RECENSIONE di Alessandro Vitali
A dicembre
2008 è uscito per i tipi delle Edizioni Diversa Sintonia
il primo libro della collana music book,
Godzilla e altri sogni – Blue Öyster Cult, autore
Marco Milani, dedicato al gruppo storico dell’Hardmetal.
Una
biografia come tante?
No. Già
solo l’intro, una sorta di rivisitazione in chiave
letteraria dell’incipit del film l’ombra dello
scorpione, tratto dall’omonimo romanzo, uno dei
capolavori del periodo più fecondo di Stephen King. Una
rivisitazione densa di atmosfera, di impressioni dettate
dal ritmo di Don’t Fear the Reaper, che impone il
suo colore per tutte le pagine successive, le quali si
dipanano tra biografia, autobiografia, zen, letteratura
e riflessione generazionale. Un percorso anomalo e
inconsueto quello di Marco Milani, frutto di anni in cui
l’appassionato, il fan, dei BOC si è mescolato allo
scrittore e poi al maestro di filosofie orientali,
trasfigurando la loro musica in un qualcosa di vissuto,
una sorta di compagna di vita con cui poter dialogare e
meditare. Il risultato? Questo libro, all’apparenza
limpido e leggero come l’acqua, ma che sotto questa
calma apparente ci apre squarci di potenza, puro
metallo, potremmo quasi definirlo metallo metafisico,
stellare, rendendo in questa chiave ciò che sono stati e
sono tutt’ora i BOC.
E non
poteva essere diversamente.
Per lo
stesso modo di porsi di questo gruppo nato ufficialmente
come Culto dell’Ostrica Blu nel 1970, nei confronti non
solo dell’Hardmetal, ma della musica in genere. Uno
stile caratteristico e peculiare, forgiato in oltre
trentacinque anni di viaggio attraverso le difficili
lande di una terra di mezzo, costituita da una base
metal con venature rock, blues, jazz ed il giusto
gradiente di elementi progressive. Una storia
particolare, quindi, difficilmente incanalabile in un
filone di genere ben definito la quale se da una parte
ha sempre spaccato la critica nei suoi giudizi,
dall’altra ha catalizzato nel corso del tempo esperienze
di ascolto da parte di generazioni di appassionati, le
canzoni e il sound di Donald “Buck Dharma” Roeser
e compagni a fare da sottofondo, a stratificare
fantasie, sogni in sfaccettature diverse, cangianti,
sorprendenti, nel lungo viaggio della vita di ciascuno
di essi. Come quello di Marco Milani, appunto.
E quel che
ne è risultato è senz’altro un tributo ai Blue Öyster
Cult come pochi altri gruppi hanno avuto. Un tributo non
solo bio-bibliografico, ma anche del tutto personale,
intimo, ricco di quella linfa vitale che si trasmette a
doppio senso tra il musicista e l’ascoltatore: in poche
parole: una contaminazione.
Se poi
l’autore ha anche “uno strano background formativo
parecchio ‘orientalizzato’”, ecco che l’elemento
personale, si arricchisce di potenza visionaria ed
evocativa, al ritmo di Astronomy, Don’t fear
the Reaper, Godzilla e altri capolavori dei
BOC. Come nel capitolo ASTRONOMY, ZEN E DINTORNI, da cui
il breve estratto, riferito ad Astronomy,
appunto:
“…presagi terrificanti. Lo scontro e la musica ampliano
l’aspettativa e la portata oltre il cielo, verso
l’universo, con la visuale che si innalza ‘oltre’ a
inglobare pianeti, un sole sbiadito e appena presente
nonostante tutto, e un vuoto di punti stellati che non
ha senso osservare. All’assolo portante, duraturo,
favoloso che Buck Dharma inizia similmente a un gong
tibetano, piazzando ulteriori poche e significative note
simili a mazzate su un incudine per poi scatenarsi in
una sonata da far invidia allo stesso Creatore di tutto,
per gli Dei è nuovamente battaglia. Figure ancora più
gigantesche all’apparenza, nel concerto universale sono
solo esplosioni in allontanamento su un pianeta. La
musica prosegue e invade l’Intero, l’universo trema,
prende ad aprirsi e a perdere le prime briciole, a
essere percorso da immense e potenti energie che
spaccano il continuum come un foglio di giornale
strappato. Il ‘nero del nulla’ prende a farsi largo nel
‘nero dell’universo’ che sta surclassando i colori della
battaglia, in uno scalare di sovrapposizioni in cui,
finita la musica, finisce la visione… nel niente.
