasullo e delle "grandi opere", un "buco nero" del quale non parla nemmeno quasi più la stampa…

Situazione ideale per l’affare che sogno: chissà, magari la casa di qualche commenda metropolitano, in disuso da decenni e senza un acquirente, o una vecchia proprietà di paese, della quale gli eredi di qualche vecchio bacucco sognano solo di liberarsi…

Avessi letto meglio i giornali, a suo tempo, quando bazzicavo i locali "in" della metropoli ed avevo il cervello più leggero delle nuvole… Beh, mi sarei fatto delle idea un po’ diverse su quei luoghi incantati!

Passare per un posto, sfrecciando con la moto, gustando l’aria salubre dei boschi e assaporando il malinconico sentore di abbandono che promana dalle ville liberty diroccate coi giardini invasi dalle erbacce o dai cascinotti in rovina, non significa conoscerlo. Invece io lo credevo, aggiungendovi qualche vago ricordo della zona quando ero più o meno adolescente, qualche sporadica notizia successiva. Titoli dei giornali letti di corsa. Null’altro.

Né mai ne ho parlato con alcuno fino ad oggi: semmai qualche accenno, senza far caso al suggerimento di provare magari altrove, che so, a Belpasso o su al Villaggio. Perché proprio "lì"? Ecchenesò!… A voi piace il Villaggio, a me il Lago.

Mi fermo un attimo, via il casco, spento il motore, posso gustarmi il momento.

Oltre il parapetto, verso il lago, vedo spuntare il tetto sfondato di un rustico. La finestra conserva ancora i vetri e gli scuri interni. Dalla vegetazione emergono gli ultimi gradini di una scala in pietra che recano ad una porta apparentemente intatta, sebbene corrosa dalle intemperie. Non so perché, ma la vista di questa casa morta senza subire violazioni e vandalismi mi angoscia al punto che metto in moto e riparto. Il bello è che questa casa la vedo ogni giorno, ma stavolta…

Arrivo a Rivasciutta e mi fermo nuovamente. Il paese è allo sbocco della Valle, la stretta V scura di boschi, sovrasta le case, tutte vecchie e molte in precario stato di manutenzione. Sul lungolago si apre la piazza "quinto Alpini", sulla quale si immette la strada proveniente dal monte: uno stretto varco fra le grigie facciate butterate dai decenni, rigate di rossastro dalle colature delle grondaie marcescenti. Le architetture ad un tempo austere e bizzarre degli alberghi chiusi e sprangati tentano di rievocare passate glorie mondane. Un vecchio cartello contorto indica "San Miro", il Villaggio, il passo. Le lettere bianche pian piano cedono alla ruggine assieme alla vernice blu dello sfondo.

Imposte chiuse, quasi incollate, sigillate. Altre finestre sono aperte ma sono opache, tristi. Tendaggi bigi pendono mollemente dietro di esse. Sui muri strisciano pigramente cavi elettrici che anelano a cadere definitivamente al suolo. Eleganti cancellate stile liberty cedono pian piano alla ruggine. Un paio di edifici sfoggiano invece recenti restauri, ma sembrano nettamente fuori posto. Altri più modestamente esibiscono sobri ammodernamenti fatti verso il ‘70. Rivasciutta la conosco così da sempre. Papà mi narrava di un’era già mitica tre decenni or sono,un’era remota in cui Rivasciutta la Città e tutto il Lago erano mèta di nobili, attrici, scrittori. Ogni tanto i Reali Carabinieri traevano in arresto qui un nome altisonante: aveva sparato alla moglie sorpresa con l’amante o a tutti e due. Oppure il blasonato nome dava al luogo una lugubre notorietà: "s’è ucciso con un colpi di pistola nella sua villa di **** il Conte ****", di solito dopo una clamorosa perdita al casinò.

Le enigmatiche dimore chiuse e fatiscenti, ieratiche come monumenti, serbano racchiuse in sé queste memorie di amori e tradimenti, perdite al gioco terrificanti, anche torbidi giochi di spie, di polizia politica, storie legate ai brevi fasti della Repubblica Sociale. Poi, diceva mio padre, l’ "oblio". Parola che da allora associo a quegli ammuffiti mastodonti di pietra e cemento che sprofondano nel verde sempre più incolto e soffocante dei parchi abbandonati…

A me piace così, credetemi. Giusto il posto per fare l’affare che sogno e per dissociarmi definitivamente dagli "happy hour", dai "brunch", dalle Audi nuove parcheggiate con ostentata indifferenza dinanzi al "locale", dalla continua sfilata di moda.

Sul lungolago una fila discontinua di auto costeggia la balaustra in ghisa, posata ai tempi del Re Umberto e ormai anch’essa preda della ruggine. Un cartello rosso e blu ovviamente vieta la sosta: altrettanto ovviamente io caccio in retromarcia il grosso Guzzi scintillante di cromature fra una Uno tristemente invecchiata ed una Golf GTI credo del ‘78. La tipica oscena Golf da buzzurro: i lacustri hanno sempre avuto ‘sta passione infame per colori ributtanti, spoiler in plastica verniciati con la bomboletta, cerchi in lega ultra larghi e altre amenità rivoltanti. "…altro che i teroni!…" penso io. Ci sono anche le tendine col ritratto di Bob Marley: di certo, lì dentro non si fuma (solo) Marlboro!

