L’inglese, vocabolario del mondo

di Davide Zingone    

 

Viaggiando in lungo e in largo per il mondo si può facilmente constatare come alcune parole siano diventate ormai internazionali e non abbiano bisogno di traduzione. Il contadino yemenita, il banchiere olandese, l’allevatore peruviano, il commerciante russo, il professore ucraino, il violoncellista sudafricano e il calciatore italiano indossano i jeans, mangiano sandwich,  brindano con un cocktail, e tornano a casa in jeep per guardare la soap opera. Le parole inglesi, in particolare, già da tempo sono partite alla conquista dei vocabolari di tutto il mondo, e questa “neo-colonizzazione” di tipo lessicale sembra molto bene avviata: in un futuro abbastanza prossimo le lingue del mondo potrebbero somigliarsi tutte, e quello che poteva essere un arricchimento culturale rischia di diventare un appiattimento, con buona pace di puristi della lingua e fans del villaggio globale.

In Francia, da sempre orgogliosi della loro lingua, veicolo della diplomazia internazionale fino all’inizio del secolo scorso, hanno provato a difendersi dall’inglesizzazione con l’autarchia linguistica, cioe riproducendo espressioni inglesi con parole francesi. Ma trasformare il fast-food in pret-à-manger non lo rende meno dannoso per il fegato. Meglio gli spagnoli, che si vendicano oltraggiando il vocabolo straniero fino a farlo sembrare indigeno: suéter, mitin, nocáut (rispettivamente rivisitazioni ortografiche di: sweater, meeting, knock-out, cioè “maglione”, “incontro”, e “fuori combattimento”). L’apoteosi spetta a noi italiani, sempre ossequiosi verso l’oppressore straniero: non solo abbiamo accettato l’orda barbarica di parole inglesi senza batter ciglio (al limite storpiandone un po’ la pronuncia), ma convinti (chissà perché?) che il termine anglosassone faccia più chic, ne abbiamo addirittura inventati alcuni di sana pianta.  E’ il caso, per esempio, del flipper, la rumorosa macchina con palline e lucette che fa tanto anni ’60, con cui tutti abbiamo giocato, che in inglese è conosciuta come pin-ball (mentre flipper è la pinna del delfino). Oppure di footing, che in inglese è il basamento delle statue equestri (in inglese il termine esatto per indicare la corsetta nei parchi per tenersi in forma è jogging). Per non parlare dell’autostop, modo alternativo (ma pericoloso) di spostarsi da un luogo all’altro, che ha permesso a un’intera generazione di viaggiare in maniera economica (ricordate la Beat Generation e la letteratura fatta on the road negli anni ’60 del secolo scorso?). Solo che in inglese fare l’autostop si dice to hitchhike

Eppure, nonostante tutto, alcuni termini inglesi sono talmente radicati nella nostra cultura da essere ormai indispensabili ed insostituibili. E’ il caso del famigerato OK. In tre quarti del globo quelle due lettere significano che tutto va bene, ma l’origine di questa parola è avvolta nel mistero. Si dice che durante la guerra civile americana (1861-1865), quando i soldati tornavano dalla battaglia, gli ufficiali segnassero su una lavagna il numero delle vittime. Per due o tre volte di seguito non ci furono morti, e quindi sulla lavagna fu scritto 0 K (zero killed). Qualcun altro ha scomodato la lingua della tribu indiana Choctaw, dove la parola Oke significava pressappoco “sta bene”. In realtà, la parola OK appare scritta per la prima volta nel 1839 sul giornale americano Boston Morning Post, che aveva diffuso la moda di scrivere iniziali e mettere tra parentesi il significato. OK apparve come forma umoristica di All Correct (scritto Oll Korrect).