È
silenzio.
I
pochi attimi successivi paiono secoli di fermo-immagine
in cui nulla pare crescere in se stesso. È un’assurdità
visiva: fissità-mobile… ma è proprio lei, è così,
indescrivibile almeno fino a che un punto luminoso,
subito dopo riconoscibile in una figura dorata seduta
nella posizione del fior di loto, si ingrandisce fino a
poterlo discernere in un Buddha immobile con la chitarra
in grembo…”
Eccoci al
significato di quanto scritto sopra: contaminazione. Ciò
che un gruppo di musicisti, un’esecuzione
personale-universale può creare, indurre, trasmettere,
il canale che si stabilisce non solo nell’ascolto
singolo, individuale, chiusi tra le quattro mura di una
camera, ma anche e, soprattutto, nei live, nei concerti
in cui l’a tu per tu tra le due parti dello stesso tutto
non può non unirsi in qualche modo. E di live, in
trentacinque anni e passa, i BOC ne hanno fatti molti.
Godzilla e altri sogni è anche questo, una
restituzione di energia, di vibrazioni, assorbite
attraverso le canzoni, gli album a lungo ascoltate, una
restituzione all’immaginario collettivo degli
hardmetallers di quelle atmosfere live e irripetibili.
Prendendo
spunto da quest’ultimo termine, hardmetallers appunto,
utilizzato per unificare le diverse etichette, come
scrive l’autore stesso:
“Mettiamo anche questo punto fisso ad evitare
confusione, finché siamo in tempo. Hardmetal, heavymetal,
powermetal, epic, deathmetal, metaldark, hardrock,
pre-hardrock, proto-hardrock, arena-rock, sotto-poprock,
progressive-rock, hard-boogie e comprendiamo tutti i
vari black, dark, blues, country ecc. in incroci,
sottoincroci e varianti di Hard, Rock, e Metal, sono
solo nomi, tanti, anche inutili, che stanno a
specificare e a dividere ulteriormente un ‘soggetto’
unico.
Ebbene sì! Il mio intento è di riunire e non dividere…”
Unificare,
quindi. Ma non solamente in senso orizzontale,
riferendomi a tutte le categorie e sottocategorie più o
meno elitarie, a tutti i rivoli in cui l’hardmetal,
anche per attitudine congenita, tende a dividersi. Ma
anche in senso verticale, in termini di prospettiva
temporale. Cercare, in perfetta linea zen, un trait
d’union che ricostituisca un comune senso di essere e di
riconoscersi. E che sia in grado di trovare il proprio
equilibrio anche attraverso le generazioni.
“Si
espresse un saggio in tempi passati e non sospetti:
“Cerco ciò che sono! Ma come posso cercare ciò che già
sono… son forse pazzo?” Concetto riproposto con
terminologia più attuale dai Led Zeppelin, in una frase
di Stairway to Heaven: “…se ascolti molto attentamente
alla fine la melodia verrà da te, quando tutti sono uno
e uno è tutti, per essere una roccia e non rotolare
via…”
Da qui il
termine hardmetal, tentativo di riunificare, di porsi a
metà strada tra l’’ancient great metal’ delle
generazioni alternative anni Sessanta e il nuovo
“headbangers” o “metalhead” a connotare i più recenti.
Un tentativo di riunificare, di trovare una radice
comune, non solo nomotetica ma anche culturale, in
termini di modalità di vita e di porsi nei confronti del
mondo circostante. Perché, parafrasando l’autore, le
radici sono tutto. Anche se il tentativo di sintesi non
è facile.
Non resta
da chiedersi: il tentativo è ben riuscito?
Qualunque
ne sia la risposta è bene ricordare, come in un articolo
di Priulla citato dall’autore:
“L’heavy metal non possiede alcun riferimento politico e
storico a livello ideologico. Non esiste un progetto,
un’idea di società, sotto le sue chitarre; non è alfiere
di un cambiamento determinato del mondo…è libertà di
libertà.”