SOFTWARE |
"YOU WE'LL BE CONNECTED,
YOU WE'LL BE CONNECTED,
YOU WE'LL BE CONNECTED.
I bisogni rimossi via dal fisico,
immagazzinati via dal fisico.
Segreti portati fuori dalla mente,
conservati lontano dalla mente.
Tu sarai connesso,
con i ricordi non tuoi sarai connesso,
con la morte non tua sarai connesso,
connesso,
connesso,
connesso.
YOU WE'LL BE CONNECTED,
YOU WE'LL BE CONNECTED,
YOU WE'LL BE CONNECTED."
CAPITOLO I |
Ivan era disteso sul divano. Era passata la notte e lui aveva dormito bene, si era riposato dallo stress di tutta la settimana, si sentiva rilassato e mentalmente pronto ad affrontare un'altra lunga serie di giornate piene di lavoro, piene di frenesia, con la giusta carica emotiva dentro sé e con la mente serena per la propria situazione affettiva. Era infatti domenica, la sera prima era riuscito ad appianare tutte le diatribe che aveva con la sua ragazza ed era andato con lei a cena prima, al cinema dopo per vedere un film di una trentina di anni prima, Hardware era il suo titolo, che incuriosiva entrambi perché in qualche modo cercava di anticipare il futuro più prossimo, riuscendoci in modo abbastanza sorprendente, almeno questa era la loro opinione. La serata era poi continuata in modo piacevole tra loro due, concludendosi in modo naturale facendo l'amore. Ivan in seguito era andato a casa sua, dove ora si trovava, dove ora stava guardando il sole salire sempre più sull'orizzonte, e dove ora rifletteva sui suoi interessi, sulle sue curiosità e fissazioni. Una di queste era il suo costante interesse per il passato, per le situazioni umane ed emozionali del passato, per il magnetismo che, per lui, il passato emanava attraverso le varie forme di rappresentazioni, quali potevano essere, ad esempio, le foto. E già, le foto! Ne aveva conservate, digitalizzandole nella memoria del suo computer, una collezione completa relativa alla vecchia Roma, risalenti ad almeno 110, 120 anni prima, fino ad arrivare a 150 ed oltre. Finì col tornare ad interessarsi a loro, alzandosi da quel divano e mettendosi seduto di fronte al tavolo, proprio davanti a quel computer; lo accese, cercò e poi trovò l'archivio che voleva, e lo consultò. Che meraviglia quelle foto. Ce n'erano di tutti i tipi e di tutti i luoghi, a cominciare da Piazza San Pietro durante un pellegrinaggio del 1869, piena di carrozzelle parcheggiate proprio nella piazza, sotto il sole, con i vetturini che sedevano sopra ad esse per tenere buoni i cavalli. Vi si poteva respirare quell'aria di antico e di calma, di attesa per il discorso del Papa, quel vecchio sentimento di bigotteria che allora era la norma, quei tempi di vita così rallentati rispetto al caos in cui viveva ora Ivan. E poi passò alla foto successiva, che raffigurava Porta Maggiore. Com'era diversa dallo scenario contemporaneo ad Ivan, ora che era piena di connettori da collegare ai terminali portatili, ora che l'aria era sovraccarica di una forte sensazione di elettricità latente, ora che si era abbruttita con la presenza della centrale a fissione atomica; in quegli anni, invece, c'erano soltanto poche case, poche persone che vi stazionavano, addirittura nella foto era ritratto un acquaiolo in attesa di avventori, e dentro essa vi si poteva cogliere un'impressione di monumentale e di rispetto consapevole per le cose passate che fanno parte del proprio bagaglio culturale. Altre foto si susseguivano agli occhi di Ivan. Piazza Venezia, Piazza del Popolo, l'Agro Romano con tutte le tombe degli antichi romani sparse per la campagna, e poi Ponte Nomentano, stupefacente, Via Nazionale, i vecchi sobborghi del Ghetto, il Tevere visto dalle sue rive verso Castel Sant'Angelo. Quest'ultima poi impressionò Ivan, perché era una foto così viva, così "forte", così vera e solare che sembrava quasi di respirarne al suo interno