Un tipo che strascica un sacco della monnezza nero ("guarda che ti si strappa,scemo!") si ferma, mi guarda curioso come fossi un polipo appena uscito dal Lago cantando "mi vendo", e sparisce in un antro sotto la sua casa butterata. Non cessa di guardarmi da dietro la rete rugginosa che delimita il suo minuscolo giardino, a rischio di sbattere la capoccia contro la bassa soglia del misterioso antro. Fra la sua casa ed un’altra altrettanto "d’epoca", si inerpica una specie di mulattiera, con parecchia erba a nasconderne quasi i sassi bianchi e grigi, sorretta verso la via principale da un muro che non vede un po’ di calcina fresca dal 1910, credo. Con due giravolte, fra i muri di sostegno dei giardini ricavati a scaletta sui fianchi e sul retro scosceso degli edifici, porta ad una casa, visibilmente disabitata. L’ho già adocchiata da lontano. Disabitata e sufficientemente lontana dagli (improbabili…) schiamazzi notturni della piazza, e sul retro ha subito il bosco. Una specie di pineta, direi.

La mia traversata della piazza Quinto Alpini e di un pezzo di strada per S. Miro dà modo ad altri esemplari della fauna locale di osservarmi per bene. Ad un tratto… mi prende un brivido. Non so perché… ho pensato "fauna" e sono rabbrividito. Occhi spenti mi seguono severi, da volti bianchi e inespressivi. Tende si muovono impercettibilmente, anche quelle grigie e tristi di case che credevo abbandonate. Dietro ad esse indovino pensieri poco confortanti per me... "intruso" "vattene" "chi sei"… "cosa vuoi da NOI"… "cosa… CERCHI"…

"…qualcuno?"

"Ehhh?!" faccio sobbalzando stupidamente. Sono sulla mulattiera, che scopro in effetti essere una stradetta, nemmeno tanto stretta se vogliamo, appositamente a suo tempo edificata per la casa, perché finisce, in un cancello aperto nel complesso muro di cinta del fondo di pertinenza dell’immobile. I curiosi sono di colpo spariti. Uno mostra di colpo un interesse spasmodico per un catorcio a forma di Lambretta sul quale armeggiava.

Un uomo si è… materializzato, direi, alle mie spalle. Dico così, perché non ha fatto rumore alcuno. E’ vero che ero intento a farmi un "viaggio" tutto mio fantasticando su una doppia natura degli abitanti, che so, umani di giorno e licantropi la notte, e ad un tempo rimiravo la casa…

Ha l’espressione chiusa e ad un tempo astuta di quelli del lago, e di colpo realizzo che forse non è così facile fare un buon affare in zona. Sono furbi e attaccati al soldo, ai bei tempi hanno depredato generazioni di altolocati villeggianti e più di recente pure la Italchemik, non ricordo per quale cosa correlata alla sua chiusura, cui seguì quella della ferriera Meyer che fu il colpo di grazia per l’economia locale.

L’uomo cerca di assumere un tono accomodante. Si scusa se mi ha distolto dai miei "ragionamenti", e ripete "se cercavo qualcheduno". Gli manifesto il mio interesse per la casa, e mi guarda per un attimo, come se lo prendessi per i fondelli. Si ripiglia e in dialetto mi spiega che "l’è na baràca" e che "la borla giò".

"Baràca minga tropp" gli rispondo io considerando le dimensioni e lo stile, indubbiamente strampalato e dovuto ai continui rimaneggiamenti credo degli anni Sessanta, ma comunque da ex casa padronale dell’altro secolo. E su questa stradina ci si salirebbe con una Panda 4x4 fino alla casa. Lui mi guarda ancora e poi mi fa capire che "perché è lei, guardi" che può, con una chiave che fa apparire quasi per magia, mostrarmi l’edificio da vicino. "Inscì la capiss che l’è na baràca". Insomma, "debbo" capire che è una catapecchia e andarmene, raccolgo.

Il vecchio lucchetto coperto da una patina d’ossido scatta, e la catenella rugginosa scivola con un tintinnio smorzato. Una vigorosa spinta da parte del paesano, che si muove pesantemente ma con vigore, ed i rampicanti liberano le sbarre arrugginite. Siamo sul retro. Qui la casa è alta solo un piano, essendo il lato più a monte: dall’altro ve ne sono due, più un alto zoccolo che certo contiene un piano interrato, a giudicare dai sottili finestrini che ho visto.

Il retro è molto meno padronale del fronte. Una specie di cortile la cui recinzione in sbrecciata muratura si inerpica sulle pendici della collina, sparendo fra gli alberi. Le pareti sono coperte dai resti di un anonimo intonaco grigio, mentre i resti di quello a valle recano le tracce di una vivace colorazione liberty o art decò. Si appoggia alla costruzione principale un casotto di legnami e lamiere, fatiscente, oscuro ed assai poco invitante, preceduto da una tettoia sempre piuttosto posticcia, sotto la quale riconosco delle conigliere sfondate, ormai prive dei pelosi abitanti, e con paglia e dei legnetti come lettiere. Ci sono anche dei mobili, evidentemente messi lì perché in disuso: gonfi per l’umidità ricevuta, dal legno sfibrato ormai grigiastro, le impiallicciature staccate e crepate. Erbacce e rampicanti la fanno da padroni, sommergono quasi tutto come una montante marea verde.

Su tutto aleggia un’aria malsana, accentuata dalla visione dell’acqua melmosa che ristagna scura in recipienti vari, tutti di recupero: vecchie pentole in alluminio (…di quelle che ci cuoceva la pasta mia mamma decenni fa…), alcuni moderni fusti blu con una scritta gialla "Italchemik", un paio di bidoni dell’olio motore Sinclair, quello con disegnato il dinosauro. Una marca estintasi come il proprio simbolo tanti anni fa.

