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Crune dell’ago e cammelli.
di Davide Zingone
Nel Vangelo di S.Matteo si legge: “E’ più facile che un cammello passi nella cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei Cieli”. Non so a voi, ma a me l’immagine di un cammello usato come filo di cotone è sempre suonata come un divertente nonsense. In realtà pare che San Gerolamo, l’autore della vulgata editio della Bibbia, traducendo dal greco al latino interpretasse la parola kamelos come cammello, mentre l’esatto significato sarebbe “grossa fune usata per l’attracco delle navi”. Se non altro, in questo modo la frase acquisterebbe più coerenza. Qualcuno ha anche pensato che dalla parola kamelos derivasse il nome degli scaricatori del porto di Genova, chiamati Camalli. Tuttavia l’etimo di questa parola è ben diverso e proviene dall’arabo hammal, che vuol dire “portatore”.
Un’altra versione, peraltro non documentata, dice che la “Cruna dell’ago” sarebbe stato il nome di un passo di montagna talmente stretto che un uomo vi ci passava a fatica e che a maggior ragione per un cammello sarebbe stato impossibile da attraversare. Il senso del versetto, comunque sia, resta abbastanza chiaro.
E a proposito di traduzioni fatte male, o non fatte per niente, mi sembra interessante scomodare il cinema holliwoodiano, e in particolare i film di indiani e cowboys, nei quali è tipico vedere l’immancabile guerriero pellerossa che torna al suo villaggio e saluta l’anziano capo con un misterioso “Augh”. In realtà si tratta di un falso storico: non c’è nessuna lingua tra quelle delle tribù indiane conosciute che contempli la parola “Augh”, e inoltre questo saluto veniva rivolto solo ai bianchi. L’arcano si spiega ricordando che i primi colonizzatori occidentali delle immense pianure americane parlavano inglese, e quando venivano a contatto con indigeni pellirossa cercavano di comunicare a gesti o con brevi frasi, tipo “Come cacciate? Come vivete?” (in inglese How do you hunt? How do you live?). E visto che molto spesso le domande cominciavano con how (letteralmente “come”), gli indiani pensarono che quella parola, di cui Augh riproduce approssimativamente il suono, fosse sacra o quanto meno gradevole all’orecchio dell’uomo bianco e cominciarono a salutarlo rispettosamente con quella parola. Beata innocenza indigena…
Nel tempo della mia innocenza, invece, come molti miei coetanei guardavo alla tv gli episodi dei miei robot giapponesi favoriti. Chi non ricorda Goldrake, Mazinga o Jeeg Robot d’acciaio? Eppure robot non è una parola giapponese, e tantomeno inglese o francese (e quindi non è giustificata la pronuncia “robò”, senza la “t” finale). Si tratta invece di una parola ceca, che vuol dire “lavoro forzato”. Esiste anche rabota, che ha la stessa radice di robot e significa “servitù”. In sostanza, quindi, il robot non sarebbe altro che l’equivalente di uno zombi di metallo e la cosa, sia detto per inciso, mortifica un tantino i miei miti dell’infanzia…
Infine, mi piacerebbe concludere con un bel brindisi, che non ha niente a che vedere con l’omonima città pugliese. Brindisi è la vecchia Brundisium dei romani, dalla parola messapica (antica lingua italica) brunda, che significa “cervo”. Per trovare l’etimo del nostro brindisi, invece, dobbiamo andare a Roma, attorno all’anno 1527. I lanzichenecchi di Carlo V saccheggiarono l’urbe e festeggiarono la vittoria alzando i calici e gridando (Ich) bring dir’s, cioè “Io ti offro questo”, da cui, appunto, brindisi, che noi italiani abbiamo insegnato anche agli spagnoli, che dicono brindis. L’usanza di brindare scambiandosi un “alla tua salute”, invece, deriverebbe dal fatto che nel medio evo si credeva che l’alcol contenesse degli spiriti capaci di esaudire i desideri di chi li bevesse. Sarebbe bello poterci credere ancora: alla nostra!