l'aria afosa di una giornata estiva vissuta in riva al Tevere: vi era riprodotta, infatti, un'imbarcazione ancorata ad un palo che affiorava dall'acqua, con quest'ultima placida come uno specchio, e su cui si riflettevano le immagini della barca e dei tre personaggi che stavano dentro essa, che fissavano l'obiettivo della macchina fotografica dando, quindi, ad Ivan la sensazione che stessero fissando i suoi occhi. Che impressione di vitalità vi era contenuta, che colore vi si riusciva ad immaginare, come quello, ad esempio, dell'acqua, quel verde acceso che faceva chiamare il Tevere fiume biondo, quella terra umida intorno ad esso che sembrava quasi di toccarla e di avvertirne il fastidio che il fango dà sulle mani, quel senso di vita passata, che a differenza dei disegni o dei dipinti, affiorava prepotentemente per smentire qualsiasi ipotesi di falso, poiché la foto é un estratto di vita, è la vita stessa racchiusa dentro una scatola e imprigionata per sempre, la prova certa che qualcosa prima di noi è esistito. Questo pensava Ivan, eccitato, incredibilmente sensibilizzato da queste considerazioni, teso a sfruttare tutti i pensieri che gli passavano per la mente. Gli venne spontanea la curiosità di vedere la prospettiva della sua zona com'era 100 e più anni fa: infatti egli abitava proprio a Roma, davanti a Castel Sant'Angelo. Cercò in tutto l'archivio, e finalmente, trovò . Era la veduta frontale di Castel Sant'Angelo dall'altra sponda del Tevere, e lui abitava proprio nella stessa identica stanza che aveva fatto da palcoscenico al fotografo di 130 anni prima. La differenza di paesaggio era totale, spaventosa. All'epoca si vedevano le colline spoglie di case, con gruppi sparpagliati di alberi e poche persone che camminavano per la strada lastricata di sampietrini. Ora invece esistevano agglomerati immensi di palazzi, persone di tutte le razze che stazionavano in strada per tutto il giorno, nullafacenti, malviventi e pazzi di droga sintetica costituita principalmente da elettroni, una "botta" devastante di energia cibernetica che provocava il bisogno fisico di collegarsi a dei terminali, tramite connettori bionici. E poi l'intensità della luce solare notevolmente inferiore a causa del forte campo energetico gravante sulla città che ne tratteneva le radiazioni, la disgregazione stessa del castello distrutto da inquinamenti chimici e acustici generati dagli ultrasuoni, e pesantemente scolorito da tutte le luci artificiali che bombardavano la mente di pubblicità paranoica; tutte le scritte fatte dai vecchi "hacker", quasi loro stessi non fossero mai stati convinti della validità di comunicazione dei computer, creavano uno scenario in bilico tra la follia e l'incubo: questo il triste panorama che si parava davanti a Ivan, che era sempre più affascinato dal passato, da ciò che in fondo non poteva più riservare sorprese perché ormai già tutto svolto. Pensò allora se con le sue conoscenze informatiche e cibernetiche - Ivan era infatti laureato in cibernetica - potesse fare qualcosa per creare un ambiente virtuale che si avvicinasse il più possibile a quello delle foto che aveva appena visto. Guardò a lungo la sua stanza. Scaffali pieni di videodischi con etichette attaccate sopra e su cui c'erano scritte serie di numeri, e poi terminali tascabili, dump di memorie, interruttori per mettere in funzione macchine semi-cyborg destinate ad assolvere funzioni ripetitive in casa, ed ancora, libri elettronici su cui Ivan aveva studiato per conseguire la laurea, vecchi utensili per aggiustare gli oggetti più inusuali ed impensabili, il pannello di comando per ricevere i segnali dei network internazionali specializzati in cultura, informazione ed altri argomenti specifici. Vide, e prese, altri libri elettronici, e cominciò a consultarli, a ragionarci