L’EX-FIDANZATA

   

 

 

Non mangiavo da tre giorni. Beh, sì, mandavo giù qualche boccone, di tanto in tanto. Eppure, da quando avevo visto quella scena, non ero stato in grado di ritornare alla vita normale. Era un giorno ordinario. Esattamente come tutti gli altri. Ero uscito a comprare un po’ di roba, solo per completare gli acquisti della settimana precedente, che comunque potevano già bastare. Lei mi aveva lasciato un mese prima, ma già non la pensavo più. Mi aveva davvero offeso col suo comportamento. Dopo tre anni trascorsi insieme, un giorno era spuntata dicendomi che non sopportava più le mie continue assenze. Fu inutile spiegarle che ero un guardiano notturno, e di giorno passavo gran parte del tempo dormendo. Insomma, l’avevo cacciata di casa, visto che era la mia; in ogni caso, aveva ancora la sua famiglia con cui stare. Andai al supermarket, come stavo dicendo. Era abbastanza tardi, ma sarei sicuramente arrivato prima della chiusura, visto che era alle otto e ancora restava mezz’ora. Il fatto è che, visto che era inverno, era già buio. E faceva un freddo cane. Per lo meno l’aria era trasparente, a causa di un forte vento da nord. Entrai nel supermercato e comprai le cose di cui avevo bisogno – solo un paio di borse, nemmeno troppo piene -. Poi ritornai alla mia macchina, che avevo lasciata nel parcheggio, e fu allora che la vidi. Ciò che dapprima colpì la mia attenzione fu non tanto l’inequivocabile colore giallo della sua automobile, ma il fatto che stesse parlando con un uomo. Lei non mi notò, perché camminavo sul marciapiede ed ero parzialmente coperto dai veicoli parcheggiati vicino. Non riconobbi il tipo con cui era. Vidi solo che era alto e indossava una giacca di pelle. Poco prima che raggiungessi la mia auto, entrarono e partirono. È inutile dire che, più curioso che preoccupato, decisi di seguirli, ovviamente tenendomi a distanza. Procedettero per circa due chilometri sul viale principale, per poi girare a destra in una strada secondaria che entrava in una zona alquanto pericolosa. Un filo d’inquietudine stava già cominciando a impossessarsi di me. Ero combattuto tra la volontà di completare il mio inseguimento e la paura di possibili pericoli. Ma alla fine continuai. Altre due, tre curve, e la sua macchina accostò. Mi fermai appena dietro l’angolo, coi fari spenti, sapendo che non potevano avermi notato: anche altre automobili, infatti, stavano passando per quell’isolato. Mi sorpresi quando mi accorsi che era lei che scendeva, mentre l’uomo la sostituiva al sedile di guida. E poi scomparve dietro la porta d’ingresso di un palazzo a due piani. Dieci minuti buoni passarono senza che succedesse nulla. Alla fine venne fuori di nuovo, con un impermeabile bianco addosso. Vidi le sue gambe nude - protette da calze, credo -, che sembravano provare a scappar fuori da quei vestiti, così inadeguati alla stagione. Rimontò in macchina e di nuovo il loro motore si accese. Erano le 20.25. Passarono intorno ad altri due blocchi e alla fine sbucarono in un viale fiancheggiato da alberi. Non c’ero mai venuto. C’erano delle prostitute lungo i lati. Non così tante, per essere sincero: era ancora presto. Il problema fu che non ero preparato. No, proprio non lo ero, quando la vidi scendere nuovamente, dire a quel tipo qualcosa di simile a un distratto ci vediamo e prendere posto sotto il lampione più vicino. Rimasi lì dov’ero, come pietrificato, coi fari ancora spenti, lo sguardo perso nel vuoto. Il suo amico se n’era già andato, e la sua macchina era scomparsa dietro il punto più lontano che la mia vista riuscisse a raggiungere. I bagliori bluastri nel cielo continuavano. Erano giorni, ormai, che si manifestavano. Nessuno ci faceva più caso, qualunque cosa avessero significato. Specialmente io non me ne curavo, ora, dopo quello che avevo visto.