Guardo con aria sconsolata lo stato dell’abitazione ed il calcolatore che ho nella mente snocciola cifre impossibili. A meno di non trovare personale… "dopolavorista"… (diciamolo: in nero!)… e qualche locale truffatore che venda i materiali edili evadendo l’IVA. Ma sul Lago questi non dovrebbero essere problemi.

"Allora? Che ne pensa? Mica mi dirà che ci interessa davvero, quèla baràca chì?" mi fa il tipo, con voce pacata e ad un tempo sinceramente curiosa. Da un lacustre mi sarei aspettato altro: magari un incoraggiamento, un "ci presento il propietario, l’è un mè amis!". L’affare furbescamente fiutato.

Invece no. Mi fissa, e nemmeno si offre di aprirmi quella porta che adocchio insistentemente come a fargli capire che vorrei entrare… Comunque non mollo, tanto che mi dice "venghi, che ci offro qualcosa da bere che le parlo della casa…" …e dicendolo getta un rapido sguardo attorno. Ma la porta no, non me l’apre!

Ah, certo, se ha in animo di dissuadermi ce la sta mettendo tutta. E’ il gestore o padrone dal Bar Alpini. Quando abbandoniamo la casa ed il suo retro fatiscente, sul quale incombe l’ombra tetra del bosco di conifere, è come se… (ma mi sembra adesso di esagerare!) …qualcosa o qualcuno se ne sia avuto a male. Come se stessi girando le spalle a… qualcuno che voleva qualcosa da me e lo avessi deluso.

(…per il momento…)

Attribuisco questo all’aria decadente del luogo, alla luce obliqua del sole che la montagna cerca di ingoiare prima dell’ora prevista. Ma l’interno del Bar Alpini mi rinnova le strane sensazioni di prima. Non so perché: è un posto simpatico ed alla buona. Niente modernità pacchiane come in tanti bar della riviera, che sfoggiano rivestimenti e arredi un po’ kitsch, ipermoderni e malassortiti. Anzi: le pareti sono grigie lì ove scommetto che decenni fa erano bianche, una stufa a carbone è ancora visibile e scommetto funzionante, l’arredo sembra addirittura tratto a casaccio dal vecchio mobilio delle case del paese, ad eccezione del bancone, un bell’esemplare anni sessanta, rivestito di inox un po’ opaco. La macchina del caffè è davvero vecchia e sono sicuro che versa un prodotto di prim’ordine.

Le bottiglie… guardo con più attenzione... Amaro Cora, VAT69, Rosso Antico!... Di queste ce n’è una corredata da un vistoso cappello di paglia!…

Giro lo sguardo e so già cosa sta cercando, e non troverà: un juke box di quelli attuali, coi CD, i videogiochi, la Tv a colori montata su un braccio articolato, o magari il maxischermo, arrotolato in attesa del mercoledì di Coppa.

Mentre invece da uno scaffale una radio/cassette Grundig rifinita in alluminio e finto legno mi canta… "ascolta questa voce/chi parla è il mio cuore…", il profumo di caffè e la voce dal gestore mi distraggono. Il caffè è davvero ottimo… ma ne fanno ancora di così buono? E’ la macchina, risponde il barista. "E pensi che lo faccio pagare ancora trecento lire!" (…cioè 15 centesimi, calcolo io, pensando all’euro di quei ladri in Città). Faccio un cenno di approvazione, e lui mi scruta.

Io lo scruto a mia volta e lui, con l’aria di uno che stia buttando fuori qualcosa che covava dentro da un po’, mi fa: "senta, le interessa davvero quella casa?… sa, è proprio di voialtri cittadini farsi catturare…"

"…Ehmmm… scusi… catturare?…" faccio.

(…trecento lire…)

Si sporge, si avvicina. Mi sembra che… non respiri, o quasi. La sua voce, educata e piena, ma priva di una qualsiasi ombra di… emozione… sembra emessa da un qualcosa che non abbia a che vedere con la sua gola, sebbene muova le labbra ed articoli le parole. Ed è bianco come un pesce: la barba scura è quasi verde sotto la pelle diafana. "… senta, davvero, io glielo consiglio, lasci perdere la casa prima che sia troppo tardi per ripensarci…"

"… mah…" …e qui farei meglio a starmi zitto… ed a seguire il mio istinto che suggerisce di allontanarmi da lì alla svelta… "…non so… sa, avrei l’idea magari di stabilirmi qui, ristrutturare una vecchia casa e divenire uno del luogo…"

"Ah!" … fa lui secco. Mi guarda fisso. "Uno-del-luogo" ripete staccando le parole, come se volesse impararle a memoria, come i numeri telefonici. Sorride, ed annuisce profondamente, guardando alle mie spalle.

La porta (una normale porta di quelle con la grata in ferro sull’infisso a vetri, in uso tanto tempo fa…) si apre facendo tintinnare il campanello appeso ad essa al termine di una molla a spirale. Entra dapprima un tizio, poi un altro, e dietro un terzo. In fila, distanziati di un paio di secondi l’uno dall’altro. E mi fissano, mettendosi di sbieco. Fra me e la porta. Non accennano a portarsi ai tavoli, né ad avvicinarsi al bancone.