sopra, a scartarli perché non offrivano alcuna soluzione, e poi cominciò ad interpellare il computer stesso e le sue pagine di help, le quali suggerivano diverse strategie applicabili a più problemi ma non al suo particolare: Ivan si era creato un problema inedito e di difficile soluzione. Deluso, si alzò dalla sedia, si accese una sigaretta, si avvicinò alla finestra: era oltre mezzogiorno ormai, ma la luce, non poté fare a meno di constatarlo, era debole, nonostante si fosse alle porte dell'estate e non si vedesse nemmeno una nuvola nel cielo. Aspirò profonde boccate di fumo, assaporandosele, cercando di resistere a quel lieve sbandamento della testa provocato dalla nicotina, cercando la concentrazione giusta per poter risolvere quel problema che lo incuriosiva, ma che ormai non poteva lasciare insoluto per una forma di orgoglio forse, ma soprattutto per un moto di curiosità verso le cose antiche, che lo aveva avvinghiato inesorabilmente. Osservava i montacarichi che portavano i cibi dalle grandi cucine, site nei sotterranei della città e che erano preposte all'alimentazione di massa, agli appartamenti dove gli inquilini attendevano trepidanti le pietanze liofilizzate propinate in modo turpe e poco igienico: era il trionfo della massificazione e di un certo consumismo iperesasperato, che si coniugava in modo terribile con la civiltà altamente tecnologica e decadente di un postindustriale pesantemente datato. Arrivò, quindi, anche il suo pranzo, fatto di una poltiglia servita su un vassoio di alluminio scurito dal tempo e che doveva essere würstel con crauti, così almeno lui credeva; c'era, poi, un po' di frutta emulsionata, compressa dentro una scatola annerita, e due porzioni di torta margherita con alcuni accenni di muffa. Dagli altoparlanti distribuiti nelle strade si levava una musica di festa, ed Ivan non poté fare a meno di notare, con disappunto, di come le famiglie apprezzassero queste forme di alienazione collettiva che erano entrate nei modi di fare più comuni e che avevano provocato pesanti danni come, ad esempio, il fatto di gustarsi quelle pietanze orribili e, soprattutto, la conseguente incapacità a prepararsi almeno il pasto che si desiderava. Gli venne spontaneo pensare che nessuno, forse tranne lui, aveva avuto notizia di quello che succedeva molti anni indietro, delle cose genuine che potevano esistere nel passato. Già, il passato! Si era quasi distratto dal suo problema, e la sigaretta era finita in cenere tra le sue dita. Pensò di stampare quell'immagine e di portarla alla finestra, per essere ancora più suggestionato dal confronto. Si armò di buona volontà, cominciò a consultare, e poi ad usare, programmi di ipergrafica, adattamenti vari a programmi di printing capaci di riportare i più piccoli particolari, ed infine riuscì ad avere quella stampa. La portò subito verso la finestra e ne fu notevolmente impressionato. La qualità della stampa era eccellente, sembrava veramente una foto, una foto che poteva dare la misura di un concetto artistico, tale era il contrasto che creava con la realtà: sembrava quasi essere entrati nella macchina del tempo. Ivan si bloccò, associando in modo del tutto casuale il concetto di macchina con il concetto di trasmissione di informazioni, che era la sua materia di lavoro, aveva capito come ritornare indietro in ambiente virtuale di 130 anni, utilizzando le sue conoscenze tecniche e ciò che aveva nella stanza. Doveva fare solo dei reset di alcuni ambienti emulativi del suo computer, e ciò richiedeva un po' di tempo, e poi poteva partire con la sua idea. Fece tutte le operazioni necessarie e attese la fine di questi reset sul suo letto, dove sprofondò in un sonno che durò un tempo che poi non seppe valutare, forse protratto oltre l'ora di cena. Al suo risveglio, infatti, era già notte.