Stavo provando a spiegarmi come tutto questo fosse possibile, quando una di quelle donne mi si avvicinò, forse pensando che stessi esitando perché era la mia prima volta. Bussò sul finestrino di destra e mi chiese che cosa gradissi, e così mi ridestò dal mio incubo. Dovevo solo chiedere e mi avrebbe soddisfatto, per un buon prezzo. Risposi che avevo fretta. Stavo per avviare il motore e partire, quando mi passò per la testa l’idea che forse conosceva la ragazza con l’impermeabile bianco. Rispose che, no, non sapeva chi fosse. Era arrivata lì solo da tre giorni e non parlava con nessuno: doveva essere straniera.

Feci inversione e ritornai verso la città. Il mio turno sarebbe iniziato nel giro di un’ora. Ma da quel momento non ho ancora smesso di pensare.

 

Il giorno dopo tornai a casa alle sette. C’era la radio accesa. Ricordo la voce di Mike Olmstead che diceva che ormai gli esperti erano pressoché certi che quella specie di aurora boreale in corso nei cieli fosse un fenomeno atmosferico dovuto al passaggio di una cometa. Sarà che detestavo quel presentatore, ma quella teoria non mi convinceva troppo, sebbene non fosse la prima volta che la sentivo. Comunque, provai a non pensarci. Fuori era molto freddo e umido. Non ricordavo di aver lasciato lo stereo acceso, la sera prima, e devo dire che questo particolare mi spaventò un po’, visto che non ero alticcio. Ciò nonostante, poteva essere solo stanchezza, visto che il pomeriggio precedente avevo dormito molto male. Andai al bagno per darmi una sciacquata, e poi ritornai in camera da letto per mettermi qualcosa di comodo. Fu allora che mi accorsi del messaggio in segreteria. La luce rossa era accesa. Pigiai play e stetti a sentire. All’inizio non udii nulla, solo un rumore sordo, come un ronzio. Mi sembrò di sentire anche un altro suono, come ritmico. Sembrava quello di cicale che friniscono. Non ne compresi il significato, così spensi la macchina per evitare ulteriori problemi. Mi addormentai pochi minuti dopo.

Se non fossi stato un ostinato materialista, avrei pensato ad una specie di intervento spiritico. Dopo nemmeno due ore, infatti, fui svegliato dal telefono che squillava. Ero perso in uno dei mondi della mia mente dormiente, e all’inizio non ci feci caso. La segreteria, perciò, entrò in funzione. Me ne accorsi perché, al posto dell’allarme normale, sentii di nuovo quel frinire ritmico. Solo pochi secondi dopo, però, notai il particolare più strano: quella macchina avrebbe dovuto essere spenta. Com’è che stava funzionando, invece? Dubitando della mia sanità mentale, controllai l’ora: le 8.50 del mattino. Avevo dormito, in effetti, e non ero in un sogno. La telefonata finì prima che mi decidessi a rispondere. A quel punto, ero indeciso se riprovare a dormire subito, ma prima di tutto volli richiamare il numero da cui quella chiamata era stata fatta. Lo potevo leggere su un apparecchietto che avevo comprato di recente. Con mia grande sorpresa, sentii solo una voce che mi ritornava come un’eco. Rabbrividii. La cosa poteva avere soltanto due significati: o che mi ero telefonato da solo, il che era assurdo, o che la persona che aveva risposto mi era molto vicina, e forse usava un cellulare, per cui potevo udire la mia voce attraverso il suo telefono. Misi giù la cornetta. Restava solo una cosa da fare: andare nell’altra stanza e controllare.

Per fortuna avevo la pistola con me. Aprii la porta con cautela ed entrai nel corridoio. Per ora, nessuno in giro. Passai in cucina. La porta-finestra che dava sul giardino non era più chiusa. Sul tavolo, però, c’era un cellulare, che sembrava acceso. Sulla sedia qualcuno aveva lasciato un impermeabile. Non c’era dubbio: era quello di lei. Afferrai il telefonino e, proprio in quel momento, arrivò un messaggio. Lo lessi. Era un appuntamento, in apparenza:

34esima Strada, Versante Est. Fra due giorni alle dieci di sera.

Poi il cellulare si spense, senza che avessi toccato nessun bottone. Provai a riaccenderlo, ma non ci fu nulla da fare: era come morto. Cercai anche nelle tasche dell’impermeabile, ma trovai solo un vecchio fazzoletto. A quel punto mi decisi a tornare a letto, perché, in ogni caso, non avrei ricavato nulla di più di quello che avevo. Dormii peggio del giorno prima.