Anche il barista mi fissa, ed ha smesso di parlare. Li guarda un momento, con fare severo. Poi, di nuovo rivolto a me "Beh, io glie l’avrei sconsigliata, quella casa, ma se proprio le interessa…" …ed il suo sguardo assume un’intensità chi mi fa rabbrividire. Guarda ancora i tre e, perdio!, annuisce di nuovo. Non so cosa, ma capisco soprattutto che è meglio battersela. Non mi sembra uno scherzo ed i tre si avvicinano, con movimenti lenti ed oscillanti.

Mi volto e mi trovo a dover passare fra quelli. Sono lì immobili, ora, si sono imbambolati. Facce da malati, da farabutti malati, da lacustri farabutti e malaticci abituati alle truffe, ai maneggi di auto truccate, alla pesca di contrabbando, alla caccia di frodo, a prendere per il culo i turisti gonfiando i prezzi e fotterli con del pessimo vino e prodotti di scarto. Ma io ora sto osservando i loro abiti fuori moda, i pantaloni a "zampa", gli stivali a punta col tacco e le basette folte, le chiome zazzerute, i baffacci. "Ramaya cu cu cu ramaya…" canta allegro il radioregistratore sogno nel cassetto di me tredicenne.

"Al sciur chichinscì ga pias l’aria del lacc, bagaj!", blatera il barman ai tre "bravi". Quelli si scuotono, come rivitalizzati, mi fissano ancora per un attimo (…ma non sbattono mai le ciglia?…), e con un passo cadenzato, uniforme come tre soldati, riprendono la loro avanzata. Verso di me.

Penso che a spiegarmi col maresciallo potrò pensarci a suo tempo e con un balzo mi scaglio contro di loro. La palestra che praticavo per essere più "macho" con le dubbie bellezze notturne in discoteca si rivela ora ben più utile: ne mando uno a gambe levate, ed un altro addosso al terzo. Non mi perdo a ringraziare del caffè e della simpatica ospitalità il gestore che nel frattempo, peraltro, sta aggirando a rapidi, rigidi e lunghi passi il bancone. Sento i suoi passi, pesanti e ritmati.

Provo un senso di irrealtà. Cosa diavolo ho fatto o detto? O sto fraintendendo tutto? No, un istinto antico come la nostra specie mi suggerisce che sto facendo la cosa migliore.

Scendo a balzi i gradini, in pietra locale e ancora congiunti dalle zanche piombate come cento anni fa, e osservo la ringhiera rugginosa solo un po’ lucidata dove qualche mano si appoggia di tanto in tanto. Il cartellone dei gelati, la mente si rifiuta di decifrarlo, se no perderei il senno davvero: coi prezzi in lire, e prodotti che non vedo più da tre lustri almeno. Il campanello della porta che si apre è lo sprone per raggiungere il Moto Guzzi e sparire. O su per la Valle o Già per il Lago.

Mi si gela il sangue quando vedo qualcuno accanto alla moto. Ed a questo punto… a questo punto ricordo cosa porto sotto il giubbotto in jeans, piuttosto largo e dotato di tascone interne. Andando per le varie Agenzie a ritirare gli incassi prima che venisse attivato il versamento sul c/c centrale, il mio superiore dei bei tempi maneggiò in Questura per farmi ottenere una cosa che in Italia i cittadini onesti faticano ad ottenere: il porto d’armi. Sono un tipo pacifico, ma mi piacciono le pistole e ho preso questa abitudine di portarmi sempre in giro il revolver. Tanto ci penso, che solo ora mi viene in mente: ci penso ora, che vicino alla mia moto c’è una ragazza, e non davanti a quei tre pescatori di frodo (come minimo) dalle facce da forca.

Rasento la fila di auto e con indifferenza metto la mano fra i bottoni del giubbotto. Ecco il legno del calcio. Mi rassicura: sei proiettili 357 magnum, voglio vedere chi (…cosa?…) resiste loro. I finestrini delle auto sono sporchi, incrostati di polvere vecchia, come i vetri delle case, con qualche tratto ripulito alla meno peggio per vedere fuori. Polvere che ricopre le carrozzerie, i cerchi, le ruote. Ma le usano mai queste macchine…?

Guardo le targhe davvero preistoriche, con la provincia in rosso, le gomme malconce, adesivi che si staccano (…socio ACI 1973/1975/1976...). E guardo la ragazza. Ormai sono a due metri da lei e dalla mia salvezza (…davvero penso così?…salvezza?) a due ruote, nuova, che funziona…

(…viva…)

"…non c’è bisogno di quella con me … fermati!", fa lei con una voce flebile. Addita la mano infilata nel giubbotto, con un gesto lento, assonnato. E’ mora, capelli lunghi divisi in due bande, che le coprono un po’ la fronte. Carina, col volto un po’ aguzzo, due occhi grandi di una tristezza che aumenta la mia angoscia. Una tristezza che mi terrorizza, sono due pozzi senza fondo nei quali non voglio cadere. Che promettono cose che…

"…non le voglio far del male…si allontani!". Intimo: le dita non lasciano il calciolo. Come ha capito che ho un’arma? Forse dalla tipica posizione della mia mano?

E’appoggiata alla Uno, se ne distacca con quel fare flessuoso delle ragazze adolescenti. Porta jeans aderenti che finiscono, …ovviamente… a zampa. Sotto si indovinano zoccoli chiusi da infermiere: li avevano le mie compagne di prima superiore... si avvicina. I suoi occhi mi intrappolano, circondati da lievi occhiaie. Mi attirano.

La colpisco. Al maresciallo ne avrò da raccontare, di scuse, penso dentro di me. E non ho ancora estratto il revolver: ma sono ormai deciso. Non so se sono io a vivere in un incubo, o se il senso di minaccia che mi angoscia è davvero il sincero segnale del mio istinto di sopravvivenza.

