| www.domist.net articoli |
IL DIO SCRITTORE di Ceriani Cinzia
Secoli di storia dimostrano come l’inconscio desiderio dell’uomo di volersi sostituire a Dio, o quanto meno di volerlo eguagliare, arrogandosi il diritto di decidere della vita e della morte di altre persone, creando e distruggendo subito dopo, ha condotto l’uomo stesso a pensare e ad agire sfiorando, a volte senza nessuno scrupolo, il limite ultimo della follia.
La deportazione degli Ebrei nei campi di sterminio nazista, chi andava a destra e chi andava a sinistra, chi viveva e chi moriva; la pena di morte ancora in vigore in alcuni stati d’America, la Santa Inquisizione ideata dall’uomo per punire i peccatori, purificandoli pubblicamente con il fuoco, in nome di Dio; nonché il quasi totale sterminio dei nativi americani ad opera del “grande uomo” europeo sono solo alcuni fra gli esempi più eclatanti.
In realtà l’oppio dei popoli altro non è che uno strumento di comodo nei momenti di difficoltà; la maschera dietro la quale si celano fanatismo e sete di potere. L’uomo ha sempre voluto essere un Dio, l’essere superiore per eccellenza, eliminare ciò che è scomodo e tentare con ogni mezzo la lunga scalata verso la divinità.
Ennesima dimostrazione di ciò è la tecnologia. La fecondazione artificiale in vitro, la clonazione, le manipolazioni del DNA e le cellule staminali ricavate da embrioni sospesi, in attesa di vivere o morire, in un limbo di ghiaccio. Sarebbe lunga la lista di tentativi falliti e riusciti, ma solo un tipo di uomo, metaforicamente parlando, può affermare di avercela fatta e dire “Io sono un Dio”: lo scrittore. Per l’animo sensibile, per la sua intelligenza, per la sua particolare capacità di portare all’estremo sentimenti forti quali la gioia e il dolore, per la sua predisposizione alle sfumature e per il suo talento. Lo scrittore più di chiunque altro è in grado di plasmare, pagina dopo pagina, un vero e proprio mondo con le sue regole, le sue storie e le sue tradizioni, può creare nuove religioni, civiltà, paesi e continenti, montuosi o pianeggianti, circondati dal mare o immersi in lussureggianti foreste; dona personalità ai suoi personaggi decidendone la vita o la morte, vittime o assassini, e guida le loro azioni, i loro comportamenti e stati d’animo in un rapporto di causa- effetto.
È quindi inevitabile, se di letteratura si vuole parlare, identificare lo scrittore con Frankenstein, il folle quanto ambizioso scienziato partorito dalla fervida immaginazione della diciannovenne Mary Shelly.
Volti entrambi al raggiungimento di un obiettivo comune, dare vita ad una creatura o ad un romanzo, Frankenstein, in modo grezzo ma preciso, cuce e assembla i brandelli di vari cadaveri riesumati dalle tombe fino a modellare un corpo dalla forma umana, caotico e disconnesso, privo di quell’armonia di cui lo scrittore, al contrario, permea i suoi scritti. Egli inserisce i suoi personaggi, principali o secondari, in un contesto più ampio, immersi nell’ambientazione e imprigionati dal susseguirsi degli eventi e dalla loro logica o imprevedibile conclusione.
Il successo di “Frankenstein”, soprattutto in un' epoca fortemente razionale come l’illuminismo, che proprio in quegli anni, 1815- 1818, vedeva il suo declino, è dovuto, in primis all’esaltazione della scienza e in secondo luogo al fatto che il lettore si identificava con il personaggio di Frankenstein vedendo in lui quella scintilla divina, propria di ogni uomo, che consente di varcare i naturali confini posti tra Dio e l’uomo stesso.
Da sottolineare che in realtà chi ha dato vita all’essere mostruoso e al suo creatore è lo scrittore, l’autrice, in questo caso, che ha trasmesso al suo protagonista quell’impronta divina che le ha permesso di dare forma al suo romanzo e alla fetta mondo insita nelle sue pagine.
Alla luce di quanto detto sopra, allora, essere uno scrittore, ed essere perciò in grado di riprodurre, con carta e penna, l’atto della creazione, la genesi, per usare termini religiosi, è uno dei tanti mezzi attraverso il quale l’uomo s’innalza a divinità o solo la conseguente manifestazione di una condizione innata?
Certo il dubbio è lecito, ma si può comunque dare agio alle due affermazioni di coesistere.
Infatti, chi scrive e vuole diventare uno scrittore lo fa ognuno apportando motivazioni diverse: per passione, come sfogo per le sofferenze interiori, per solitudine, o semplicemente perché solo nel guardare un libro, un foglio bianco ed una penna non può fare a meno di sedersi ad un tavolo e cominciare a mettere nero su bianco ciò che ha nel cuore e nella mente, istintivamente.
Quale romanziere può negare, se si ferma qualche secondo a riflettere, di sentirsi il Padre Creatore della sua opera e dell’universo, reale o fantastico, che essa custodisce, dei suoi abitanti e delle loro relative gioie, dolori e caratteristiche?
Prendiamo ad esempio Tolkien. La popolarità della sua trilogia, “Il Signore degli Anelli”, non riguarda tanto l’intreccio ma, quanto ciò che circonda l’intreccio. Hobbit, elfi, nani, maghi e uomini convivono e lottano insieme per una causa comune, città, paesi e contee con le loro lingue, i loro canti e i loro modi di pensare. Tolkien ha creato tutto questo, ogni singola battaglia, uccisione o intrigo.
Con una semplice parola di quattro lettere lo scrittore ritorna al suo stato di comune mortale. Fine. Fine dell’opera e fine del suo essere Dio. Ad ogni scritto, ad ogni romanzo lo scrittore si innalza a Creatore indiscusso. Contempla il suo operato, lo legge e lo rilegge incredulo del potere della sua mente e indifferente alla continua lotta di ammutinamento, da parte dell’uomo, per quel Dio misericordioso che dall’alto li osserva scrollando le spalle.