 

I due giorni successivi fu tutta una serie di suoni e visioni. Mi svegliavo all’una del pomeriggio, mangiavo un panino e uscivo a comprare qualcosa, in attesa del turno di notte. Quegli strani colori nel cielo mi facevano veramente preoccupare. Per me non contava molto che fossero influenze aliene, cambiamenti climatici, inquinamento o altro, ma mi mettevano a disagio. Avevo sempre detestato dover accettare ciò che la maggioranza della gente diceva solo perché l’aiutava a vivere più tranquilla. Se non fosse stato per questo, pensare a una simile stranezza mi avrebbe aiutato a scacciare la mia ex-fidanzata dalla mente. Invece, il mio mondo interiore era turbolento quanto il cielo sopra la mia testa. Per di più, non riuscivo a pensare a niente, tranne che all’appuntamento con lei. Mi chiedevo perché mi avesse lasciato quell’impermeabile. Era una specie di pegno, o significava qualcos’altro? Probabilmente voleva solo evitare che fraintendessi: era lei che dovevo incontrare. Mentre mi spostavo da un settore all’altro, nell’edificio assegnato alla mia sorveglianza, la sola cosa che ero stato in grado di capire era il posto dove il nostro incontro sarebbe avvenuto. Non era molto lontano dal luogo in cui quell’uomo l’aveva fatta scendere. Doveva esserci un collegamento. Intuii che quella notte dovevano avermi visto. E poi, una cosa era certa: non avevo più ricevuto telefonate, e il cellulare, dal momento in cui si era spento da solo, non era più ritornato in vita. Presi un permesso per l’occasione, perché sentivo che avrei avuto bisogno di tutte le mie energie. Mentre mettevo a posto la cucina, mi chiesi perché non avessi provato a chiamarla a casa. Giunsi rapidamente alla conclusione che doveva essere stato per paura. Comunque, stanotte non mi sarei tirato indietro. Forse provavo ancora dell’affetto per lei. O chissà, la mia era solo curiosità. Prima di indossare la giacca presi la pistola. Non sapevo che cosa mi aspettasse. La legai alla gamba destra, per nasconderla sotto i pantaloni. Fu allora che il cellulare suonò. Mi precipitai in cucina, ma lo squillo era già cessato. E il telefono era nuovamente spento.

Avevo fatto il guardiano notturno per nove anni, e non mi era mai accaduto niente di pericoloso. Entra, pattuglia, esci: ecco che cosa quel lavoro voleva dire, per me. Non avrei mai immaginato che una possibile minaccia potesse arrivarmi da lei. Mentre guidavo per raggiungere il luogo del nostro appuntamento, provai a trovare una spiegazione, per capire chi o che cosa l’avesse condotta a scegliere quella vita. Forse il bisogno di soldi, forse il gusto delle cose sporche, o qualcuno che la ricattava. Setacciai i miei ricordi di tre anni vissuti insieme, ma non trovai tracce, presagi o alcun altro segno che potesse permettermi di riconoscere la sua vera natura. Non che il nostro rapporto fosse stato perfetto. Al contrario, i nostri litigi, col tempo, erano divenuti sempre più frequenti, e alla fine avevano determinato la rottura fra noi. Ma non erano altro che normali incomprensioni nella vita di una coppia come tutte le altre. Smisi di cercare una risposta non appena feci ingresso in una zona della città che non conoscevo molto bene. Mi resi conto che stavo andando per una delle strade della prima notte, e infatti, pochi secondi dopo, riconobbi il viale delle prostitute. Ce n’erano circa dieci, ma lei non era tra loro: stava senz’altro aspettandomi altrove. Guidai fino alla fine del viale, dove trovai un incrocio a “T”. Dalla mappa dedussi che dovevo girare a destra, e così feci. Solo poche case fiancheggiavano la strada, e sembravano piuttosto malmesse. Non c’era nessuno in giro, a parte due o tre auto che incrociai. Pareva proprio che fossi l’unico essere umano che aveva scelto quel senso di marcia. Sentii la paura venirmi addosso, ma la allontanai ingoiando saliva.