Lei barcolla, cade contro la Uno e finisce in terra. Allunga un braccio, e mi guarda con due occhi, ora, rossi di rabbia. Ma non è l’indignazione o la reazione adirata di chi sia stato ingiustamente aggredito: è un’altra rabbia, che mi ricorda quella del bullo del quartiere che ti picchia per puro sadismo. Non ce la fa ad afferrarmi: sono salito sulla moto e facendo scattare il cavalletto sono arretrato. Però ora sono quasi bloccato contro la ringhiera. Accendo il motore ed al casco non ci penso nemmeno.

Vedo delle persone giù, verso la strada. Due, tre quattro. Cinque, sei. Otto, dieci. Guardano verso di me. C’è anche il barista. Si riuniscono e si mettono in gruppo proprio all’imboccatura della Statale verso la piazza. Era ed è una strada stretta, due corsie senza chiedere di più. E loro ingombrano il passaggio. Dall’altra parte vedo sbucare altre persone, che mirano a tagliarmi la via verso l’alto lago. Dove del resto so esservi solo alcune frazioni, ed il fondo cieco della Statale…

La ragazza li guarda essa pure, con fare distaccato. S’è quasi alzata. Gira di nuovo la testa, piano.

"...mio padre e mio fratello ti prenderanno!..." la sento gridarmi nel frastuono del motore… cerca di alzarsi, la ruota la urta, il volto picchia sul pneumatico, ella viene sbalzata di lato, ancora contro la Uno. Fa "tum" contro la portiera e rotola esamine al suolo. Mi sa che il colloquio col maresciallo, prima di finire internato, sarà piuttosto lungo… ma qualcosa comincia a dirmi dentro che nessuno, lì, è tanto interessato a consegnarmi all’autorità costituita.

Punto verso la strada che conduce ai Passi, è l’unica. Ma debbo passare fra le case, quindi accelero il più possibile per evitare di essere bloccato.

Un tizio, infatti, sbuca da dietro un angolo e mi traversa la via, a lunghi meccanici passi, certo di placcarmi, e in ultimo un balzo felino che io scarto appena. Me li immaginavo lenti ed impacciati… (perché? perché forse sono…no! non voglio pensarlo!!), invece gridano e corrono, quando gli fa comodo. I lacustri sono sempre stati così: apparentemente abulici, ma dentro hanno una vitalità inaspettata. Anche dopo…

(...dopo?...)

Dopo…, dopo niente! Non debbo pensarci, se no perdo il controllo e invece debbo restare lucido, domare 94 cavalli sotto due quintali e mezzo di moto. E ne ho ben donde… nello specchietto, dietro la grottesca sagoma del tizio che brancola ancora deluso in mezzo alla via e mi grida qualcosa, vedo… oddio!… una, due auto fare manovra. Ma ora che si spostano, sarò lontano. Il "Guzzone" ha un tiro formidabile in salita e sui tornanti. Vecchie auto che dovrebbero essere morte da anni non dovrebbero impensierirmi.

Sono nel bosco. Il motore romba cupo sotto la volta arborea. La strada è quella che conosco, ma d’un tratto appare come invecchiata, coperta da strati di aghi di pino e foglie (…dietro la collina non c’è più nessuno solo aghi di pino e foglie e funghi "buoni da mangiare buoni da seccare" …penso a De Gregori e mi viene da rigettare). Sì, qui non c’è più nessuno, nessuno. Ed io che ci passo tutti i giorni. Con "loro" che mi guardano, nascosti chissà dove: dietro le finestre delle case abbandonate, nel folto della vegetazione, da dietro gli scuri sgangherati dei cascinali in rovina… o mi scrutano dal marciapiede quando li sfioro andando al lavoro. Vedo sfilare i muretti in calcestruzzo ormai corrosi, muscosi, che sorreggono la lunga recinzione della Italchemik, ex SIVID, attiva fin dai primi del Novecento per opera di un magnate locale che aveva studiato chimica in Germania. Nella prima guerra so che fabbricava anche gas tossici per l’esercito e…

Debbo star attento a non slittare sul fondo insidioso. La strada sale, poi la pendenza diminuisce dietro una specie di dosso che prelude, poco più su, ad una curva. Scalo e rallento, quasi sbando, ecco davanti sulla curva uno dei cancelli ruggini della SIVID-Italchemik. Imboccare quello? Dietro vedo una strada che si inerpica, è il tracciato di controllo dell’acquedotto della SIVID, che alimentava la fabbrica non solo ma anche…

Non ci penso nemmeno, dovrei peraltro sfondarlo, quindi scarroccio in curva, controllo il mezzo e sollevando terra e aghi di pino schizzo su per il tratto successivo. Cosa poi ci possa essere in cima a quel tortuoso tragitto non lo immagino,ma certamente è meglio riguadagnare il Passo,che conosco, ed il Villaggio. Lassù c’è gente normale… come me. Emergerò nella luce dei pascoli sopra il Villaggio, sul Passo di S.Miro, e lascerò i particolari abitanti di questo pezzo di mondo al loro "oblìo". Come diceva mio padre… "…su quella zona è calato l’oblìo…".

