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CON LA PASSIONE NEL SANGUE
( Cinzia Ceriani )
Giungeva soave, alle mie orecchie, lo scorrere fluido delle dita di mia sorella sulla tastiera del pianoforte.
La immaginavo, nella grande sala della biblioteca di famiglia, seduta davanti a quello strumento a coda, laccato di nero, abbandonarsi alla melodia, a quelle note che sapeva riprodurre così bene.
Chopin, Beethoven, Wagner, Vivaldi. Conosceva ogni loro opera, ogni evento, significativo o meno, della loro esistenza, della loro professione. Si divertiva parecchio a leggere le loro biografie e fantasticava di trovarsi anche lei, un giorno, fra quelle pagine, un’intera vita compressa nelle poche righe di un paragrafo o due. Quando suonava teneva gli occhi chiusi e lasciava che la sua testa oscillasse a destra e a sinistra rapita dalla musica.
Iniziò a studiare il piano fin da piccola. Credo abbia avuto all’incirca cinque o sei anni la prima volta che ne vide uno, esposto nella vetrina del negozio di musica del centro commerciale, e fu amore a prima vista. Cominciò a saltellare indicando con il ditino lo strumento di là del robusto vetro e afferrò nostro padre per la manica della camicia trascinandolo verso l’ingresso del negozio.
- Dai, lo so che non possiamo comprarlo, ma almeno entriamo a vederlo, ti prego! - Piagnucolava.
All’inizio, quando le disponibilità economiche della famiglia non potevano consentirle di possederne uno, né di frequentare delle vere e proprie lezioni, Rose si esercitava come poteva al piccolo strumento bianco a muro della nostra vicina di casa, una signora distinta e di mezza età, molto gentile e particolarmente affezionata a mia sorella senza un motivo apparente. Qualche anno prima, la donna, perse la giovane figlia, sposatasi da poco, in un incidente aereo mentre era di ritorno da un viaggio di lavoro. Solo dopo la sua morte, i famigliari della giovane, scoprirono che aspettava un bambino da alcuni referti clinici rinvenuti fra i suoi effetti personali. Lo shock fu tremendo. Il marito, vedovo, si buttò a capofitto nel lavoro rifiutandosi di parlare e di instaurare nuovi legami; la madre, invece, riversò tutto il suo dolore represso sui bambini malati terminali del reparto di oncologia dell’ospedale.
Crescendo, Rose, imparò a suonare da autodidatta. Si era comprata dei libri e degli spartiti musicali con i suoi risparmi, frutto di qualche lavoretto dopo la scuola come baby sitter per i figli di un paio di avvocati e geometri del quartiere. Piano piano riuscì ad affinare il suo stile dimostrando una costanza e un talento fuori del comune. Una passione viscerale.
Grazie ad un avanzamento di carriera e una conseguente promozione a capo ufficio, nonché responsabile per le risorse umane dell’azienda per la quale lavorava, nostro padre guadagnò tanto da permetterci di abbandonare il minuscolo appartamento al terzo piano di una palazzina di periferia, dove vivevamo ormai da parecchi anni, e trasferirci in una graziosa villetta a schiera nel centro storico della città. Lasciare i nostri amichetti e le nostre vecchie abitudini fu traumatico, soprattutto per me, ma, incantate dal frenetico brulicare delle persone e dalle molteplici opportunità gettate ai nostri piedi, ci abituammo subito all’idea. Mia madre lasciò il lavoro alla lavanderia in piazza Duomo; mia sorella Rose potè finalmente avere il pianoforte a coda che sognava fin da bambina e un insegnante privato, pur continuando a tornare, una volta alla settimana, da quella cara vicina che così volentieri accoglieva Rose fra le pareti della sua intimità e la stava ad ascoltare per ore, in silenzio, nei suoi testardi provare e riprovare.
L’insegnante era un giovane ragazzo alto e moro, poco più che venticinquenne, appena diplomatosi al conservatorio che, per arrotondare il suo magro stipendio di cameriere in un agriturismo della zona, impartiva lezioni per venti euro all’ora e suonava in un piano bar nelle serate libere.
La sua era una famiglia come tante, di umili origini. Il padre era operaio in una delle fonderie più grandi e importanti della provincia e quando gli toccava il turno di notte, Luca, mi pare si chiamasse, faceva sempre in modo di rimanere a casa con sua madre, impiegata alle poste.
Veniva a casa nostra due volte a settimana, quattro ore in tutto, divenute sei all’insistenza di mia sorella.
Fu a causa sua se sei mesi più tardi Luca decise di andarsene rinunciando alle lezioni. Rose era altera e spocchiosa; si comportava come una ragazzina capricciosa, esigente e pretenziosa.
Voleva assoluta dedizione e concentrazione. Non permetteva a niente e a nessuno di disturbare o interrompere e costringeva il ragazzo a fermarsi oltre l’orario stabilito impedendogli di andarsene fino al raggiungimento di una perfetta esecuzione dell’esercizio.