Ad un certo punto vidi il segnale che indicava la 33esima Strada. Voleva dire che la prossima era la mia. “Versante Est” significava che il posto dell’appuntamento si trovava sull’altra carreggiata, perciò avrei dovuto percorrere l’intero viale e poi fare inversione. Prima di entrare nella Trentaquattresima Strada, controllai se la mia pistola era sempre sotto i pantaloni. Naturalmente c’era, e svoltai a destra. Ciò che vidi erano due corsie, separate da una serie di alberi e siepi nel mezzo, che mi impedivano di vedere chiaramente cosa c’era al di là. Lungo i lati c’erano case, con quasi tutte le luci spente. Procedetti abbastanza piano per circa mezzo chilometro, senza che nulla accadesse. Alla fine trovai una rotonda. A quel punto, il viale evidentemente finiva.

Il momento era arrivato. Feci inversione. Adesso davanti a me c’era sempre lo stesso viale, ma visto dall’altra estremità. Apparentemente, nulla era cambiato: luci basse, case silenziose, neanche un’anima visibile. Avevo percorso circa metà di quella strada, quando mi accorsi di un rumore proveniente da fuori: potei udirlo perché il finestrino era un po’ abbassato. Diminuii la velocità e ascoltai più attentamente. Frinire, come di cicale. Ancora una volta. Doveva essere il segnale. La conferma mi arrivò dal cellulare, che improvvisamente si accese e squillò. Trasalii, ma ebbi i riflessi abbastanza pronti da essere più veloce di chi mi stava chiamando. Risposi immediatamente. Una voce di donna che non riconobbi mi disse: “Scendi. Ti aspetto a casa.”

Parcheggiai lì di fronte. Uscii dalla macchina e percorsi il vialetto che portava dal cancello alla porta d’ingresso. La casa era quella davanti alla quale avevo ricevuto la telefonata, per cui non avevo dubbi su dove dovessi dirigermi. Era un’abitazione in condizioni migliori di quelle attorno. Aveva perfino un piccolo porticato di legno davanti all’ingresso. Da quel momento in poi, le cose sarebbero potute cambiare drasticamente. Estrassi la pistola e bussai. Credo che per qualche secondo mi avvicinai molto a quella regione della mente umana che si chiama terrore. Nessuno, però, venne ad aprire. In effetti, non era necessario, perché la porta non era chiusa a chiave. La spinsi ed entrai, sempre tendendo la pistola davanti a me. Mi ritrovai in un salotto, illuminato da una lampada abbastanza grande, che gettava il suo caldo fascio di luce su di un elegante tappeto. C’erano anche una libreria bianca, un divano e una poltrona, proprio nella parte più buia della stanza. Su di essa c’era una donna seduta. Lei.

“Benvenuto,” mi disse, ancor prima di girarsi verso di me.

“Perché mi hai chiamato?” chiesi. Ero ancora teso, e per nulla intenzionato a metter via la pistola. Ma adesso la sua voce mi suonava più familiare.

“E tu perché ti sei subito precipitato qui?” ribatté. E quindi: “Accomodati. La pistola non ti servirà. Siamo soli.”

Il braccio mi si rilassò. Feci alcuni passi dentro la casa, notando quanto ampio fosse quel salotto. Misi la sicura alla pistola e mi sedetti sul divano davanti a lei. La trovai strana, cambiata, come se gli eventi che aveva vissuti da quando mi aveva lasciato l’avessero risucchiata dall’esterno.

“Sai,” cominciò, “ mi rendo conto del fatto che tu non hai una buona opinione di me…” Non la interruppi per smentirla. “…ma il fatto è che non ci assomigliamo più, mi capisci?” continuò.

“Non so che cosa tu voglia dire,” risposi, mettendomi la pistola di fianco. “So solo che mi hai visto mentre ti seguivo. Sei entrata nella mia casa, hai messo una cimice al mio telefono e sei intervenuta – non so come – sui miei apparecchi elettronici. Sei una prostituta. Per favore, dimmi solo una cosa:  chi sei, e che vuoi da me?”

Rimase silenziosa per alcuni momenti, poi si alzò in piedi e camminò verso la libreria. Indossava un abito lungo, di certo troppo elegante per un’occasione così informale. Quando raggiunse il muro, si voltò e mi parlò con evidente difficoltà.

“Ti ricordi la nostra ultima vacanza?”

“Che c’entra questa domanda, ora?” obiettai.