CAPITOLO II |
Si alzò rilassato dal suo letto ed accese una luce da tavolo con un telecomando posto su un lato del suo comodino. La stanza si illuminò lievemente, ponendo in risalto la vetrata che dava sulla strada, la stessa vetrata che aveva ispirato la sua curiosità alcune ore prima. Ora poteva vedere lo squallido paesaggio di quella civiltà di notte: c'era un'incessante attività di persone, di scambi commerciali, di uomini un po' svitati che recitavano cose assurde per strada, di macchine che passavano lasciando un fetore insopportabile di combustione, di urla e litigate tra persone, di pubblicità incessante scandita dagli altoparlanti, il tutto perso tra le sagome incerte dei palazzi sfiorati da scooter dell'aria, ultima eccitante novità del mercato inventata per la prima volta da macchine cyborg, e non più da esseri umani. Ivan rifletteva su tutto ciò mentre provava anche ad immaginare e a paragonare le serate di molti anni prima, quelle che lui non aveva mai vissuto con quelle che lui conosceva ormai così bene, traendone un accresciuto senso di nausea verso quella civiltà così spiccatamente tecnologica. Poi iniziò la sua avventura, avvertendo prima però i suoi datori di lavoro tramite il computer del fatto che si sarebbe preso almeno un giorno di riposo, e informandoli anche che potevano contare su un recupero immediato di quella giornata già a partire dal giorno dopo: prevedeva infatti tempi lunghi per divertirsi il più possibile, visto che ciò che andava a fare non era una cosa facile da ripetere, o perlomeno da fare tutti i giorni. Poi collegò uno scanner al computer, lanciò scrivendoli al momento alcuni step di programmi che lui conosceva, e iniziò a far scorrere lo stesso scanner sulla stampa che aveva realizzato alcune ore prima. I beep del computer segnalavano l'avvenuta ricezione dell'informazione trasmessa dallo strumento, il quale era stato tarato sulla massima sensibilità; se qualcuno fosse stato lì a vedere la scena sarebbe rimasto probabilmente agghiacciato dalla visione di Ivan, illuminato violentemente dai colori che il video emetteva ogni volta che l'informazione veniva recepita, e che lo rendeva prossimo ad un pazzo o ad un esaltato, almeno a giudicare dal suo sorrisino quasi sadico. L'operazione durò alcuni minuti, nell'arco dei quali i beep continuarono con la stessa frequenza, segno questo - pensò Ivan - che tutto stava andando per il meglio. Il passo successivo fu quello di scrivere un altro programma che permettesse di leggere quell'archivio appena creato, di elaborarlo, ed infine di trasmetterlo, tramite l'antenna che Ivan aveva da tempo fuori la sua finestra, verso il satellite che avrebbe provveduto, istantaneamente, a proiettare questa realtà sulle coordinate della sua casa, proprio all'interno della sua stanza, dove si sarebbe potuto muovere in vari ambienti virtuali tramite la pressione di alcuni tasti funzionali del suo calcolatore. Il tempo di scrittura fu rapido, e immediatamente Ivan simulò il tutto in un ambiente di prova, ottenendo ottimi risultati e spingendolo quindi a provare subito questa sua applicazione in ambiente reale, poiché egli era al parossismo della sua frenesia. Premette il tasto di invio e non accadde nulla, sentì solo un lieve giramento di testa a cui non fece caso. Ivan, anche se un po' preoccupato, decise di aspettare qualche minuto, sospettando dei problemi con il satellite. Tuttavia era già apparso sul suo video il messaggio "TRANSMICT OK", e per quanto lui guardasse nella sua stanza non riusciva a scorgere niente di virtuale, niente che facesse capire la formazione di quella realtà che lui voleva. Ricalcolò rapidamente gli algoritmi di tutta l'elaborazione, e non trovò niente di sbagliato, ripassò tutta la procedura in ambiente di prova, trovandola perfettamente rispondente a tutte le sue aspettative; si abbandonò, infine, sulla sedia pensoso. Non capiva cosa c'era di sbagliato, si guardò in giro notando anche che fuori, in strada, doveva essere successo un black-out, poiché non si udiva più parlare, non si udivano più le macchine, non si sentivano più gracchiare gli altoparlanti pubblicitari, si notava solo che il buio era calato improvvisamente su tutto e su tutti, come non gli era mai capitato di vedere. Si insospettì. Si alzò dalla sedia, e andò verso la finestra, aguzzando la vista arrivando, infine, proprio davanti alla vetrata. Non riusciva a credere ai propri occhi, poiché i palazzi e le scritte pubblicitarie, e tutto il caos caratteristico delle megalopoli era scomparso, e al loro posto c'era, guardando bene, il nulla, solo la campagna o poco più, proprio come 130 