Meno fondamentali ma altrettanto indebellabili sono quei pastrocchi televisivi di mille o più puntate dove si assiste a ogni genere di esagerazioni e attentati contro etica, morale e buon senso (le signore amanti del genere mi perdoneranno questa critica fatta con il sorriso sulle labbra) che in spagnolo si chiamano telenovelas (cioè, “romanzi televisivi”), e in inglese sono universalmente conosciuti come soap operas. All’inizio degli anni ’50 del secolo scorso la televisione statunitense cominciò a trasmettere drammatizzazioni che ritraevano aspetti della vita domestica quotidiana. Tali programmi venivano trasmessi nelle ore mattutine e a ridosso dell’ora di pranzo (come oggi, del resto) e si rivolgevano essenzialmente al pubblico femminile. In breve tempo le industrie cosmetiche, che all’epoca producevano prevalentemente saponette (non essendo ancora stata inventata l’infinità di prodotti moderni per la bellezza, come shampoo, pomate, creme e liquidi idratanti, esfolianti, ringiovanenti, anti-rughe, antiossidanti, revitalizzanti, e Dio sa cos’altro…), cominciarono a sponsorizzare questi programmi, che quindi finirono per prendere il nome di  “opere saponetta”. Se si pensa che l’Opera è stata a partire dalla fine del XVIII secolo una delle più alte espressioni dell’ingegno artistico umano, si comprende facilmente il tono ironico dell’espressione.

Cambiamo decisamente argomento e dedichiamoci all’arte culinaria. Per chi si commuove ancora davanti ad una fragrante rosetta imbottita di prosciutto crudo e mozzarella di bufala, diventa abbastanza complicato accettare l’idea molto più anglosassone del sandwich, cioè due fette  di pane tostate e imburrate con in mezzo una fetta di carne, che si consuma in fretta e furia, magari in piedi. In realtà Sandwich è il nome di un distretto del Kent, nell’Inghilterra sud-orientale. Si racconta che John Montagu, Conte di Sandwich, fosse un uomo piuttosto antipatico e talmente incline al gioco delle carte che non si alzava dal tavolo verde neanche per mangiare. Allora il suo domestico prese l’abitudine di  portargli al tavolo le fettine di pane di cui sopra, che potevano essere mangiate con una sola mano, mentre l’altra continuava a sorreggere le carte. A quanto pare l’idea è stata esportata.

E cosa dire del cocktail? E’ senz’altro più scenografico di una semplice bibita alcolica, ma a conti fatti cocktail vuol dire solo “coda di gallo”. E messa così perde un po’ di fascino. Di tutte le fantasiose ipotesi che vorrebbero spiegare l’origine di tale nome, non ce n’è una sola che soddisfi in pieno. E’ molto probabile che l’ipotesi più semplice sia anche la più attendibile: la miscela di liquori (e quindi di colori) diversi nel cocktail richiamerebbe per associazione la coda variopinta del gallo. 

Anche per chiedere aiuto bisogna affrontare l’inglese. Chi lancia un S.O.S., infatti, deve sapere che quelle tre lettere sono l’abbreviazione dell’espressione inglese Save our souls, cioè “salvate le nostre anime”. In realtà SOS è divenuto il segnale internazionale di richiesta d’aiuto perché è il messaggio più semplice da inviare in alfabeto Morse dato che consta di 3 punti, 3 linee e 3 punti (…---…). E’ interessante notare, a questo proposito, la parola Mayday, usata come richiesta d’aiuto nell’aviazione, e che letteralmente vuol dire “Primo maggio”. In realtà si tratta della storpiatura del francese m’aidez, cioè “aiutatemi”.

Tra le parole inglesi citate all’inizio dell’articolo ce ne sono due che ancora non abbiamo preso in considerazione: Jeep e Jeans.

La prima, che indica il fuoristrada, è semplicemente l’abbreviazione dell’espressione in uso presso l’esercito americano General Purpose (G.P.) Car, cioè macchina “adatta per ogni scopo”. Per quanto riguarda l’origine della parola jeans, invece, ci siamo di mezzo anche noi italiani. Infatti all’inizio del 1900 a Genova si produceva un tessuto molto resistente di colore blu che veniva esportato in America in casse con la dicitura francese Bleu Genes ( “blu di Genova”, che letto in inglese suona come blue jeans). Questo tessuto era all’inizio destinato a coprire i boccaporti delle navi, ma poi si vide che era utilizzabile come indumento di lavoro tanto nell’agricoltura come nelle fabbriche e nelle miniere, per la sua resistenza. E pensare che oggi un paio di jeans possono costare quanto un abito elegante…