“Te la ricordi o no? È importante,” insistette, adesso visibilmente nervosa.

“Sì, sì, me la ricordo. Eravamo al mare.”

“Molto bene. Di che parlammo prima di ripartire?”

“Non lo so… della fine della nostra vacanza, del dovere di tornare a lavorare…”

“E del desiderio di partire per un viaggio senza fine, giusto?” disse.

“Sì, è vero, mi dicesti quanto sarebbe stato bello viaggiare per sempre, senza limiti di spazio e di tempo…”

“Questo è il punto!” esclamò. Poi non aggiunse altro.

Mi sentivo a disagio. “Che intendi dire?” bofonchiai.

“In quel periodo, uscivo spesso la notte, te lo ricorderai.”

Aveva ragione. Quasi tutte le notti di quella settimana era uscita sulla spiaggia molto tardi, quando io ero già a letto. L’appartamento che avevamo preso in affitto era molto vicino al mare, per cui doveva solo attraversare un sentiero ed era già sulla spiaggia. Le avevo chiesto che cosa le stesse succedendo, ma si era limitata a rispondermi che la aiutava a dormire meglio. Non me n’ero sorpreso. Avevamo litigato ripetutamente, durante quella vacanza, e forse aveva bisogno di stare un po’ da sola.

Interruppe i miei pensieri riprendendo a dire: “Una notte, andai un po’ più in là del solito, fino a raggiungere una specie di caletta, circondata da scogli.”

“E allora?” Cominciavo a sospettare che fosse completamente impazzita, ma la storia mi interessava.

“Vidi una luce venire da quella che sembrava una grotta, e mi avvicinai.”

“Che cos’era?”

“Una ragazza… una ragazza come me,” disse.

“Che vuol dire come te?”

“Vuole dire che era identica a me. Si girò nella mia direzione e mi sorrise. Poi mi fece cenno di venire più vicino, e non potei resistere al suo richiamo. Allungò un braccio e mi toccò la fronte.”

“E poi che successe?” la incoraggiai a proseguire, mentre iniziavo a sudare.

“Compresi tutto. Mi accorsi che non siamo nient’altro che lo specchio del mondo vero. Una pallida immagine di ciò che la vita potrebbe essere se fossimo migliori. La ragazza era l’anima che da lungo tempo mi aveva abbandonata – o forse dovrei dire che io l’avevo abbandonata –. Mi stava offrendo un’opportunità. Un’opportunità che proveniva da un altro mondo.”

Mi sentii come se stessi galleggiando fuori dal tempo e dallo spazio. Le sue parole avevano come esercitato un incantesimo su di me. Ma ero ancora cosciente del mio pensiero e delle mie parole. “Quale mondo?” le domandai, stranito.

Non rispose. Disse soltanto: “Poi ritornai a casa, e tu ti svegliasti, e mi chiedesti che problema avessi. Fu allora che ti dissi quanto sarebbe stato bello partire, senza meta né pensieri. Io mi riferivo a quel mondo.”

Quale mondo?” ripetei, stavolta alzando la voce.

La sua espressione cambiò. Fu come se avesse mutato identità. Diventò fredda, e mi osservò con uno sguardo severo prima di parlare: “Forse non l’hai ancora capito, ma la tua fidanzata se n’è andata.”

Una rivelazione così improvvisa mi risvegliò dalla mia condizione sognante. Non potevo credere alle mie orecchie. Notai: “Beh, lo so che mi ha lasciato, ma credo che sia ancora qui, davanti a me.” Cominciavo ad aver paura di lei. Sembrava molto strana, come se fosse un morto che ritornava tra i vivi.

“Sapevi di avere una cognata?” mi chiese.

“No,” risposi. “Mi hai sempre detto di non avere fratelli o sorelle. Ma che importanza ha?”

“Molta, in effetti, perché io sono quella sorella.”

Restai senza parole. Non poetvo credere che non fosse lei, ma solo una sorella molto somigliante. Praticamente una gemella. Ecco perché la trovavo cambiata. Eppure, non volevo accettare una simile rivelazione. “Aspetta, vuoi dire che…”

“No,” mi fermò. “Te l’ho detto: lei non ne poteva più. Aveva bisogno di un nuovo inizio. È partita per un posto molto lontano, e nemmeno io so dove si trovi, adesso. Ma ha voluto che ti raccontassi la sua storia.”