Debbo frenare, perché da un viottolo laterale sbucano due persone, dall’aria piuttosto agitata. Uno ha una scure, le maniche della camicia arrotolate sui muscoli robusti. L’altro è un barbuto figuro che mi addita e con un odio disumano grida "Tel lì ul vagabund!"… Se gli andassi addosso non so come andrebbe a finire con questo fondo, anche la frenata si risolve in una derapata che controllo appena prima di cadere. Fuori la pistola dalla tasca del giubbotto, armo il cane. Si fermano. Quello disarmato arretra un poco, l’altro emette un ringhio che non è umano, e scopre i denti. Frizione, prima. Punto. ... "fermo lì con quella scure, stia indietro!", Intimo. Ho paura che qualcun altro si inerpichi dalla scarpata e mi prenda di fianco. Lui avanza, io faccio ciò che non avrei mai pensato di dover davvero fare (con le belle leggi all’italiana, poi, dove se ti difendi passi nel torto!)…

…SPARO!

Un boato, l’arma mi percuote il palmo ed il polso, dolorosamente. Lui sobbalza, alza il viso frustando l’aria col capo, no so dove l’ho preso, certo nel busto. Un attimo ritto così, e barcolla, finisce al suolo lasciando andare la scure. Non mollo la pistola, uso il gas con i polpastrelli delle dita che la stringono, e via. Sparerei anche all’altro, adesso, in piena crisi adrenalinica come sono. E non credo che siano cittadini di quelli che denunciano un "eccesso di difesa": smetto di pensare a marescialli e denunce, cose come quelle appartengono al mondo normale, un mondo che mi sembra lontano anni luce.

Ma guidando non posso usare l’arma, e lui scompare a passi lesti in una specie di casotto sfasciato, seminascosto sotto i rampicanti. Prego solo che non abbia un veicolo. O un fucile.

Ci fosse George Romero, chissà che direbbe. Ma non debbo pensare che…

Nello specchietto ecco sbucare un’auto, una 127 gialla, sporca all’inverosimile, un segno semilunare sul parabrezza polveroso dove una spazzola consumata ha asportato il sudiciume. E come corre: del resto le 127 "prima serie" erano brillanti, e maneggevoli in montagna. Si lascia dietro una scia di fumo azzurrino. Ma io corro di più: la strada a tratti è solo sterrata (l’asfalto che conoscevo dov’è finito?), ma ci sono residue tracce del vecchio manto che mi danno stabilità e mantengo il vantaggio. La via diviene piana e temo che questo faciliti il 127, che però si perde dietro di me in un paio di derapate. Esce di strada come speravo, si è incagliato nella banchina con una ruota. Una radice o un ceppo.

La mia gioia svanisce in un gelo mortale. Da un lato della strada escono due, quattro, otto uomini. Ed un mezzo agricolo un tempo arancione retrocede sferragliando da un tratturo e sbarra la via. Freno, sbando. Vedo un fucile che viene portato alla spalla. Dinanzi a me, fra me e loro, un distributore. Una tettoia di cemento inclinata all’indietro, sorretta da pilastri anch’essi disegnati secondo linee oblique, un tempo il tutto inbiancato, adesso sfuma in mille tonalità di grigio, fra crepe, crateri e muschio. Un gabbiotto dalla vetrata a riquadri, ancora miracolosamente intatta ("…e chi verrebbe a fare dei vandalismi qui… o chi ci arriverebbe… VIVO?"), due pompe rosse e bianche dal disegno arrotondato, due vere chicche di modernariato. E la scritta: "DA UGO BENZINA AGIP E RICAMBI-CAMBIO OLIO-GONFIAGGIO GOMME-CINGHIE". L’ho mai notato prima? Credo di sì: e certo pensavo ai tempi in cui le Giulia Super, le Lancia Flavia venivano a rifornirsi da Ugo… tanti, tanti anni fa, quando forse qualche forestiero qui ci veniva ancora in vacanza.

Ma ormai, cosa penso cosa credo non so. Accelero e punto sul distributore, mentre uno schiocco frusta l’aria sopra di me. Qualcosa mi ronza vicino alla testa, ed io scemo che penso che è proprio come nei film. Freno e derapo finendo contro dei bidoni dell’olio, che sciabordano invece acqua maleodorante, e finisco fra questi e il gabbiotto, a rischio di schiantarmici contro. Ho il buon senso di dare un colpo di tacco al cavalletto, la moto resta in piedi. Punto e sparo, immagini e gesti si susseguono rapidi. Punto e sparo. Il rimbombo riempie la selva. Non ho più remore. Si sono fermati, uno è al suolo, chissà come ho fatto a colpirlo tirando a caso a quel modo. Dall’altra parte quelli della 127 stanno arrivando, a piedi. Li dissuado subito, con una revolverata. Sono tutti fermi lì, con le braccia allargate sui fianchi, come pistoleri, gambe un po’ divaricate. Io sto fra la parete di bidoni, la moto ed un angolo dello sgabbiozzo che si rivela comunque una costruzione solida,in muratura. Un classico assedio. E se mi piombassero in testa da sopra? No. Dietro di me si erge rugginosa ma intatta la solida rete dell’Italchemik, con le sue piantane in ghisa massiccia. Il distributore è a ridosso del muro di sostegno, che qui forma una rientranza. E dietro l’edificio, nascosta alla vista c’è una rampa di accesso, chiusa da cancello catena e lucchetto arrugginiti. Ho già un’idea. Alla mal parata, sparare al lucchetto e dileguarmi nella proprietà Italchemik.

