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J.G.Ballard e la seduzione dell’inorganico di cyb.emi

 

 

parte prima: La morte degli affetti.

 

 

Nella società contemporanea il tempo vissuto, costruito su una catena di non-eventi, le azioni ripetute e insignificanti della quotidianità, collassa sempre più spesso in noia. L’assuefazione ai frequenti e sempre più ravvicinati sviluppi della tecnica e della scienza ha quasi anestetizzato l’uomo nei confronti di qualunque divenire. L’idea di progresso, priva della “condizione della temporalità”[1], si è così svuotata di senso ed è stata sostituita, nell’immaginario collettivo, da un presente ipertrofico, che dilatatosi a dismisura, ha fagocitato passato e futuro. Nel contesto fin qui delineato i mali della psiche, che affondano le loro radici nel disagio della civiltà [2] raccontato da Freud, culminano “nella perdita più atroce del secolo: la morte del sentimento”[3], vale a dire della capacità del sentire, dell’essere “affetti” dagli eventi. L’apatia ha tutto un contraltare di ossessioni, nevrosi, stati alterati della coscienza e della personalità che Ballard esplora nelle sue opere con curiosità, usando l’occhio clinico di chi non ha pregiudizi. In quelli che lui stesso definisce i suoi romanzi tecnologici (La mostra delle atrocità, Crash, Il condominio) anticipa l’analisi di quegli “stadi di mutazione post-umana”, riconducibili al rapporto fra “ipertrofia tecnologica e modificazione delle strutture profonde della psiche”[4] che soltanto vent’anni più tardi sarebbero entrati a far parte dell’immaginario collettivo. Ma l’inizio di una più complessa articolazione dell’esplorazione dello spazio interno[5],  risale alla scrittura, dopo una vasta produzione di racconti brevi, del suo primo romanzo. La fantascienza, o fabulazione speculativa, come afferma Robert Scholes[6] ha da sempre insistito su una discontinuità radicale tra il suo mondo e il mondo dell’esperienza umana ordinaria, oggettivando questa discontinuità come un altro mondo, un luogo alieno. La mostruosità dello sviluppo tecnologico, però, che essa aveva narrato in ibridi uomo-macchina, eroi automatizzati o automi antropomorfizzati appare realizzata, banale e quotidiana nella società post-moderna. L’area dell’impossibile è stata drasticamente ridotta dai progressi della conoscenza che hanno reso possibile l’invio di sonde nello spazio e la mappatura del genoma umano. I nuovi territori da esplorare, le nuove formulazioni di tutte le categorie dell’umano, che sono sempre stati argomento dei migliori romanzi di fantascienza, devono essere cercati altrove, non più nelle meraviglie offerte da una tecnologia che non stupisce più nessuno, ma in qualcosa di più profondo che sia alla radice del mutamento, protagonista indiscusso a prescindere dal tempo storico cui è legata la scrittura. Il corpo, inteso nella sua totalità, come fusione di carne e anima, di pensiero e strutture percettive è da sempre il territorio in cui si inscrivono tutti i segni dell’interazione col mondo in perenne mutazione. L’ultima esplorazione possibile allora, è nell’introspezione intra-organica, con la corporeità fisiologica che diviene bruscamente l’ultima unità di misura dello spostamento in seno a un corpo animale divenuto l’ultimo pianeta.[7]

-cyb.emi-

 



[1] Adorno T.W., “Progresso e feticismo”, millepiani, 21, 2002, p. 13

[2] Saggio di S.Freud del 1927 in cui analizza il meccanismo inibitore della

    civiltà sulla pulsione di morte che è alla base dell’aggressività umana.

[3] Ballard J.G., Crash (1973/74), Milano, Fabbri, 1990, p.V. D’ora in avanti citato col

   solo titolo.

[4] Fadini U., “Trascorsi affettivi”, millepiani, 21, 2002, p. 43

[5] Ballard J.G., “Qual è la via per lo spazio interno”(1962), Fine millennio: istruzioni per l’uso (1996), , Milano, Baldini & Castoldi, 1999, p. 277. L’espressione viene chiarita così dallo stesso Ballard: “battezzai il nuovo terreno che desideravo esplorare spazio interno, intendendo per tale quel territorio psicologico (manifesto, per esempio, nella pittura surrealista) nel quale si incontrano fondendosi, il mondo interiore dello spirito e il mondo esteriore della realtà”. Crash, cit., p.VIII. Nelle principali riviste di fantascienza italiana si incontra più spesso l’espressione non tradotta “inner space”.

[6] Scholes R., “The roots of Science Fiction” in “Structural Fabulation”,

   L’immaginazione Tecnologica, (a cura di) Fattori A., Napoli, Liguori, 1980, p. 49

[7] Fadini U., “Trascorsi affettivi”, cit., p. 45