Esisteva solo lei e la musica, la sua anima, il suo cuore. Il resto del mondo circostante, le persone e i loro pensieri non contavano nulla. Rifiutò la cena che la mamma, un paio di sere prima, le aveva amorevolmente portato gettandogliela addosso e mancandola di poco. Un semplice piatto di minestra destinato al secchio rosso del moccio.
Talvolta, nei suoi occhi fieri e luminosi, potevo scorgere il demone dell’avidità e della passione emergere, prepotente ed egoista, ed impossessarsi di lei. Vedevo la scintilla del suo amore per la musica sbarazzarsi orgogliosa, senza alcun rimpianto, di ciò che musica non era, di ciò che a lei non importava.
Le urla e gli insulti si propagarono ovunque nella casa. Papà fece segno di voler dare un taglio alla scenata, ma la mamma, silenziosa e pacata come sempre, lo bloccò poggiandogli una mano sul braccio.
Andandosene, il ragazzo, ringraziò i miei genitori rifiutando il compenso della giornata.
- Lascia stare papà - rispose Rose alla proposta di cercare subito un altro insegnante, - Non ho bisogno di nessuno, posso studiare benissimo da sola, non voglio nessun insegnante incompetente e presuntuoso in mezzo ai piedi. -
In camera, distesa sul letto, Rose piangeva di rabbia accusando il mondo di superficialità e noncuranza nei confronti di un privilegio che Dio aveva donato all’uomo. La musica.
Mi urlava di andarmene, di lasciarla in pace. Chiusi la porta della camera dietro di me e subito sentii la chiave, dall’interno, girare nella serratura.
Ricordo il camminare agitato e insonne di mio padre, avanti e indietro lungo il corridoio, durante le lunghe notti in cui Rose si metteva al piano, il pregare melanconico della mamma e il mio volto rigato dalle lacrime.
- Smettila, Rose, per favore, smettila! - Singhiozzavo correndo da lei, disparata, a picchiare le mani, a palmo aperto, sul piano.
Rapida e folle, per un secondo fissava lo sguardo su di me, poi continuava a suonare.
Volevo alzarmi dal divano, salire in biblioteca, al piano superiore, e implorarla, per l’ennesima volta, di smetterla; avrei voluto afferrarla per le spalle e scuoterla, farle ritrovare quel poco di lucidità oscurata dall’ossessione. La mamma sedeva sulla poltrona vicino alla grande lampada in ferro battuto e, sollevandosi dal suo lavoro a maglia, mi rivolgeva un sorriso forzato più espressivo di mille parole.
Avevo in corpo una tensione tale da non riuscire più ad aspettare; non riuscire più a sopportare la bellezza dell’aria che da ormai tre giorni mia sorella ripeteva insoddisfatta, senza tregua, senza cibo, ininterrottamente.
Papà uscì a prendere una boccata d’aria in giardino e io vagai con lo sguardo nel grande soggiorno rigirandomi tra le mani un libro di poesie. Ne sfogliavo ritmicamente le pagine incapace sia di soffermarmi a leggere che di posarlo sul tavolino in rovere, accanto al divano, sopra cui la tazza di the aromatizzato alla pesca fumava ancora.
Sospiravo, lasciavo e riprendevo il piccolo volume, cambiavo di continuo posizione e guardavo la mamma concentrata sul suo lavoro, a capo chino, per nascondere la muta invocazione all’immagine del santo che teneva sulle ginocchia.
Il libro cadde a terra provocando un rumore sordo e io, con il tacito assenso di mia madre, salii le scale.
La porta dello studio era aperta, entrai, e dopo aver trovato ciò di cui avevo bisogno mi diressi alla sala di lettura. A mano a mano che mi avvicinavo la melodia sembrava volermi perforare il cranio; batteva assordante nell’anima, devastante, come un carro armato in un prato fiorito.
Dalla finestra della stanza entrava una calda luce pomeridiana. Il tramonto colorava l’ambiente di intensi riflessi arancioni e vermigli, mescolati, come sulla tavolozza di un pittore, con il sangue di Rose.
Aveva le unghie spezzate e i polpastrelli, segnati da profondi tagli, macchiavano, sprezzanti, il candore della tastiera; il suo volto era sporco di sangue e lacrime ma lei non si fermava.
Suonava, esausta e sanguinante, vittima di un incantesimo malvagio.
Mi supplicava con la voce rotta dal dolore.
- Aiutami…-
Guardando mia sorella mi sentivo soffocare, schiacciata, all’interno di un bunker le cui pareti, a mano a mano, si stringevano attorno a me.
Immobile, sulla soglia, sollevai il braccio impugnando la rivoltella di mio padre, un vecchio cimelio lasciatoci in eredità da mio nonno, e sparai. Sentii la mano bruciare di dolore, trafitta da una lama incandescente, e il mio corpo fu spinto all’indietro contro la parete dell’anticamera.
Quando mi avvicinai, inginocchiandomi, vidi la ferita sul petto di Rose, il sangue che le imbrattava la camicetta e lei, finalmente serena, mi sorrise per l’ultima volta mentre le passavo una mano fra i capelli umidi di sudore.
- Torno subito, Rose. - dissi alzandomi - Vado a dire alla mamma che sei tornata in te. -