Una scarica di pallini sferza un bidone con rumore assordante, l’acqua zampilla dal bordo. Per fortuna, e per ora, hanno un solo fucile. Uno muove il braccio come a dire "avanti", e le due morse della tenaglia umana si stringono attorno a me. Ci rimetto quasi la faccia e forse la pelle quando una fucilata sbreccia l’intonaco a pochi cm dal mio muso. Ma punto e sparo. E ne cade un altro. Sento bestemmie, li vedo esitare, si piegano un po’ sulle ginocchia, alcuni accennano a ritirarsi.

Guardo dietro di me, temendo che possano aggirarmi: dall’altra parte c’è un piccolo tratto di rete che chiude il varco, per ora sono quasi al sicuro. In un bagno di sudore, attuo il mio piano, aiutato in questo dalla - per me - strana inerzia dei miei nemici. Che contino su di una mia resa? O stiano solo raccogliendosi per sferrare un letale attacco che vedrebbe pochi di loro soccombere, e me comunque sia, vittima della loro inspiegabile ira?

Mi butto sulla moto sapendo che in quel breve momento una mano potrebbe agguantarmi o una scarica di pallini ferirmi. A scopo preventivo tiro un’altra rivoltellata ai non troppo decisi assedianti, che mi rispondono con la solita fucilata mal diretta (vedono solo una mano sporgersi da dietro un angolo). Il tiratore è distante, si rannicchia, dietro al trattore. il mio proiettile solleva uno sbuffo di terra sopra la sua testa, lontano.

Un'accelerata, sono al cancello. Punto, con calma. So che hanno sentito il motore, so che si stanno agitando e certamente si avvicinano per capire il perchè. Sono madido di sudore, ho i nervi a fior di pelle. L'anta sarà accostata in modo da aprirsi verso monte... o verso valle. Se debbo anche scendere dalla moto, sono finito. E' giocarsi il tutto per tutto: tanto, se fallisco non mi aspetta altro che una fine annunciata...

Sparo. Per fortuna la mano non trema: strano, vero? Avanzo con la ruota e colpisco il battente opposto. L'altro si scosta, allungo un braccio, lo scuoto, si spalanca, mi sfiora, quasi mi getta al suolo, si scardina addirittura: è marcio. Crolla mancandomi di poco, con un sordo fracasso di metallo corroso che si disfa del tutto.

Via, e di corsa. Quelli capiscono, il calibro 12 spara e massacra aghi di pino. Speriamo che la moto non slitti:questo non è un enduro. Ma il fondo è discreto: nella terra si indovina una massicciata, massacrata quanto si vuole ma ancora in sito. Spero solo di non toccare la coppa, la sento a volte strusciare, sento l’acciaio delle marmitte fare "ting" quando urta qualcosa al suolo. Le gomme sono nuove, e il bicilindrico "ruzza". Su, su, mi inerpico nel cuore della proprietà SIVID-Italchemik, per la sinuosa strada fatta costruire a suo tempo dal cav. Scanarotti. Mi aiuto coi piedi a mantenere l’equilibrio quando la moto scarta come un mulo. "Non per queste imprese fosti acquistato, povero California!", penso a mezza voce.

Con la macchina, ero fregato. Vedo giù la 127 messa di traverso, verso valle, ed a monte c’è il trattore. Di sicuro dietro al distributore, in quella specie di provvidenziale budello, non ci sarei potuto entrare in auto. Prego solo che il California non slitti, non sbandi. Sono due quintali e mezzo più il mio peso. E comincio a sentirmi sfiancato dall'assurda avventura.

Sebbene impegnato a guidare, mi osservo attorno. Passo accanto a rovine incredibili. Piatti fabbricati, in calcestruzzo, dalle decorazioni liberty che si sciolgono nell’umidità, coperti di muschio, con finestre buie dietro gli infissi metallici corrosi. Cisterne affioranti dal suolo, fra gli aghi di pino, con sportelli rugginosi spalancati su oscurità minacciose. Tubi come serpenti rossastri, che emergono dal terreno e vi sprofondano nuovamente dopo pochi metri. Cabine dai portelli spalancati, e dentro, nella penombra, valvole in ghisa rugginosa, dalle forme panciute e sinuose in uso ai primi del Novecento, coperte dal muschio. E’ il misterioso acquedotto della SIVID.

Arrivo in cima, dove la pineta si dirada. Qui, una zona di fitti cespugli, ma assolata, radiosa. Seguo il tortuoso proseguimento della strada, saltellando e rischiando la marmitta sui sassi della massicciata, sporgenti e biancastri. Di lato, regolarmente appaiono dei grossi tombini, nei quali si intravedono le solite valvole.

Credo d’essere quasi alla stessa altezza del Passo. Probabilmente questo è uno dei dossi spelacchiati che vedo transitandovi: anzi, dall’ergersi di quella punta sopra di me, riconosco il posto. Sovrasta S. Miro. Qualcosa mi dice che sono diretto proprio là. Adesso debbo passere sopra quelle che mi appaiono come delle vasche, o dei bacini scoperti, e poi scenderò dall’altra parte, dietro alla SIVID, eludendo gli inseguitori. Almeno spero...

Sono praticamente sopra un dirupo. Dinanzi a me la stradina sbuca su un… ponticello, così chiamerei quella passerella cementizia che scavalca dei bui recessi rettangolari, seminascosti dalla vegetazione. Non c’è parapetto o corrimano:la striscia di cemento armato è larga circa un metro e mezzo. A valle ho una visione stupenda di Rivasciutta, del lago e di tratti della strada da me percorsa. E vedo, come formiche, i solerti paesani che si affannano a darmi la caccia. Sono radunati presso alcune curve, dove indovino esserci i vari cancelli dell’acquedotto. Non capisco se intendano forzarli o chiuderli.