anni prima. Ivan aveva capito: doveva essersi verificato qualche errore, forse era stato qualche virus che lui non era stato in grado di intercettare, e l'ambiente virtuale era stato cosi creato fuori dalla sua stanza. Non conosceva ancora le conseguenze di ciò, se veramente riguardassero tutto il mondo esterno o se era un fenomeno limitato ad alcuni luoghi, così decise di uscire, abilitando elettronicamente l'apertura della sua porta da un interruttore, naturalmente dopo aver fornito la sua password. Appena messo piede fuori dal suo appartamento notò subito il pavimento del pianerottolo alquanto diverso da come lo conosceva: era costituito infatti da grossi marmittoni in pietra, di colore ocra scuro, con le ringhiere delle scale che facevano da sostegno al corrimano fatte di un ferro massiccio e grezzo, mal curato. L'intonaco era cadente, sbiadito, e la sua convinzione di trovarsi in una realtà virtuale, corrispondente a 130 anni prima fu sempre più forte, anche se aveva notato quasi per sbaglio, in un angolo e seminascosta, una piccola telecamera digitale che seguiva le sue mosse. Scese i pochi scalini che lo separavano dal portone e lo aprì non senza aver faticato - era infatti un vecchio portone di legno massiccio, probabilmente di castagno - trovandosi così in strada, camminando su sampietrini quasi vergini di transiti e di sporcizia. L'aria che respirava era fina, pura e piacevole. Le stelle erano limpide, davano la sensazione di ariosità, mentre le poche persone che riusciva a vedere in giro per la strada erano sì lontane, ma anche tranquille e affaccendate in lavori che forse lui neanche sapeva bene cosa fossero. Sentì dei rintocchi, erano dodici, almeno così gli era sembrato di contarne, e capì che aveva sentito le campane suonare, anche se esse avevano un tono alquanto elettronico, simile a dei beep. Si portò verso la balconata che delimitava le sponde del Tevere, guardò sotto e vide la luna riflessa nelle acque placide che scorrevano senza far troppo rumore. Rimase assorto parecchio tempo, parecchi minuti, durante i quali non poté fare a meno di pensare di come fosse straordinario quel momento, di come avesse indosso una sensazione di calma, di come lui avesse già cominciato ad assorbire il feeling di quei tempi, così lento e vero, così genuino. Pensava anche alla potenza che i computer avevano ormai acquisito, e che permettevano, anzi riuscivano a spalancargli una realtà così sorprendentemente vera, anche nei dettagli sentimentali. Gli pareva, insomma, di essere sempre vissuto in quei tempi, in mezzo a quelle persone. Era stanco Ivan, quella mite notte e quella mitica giornata lo avevano fiaccato, aveva bisogno di altro sonno per capire anche se tutto quello che stava vivendo era un sogno della sua mente oppure no; ritornò sui suoi passi, ripromettendosi per il giorno dopo di farsi un giro più vasto, ammettendo sempre che tutto ciò fosse continuato ad esistere. Rientrò nell'antro del palazzo, e non riuscì a fare a meno di chiudere pesantemente il portone. Salì gli scalini immerso nella penombra delle lampade ad olio, e rientrò nel suo appartamento, rimasto perfettamente uguale a quello che conosceva. Il suo computer suonava continuamente per segnalare la presenza di un messaggio in attesa: era la risposta dei suoi datori di lavoro che gli avevano accordato il permesso di libera uscita. Poteva dormire tranquillo, tutto non sembrava essere un sogno della sua eclettica mente.
CAPITOLO III |
La notte passò tranquilla. Sogni pacifici e idilliaci si erano affollati nella mente di Ivan, sogni fatti di forme multicolori e varie, che comunque sembravano non avere niente a che fare con l'esperienza delle ore precedenti. Aprì gli occhi e si alzò subito dal letto, eccitato com'era dal ricordo degli eventi straordinari che aveva vissuto la sera precedente; stava già pensando alla grossa soddisfazione che avrebbe avuto proclamando al mondo intero di come si potesse emulare in modo fedele la macchina del tempo. Si vestì in modo pressoché istantaneo e si portò subito alla finestra, prendendo prima dal tavolo la stampa della foto: era stupefacentemente bella ed uguale alla scena che viveva proprio sotto i suoi occhi, già in strada. Poteva udire le grida di venditori ambulanti, oppure le grosse risate di due conoscenti che si incontravano in quel momento, gli schiamazzi dei bambini che si rincorrevano per gioco, il rumore di carretti e carrozzelle sui sampietrini mentre i cavalli nitrivano. Decise che voleva entrare dentro quell'ambiente, e si precipitò fuori dal suo appartamento, non potendo però fare a meno di lanciare un'occhiata