Ero sbigottito. Qual era il senso di tutto ciò? Insistetti per conoscerlo. Lei mi spiegò: “Si era resa conto di non amarti più, dal momento in cui aveva riscoperto la sua anima. Eppure, non poteva sopportare di partire senza lasciarti un messaggio. Però le mancava il coraggio per dartelo da sola, così mi ha chiesto se lo potevo fare io per lei.”

“E perché non mi hai cercato a casa, invece di inventare tutta questa commedia? Perché sei entrata nel mio appartamento, e come sei riuscita a maneggiare la mia radio e la mia segreteria telefonica?” la incalzai.

“Non sono venuta da te a parlarti perché non volevo essere vista in giro, data la vita che faccio. Quanto all’intrusione, non l’ho fatta io. È stato il mio amico, quello che hai visto con me nella macchina. Ce l’ho mandato io.

“E quello strano cellulare, che si accende e si spegne quando gli pare? E i suoni fuori del comune che ho sentito nella segreteria?” Stava per rispondere, quando mi accorsi di un altro particolare, che la sua voce suadente mi aveva fatto trascurare, fino ad ora. “E perché,” aggiunsi, alzandomi senza pensarci, “hai iniziato questa conversazione parlando come se fossi lei, mentre sei solo la sua gemella?”

Tutto questo fa parte delle cose che non puoi capire,” disse, recitando enigmaticamente. “Ma vedo che hai un potente intuito. Ti aiuterà a riscoprire la tua anima, com’è successo a lei. O dovrei dire a me?” Si fermò per un secondo, guardandomi con intenzione. Poi soggiunse: “O dovrei dire «riscoprire tuo fratello»?”

Che voleva dire? So soltanto che sentii come un embrione di comprensione prender corpo nella mia mente. Mio fratello? Non ne avevo nessuno. Mentre lei aveva detto che era sua sorella. Ma allo stesso tempo usava indifferentemente lei e me. Chi era, in realtà? Stava provando a suggerirmi che le due sorelle erano in realtà la stessa persona? Rischiavo di impazzire, dietro a simili pensieri. Qualcosa, per fortuna, mi distrasse. La porta d’ingresso si aprì da sola, silenziosamente, come in risposta ad un ordine muto. Istintivamente portai la mano alla pistola, che era ancora sul divano. Lei mi fermò con un gesto. Da fuori, il frinire cinguettante delle cicale era cresciuto notevolmente. Lei iniziò a camminare verso l’uscita, e mi disse restare dov’ero. Quindi scomparve dietro l’angolo e non la vidi più. Mi alzai. Il suono di quegli insetti stava diventando insopportabile, e mi domandai, adesso davvero impaurito, perché nessuno uscisse dalle case vicine. Non resistetti più, e uscii dalla casa. In quella precisa frazione di tempo, il rumore s’interruppe bruscamente. Mi guardai intorno. Gli strani bagliori di luce violacea continuavano, su nel cielo, misteriosi come sempre. Lei non era da nessuna parte. Raggiunsi il marciapiede, ma né lei né nessun altro era visibile in entrambi i sensi. Dietro la casa c’era solo un vecchio garage, ma era chiuso da fuori, e molta polvere era accumulata sulla maniglia: non poteva essersi nascosta lì. Improvvisamente, il cellulare squillò. Lo avevo lasciato in macchina. Corsi a prenderlo. Rispose lei:

“Sei ancora là?”

“Dove sei finita?” le chiesi, ansimando.

“Adesso sono con mia sorella. Ricordati che ci sono il bene e il male. Sono i due lati della stessa medaglia, e la medaglia è ciascuno di noi. Tu sei una medaglia, e io sono il lato negativo della medaglia della tua ragazza,” disse.

Non riuscivo a capire, nemmeno adesso, ma quella candela accesa nel mio cervello, quell’inizio d’intuizione, stava crescendo, lo sentivo. Ebbi solo il tempo di domandarle: “Ma dove siete, adesso?”

Alla fine rispose: “Cerca la tua anima nella natura, perché l’hai persa come aveva fatto la tua ex-fidanzata. Quello sarà il lato buono della tua medaglia. Quando la trovi, saprai dove siamo.”

E riattaccò.