"Vogliono chiudermi dentro, così prima o poi mi arrenderò, o cercherò di uscire finendo in mezzo a loro. Non hanno che da stare lì ad aspettarmi. Hanno tutti proprietà sparse per la montagna, controllano tutta la strada. O stanno studiando un modo per inseguirmi fin qui, magari con un trattore, stanandomi con una caccia all’uomo". Rifletto stancamente, ma con lucidità. Mi sento in guerra, ma non so per cosa o per chi sto combattendo, se non per la mia pelle. Non dubito certo che qualsiasi cosa faccia per nascondermi, se penetrano nel grande perimetro della proprietà Italchemik prima o poi riusciranno a scovarmi, a meno che davvero io non scopra un anfratto così nascosto e segreto da accucciarmici… per quanti giorni?

Nemmeno mi va di abbandonare la moto: sarà sciocco, ma l’ho pagata troppo, e poi mi spiace. E finora è stata la mia salvezza. Che possa esserlo ancora?

Non aspetto certo che i miei inseguitori stiano a scervellarsi sulla tattica da seguire… posto che, essendo quello che la mia mente non vuole (e non avrebbe motivo di…) credere, siano in grado di "ragionare". Se parlano… se guidano e sparano… beh, allora pensano. A modo loro, ovviamente… un modo del quale non mi va di sperimentare le conseguenze.

Mi domando solo come e se non se ne abbia notizia nei paraggi. Del resto in Italia oggi non c’è più alcuna zona propriamente "isolata". Almeno pare. Però, qui è successo. Possibile che nessuno…

Dal basso un rombo soffocato mi distrae. Il trattore che è servito per tagliarmi la via, un prodotto Landini vecchio credo di cinquant’anni ma ancor pimpante, si è avventato contro un cancello. Si tira dietro il suo rimorchio, sul quale prendono posto diversi simpaticoni, certo di quelli che hanno cercato di farmi la festa giù al vecchio distributore. Gli altri, appiedati, sembrano esitare. Brulicano come insetti, poi uno alla volta si avviano su per il varco. Hanno delle cose fra le mani, inutile illudersi che siano solo dei bastoni: attrezzi agricoli, asce, fucili da caccia…

Via, via di qui. Non so quanto sia ampia l’area recintata, ma può diventare una trappola se mi ci trattengo troppo. Da che parte un’uscita sgombra, non controllata da "loro"? Maledetto me e la mia superficialità!!!!

Valico il ponticello, che sembra flettersi sotto il modesto peso della moto. Rifletto sul fatto che è vecchio di cento anni: e che certo non reggerà il peso del Landini e del suo rimorchio. E troppo stretto, certo. La mia speranza è che, arrivati quassù caschino nelle cisterne e che…

E che? Che "qualcosa" li corroda, li distrugga? Qualcosa di cui la mia mente subodora chissà quale influsso? …Mi tornano alla mente, come fantasmi, vecchi titoli di giornale. Vecchie polemiche sulle Tv locali…

O che semplicemente si fermino?

"Sono profondi?" penso considerando i vani di raccolta acque… profondi o no, sono un ostacolo, almeno così io valuto sulle prime. E la passerella è stretta.

Evviva la moto.

Sono salvo!

Eccomi dall’altra parte, sano e salvo. Per ora, e non mi conviene sprecare il vantaggio.

Via, giù verso S. Miro, il borgo che so esserci a valle di tutto questo. Un borgo tranquillo, agreste e che…

Sto letteralmente domando il pesante Guzzi giù per la viuzza - una mulattiera, gerarchicamente parlando - per S.Miro, e certo non mi pongo interrogativi.

Se mi garba andrò dal Maresciallo della locale stazione C.C. Credo che lui mi darà del matto, credo che però se ha briciolo di cervello esperirà degli accertamenti…

Sbuco nella piazza. Alla mia destra ecco un inquietante monumento, che conosco da anni: il sepolcro di un famoso scrittore, americano credo, innamoratosi di questi posti fino a venirci a passare gli ultimi anni. Donò una somma impressionante a patto di venire sepolto qui… e, ai tempi, si poteva.

E' un’edicola, chiusa da un’inferriata. Come le consuete "madonnine", tradizionali da queste parti.

E’ aperta. Forzata. Il lume spento. I fiori a terra.

Nell’aria (…nella mia mente?…) aleggia una musica… "ascolta questa voce/ chi parla…"

No, nessuno parla. Solo il pulsare sordo del motore.

S. Miro è deserto… o mi sbaglio?

Sì… mi sbaglio, eccoli…

Sono lì, a destra, dove la via corre verso l’alto lago… e a sinistra, dove torna verso Rivasciutta, al momento l’ultimo posto al mondo dove vorrei andare. Sono lì… e dietro vetri polverosi, nell’ombra di abitacoli che sanno ormai di muffa… Giulia Super, Alfa 1750, …1100… i cui motori iniziano ad avviarsi.

La gente avanza pian piano, in due ali compatte. C’è anche il Maresciallo, sorride gelido, gli occhi due bottoni scuri.

Mi fermo e metto la "prima"… quando il motore singhiozza e si spegne. Sul cruscotto brulla accusatrice una luce gialla, la riserva, che io non ho considerato nella mia folle fuga…

E’ silenzio. La gente mi osserva, muta.

Dei passi… "mio caro amico…" dice una voce in un italiano stentato.

Guardo la grata divelta. La mia mente vacilla.

I passi sono accanto a me.