interrogatoria e perplessa alla videocamera digitale che continuava a scrutare ogni movimento che accadeva sulle scale. Fuori dal palazzo il sole era potente, e il paesaggio che si poteva gustare era costituito da Castel Sant'Angelo e dalle verdi colline sullo sfondo; si incamminò, quindi, verso San Pietro, accorgendosi all'improvviso che i suoi vestiti non si erano tramutati in quelli caratteristici dell'epoca: aveva infatti ancora indosso quelli sintetici ed atermici, fatti a mo' di tuta, tipici del periodo relativo a 130 anni dopo, l'epoca alla quale lui, Ivan, apparteneva. Ma nessuno sembrava accorgersene, o perlomeno dargli peso, così decise di continuare per la sua strada, guardandosi bene intorno per inebriarsi di quelle case che pendevano proprio sopra al fiume, di quelle strade che stentava a riconoscere, di quella semplicità che traspariva dai modi del popolino e che continuava però a guardarlo e ad ignorarlo, quasi lui fosse parte stabile del paesaggio. Ivan avrebbe voluto anche un contatto umano, se umano si poteva definire, con queste persone, anche per allontanare un fastidioso senso di solitudine e di straniero che cominciava a pesargli addosso. Non poté fare a meno di notare uno di quei scooter volanti che lui conosceva passargli vicino, cosa che lo turbò moltissimo, né tantomeno riuscì ad essere indifferente alla vista di alcune ragazze che stavano camminandogli davanti; ma la cosa che più lo infastidiva era, comunque, il forte fetore di sterco di cavallo, sparso un po' dappertutto e rimarcato notevolmente dal calore del sole che si stava facendo alto nel cielo. Mentre pensava a queste cose, si avvicinò notevolmente alla basilica, inoltrandosi però in un agglomerato di casupole avvinghiate una vicino all'altra, senza che ne riuscisse a ricollegarne la locazione nella Roma del 2022; solo in seguito riuscì a realizzare che quello era l'antico Borghetto, fatto in gran parte demolire nel secolo successivo per far posto all'ormai fatiscente Via della Conciliazione. Uscito dal Borghetto, gli si parò davanti la ben conosciuta maestosità della basilica, solo notevolmente più chiara nelle sue pietre, ma praticamente uguale a come la conosceva; rimase però stupito dal vedervi passeggiare, all'interno del colonnato, alcuni suoi amici che, vedendolo all'orizzonte, sembrava facessero di tutto per evitarlo cambiando anche strada, nascondendosi, volgendosi da un'altra parte. Nel frattempo, poi, stazionava vicino a lui una carrozzella, una specie di taxi dell'epoca; decise di salirci sopra e, mentre lo stava facendo per farsi portare alla Bocca della Verità, il vetturino senza proferire una parola e senza neanche guardarlo, fustigò il cavallo, spingendolo quindi ad andarsene al trotto. Ivan rimase sconcertato, un pochino confuso da tutti quei particolari che non coniugavano felicemente ed armonicamente con l'ambiente virtuale, quali ad esempio la telecamera sulle scale della sua casa, gli scooter volanti, i suoi amici che o non lo vedevano o che facevano finta di non vederlo, i suoi vestiti per nulla adatti a quei tempi. Probabilmente il computer aveva sbagliato la sintetizzazione di alcuni parametri tipici dell'epoca, o forse, più semplicemente, aveva sbagliato qualcosa lui, ed in ogni caso l'avventura gli sembrava sufficiente, si era stancato di quelle imprecisioni storiche che gli stavano guastando il "viaggio" e si era stancato, soprattutto, della solitudine che stava diventando sempre più presente. Decise che sarebbe ritornato in camera, che avrebbe interrotto il programma per ristudiarlo meglio, e che in seguito, dopo averlo modificato, l'avrebbe rilanciato. Così si mise a correre, ritornando verso il suo appartamento dove vi giunse passando tra gli sguardi freddi e apparentemente disinteressati della gente. Giunto davanti al portone del suo palazzo si ricordò di spingerlo con forza; una volta apertolo si diresse verso le scale e le salì in fretta. Apri la porta del suo appartamento e la chiuse con fare sbrigativo, impaziente. Subito dopo egli era già seduto sulla sedia posta davanti al video, dove stava già dando tutti i comandi necessari per interrompere il programma. Il programma non si interruppe. Ivan guardò allora fuori la finestra, cercando di capire se quella tranquilla scena, che aveva già pian piano cominciato ad assimilare, si stesse trasformando nel caos tipico di 130 anni dopo. Invece lui poteva continuare a notare quelle verdi colline, ed addirittura il cambio della guardia a Castel Sant'Angelo, la cui cerimonia, così almeno pensava, sarebbe stata ricompensata a peso d'oro se fosse avvenuta nel 2022, con tutte quelle movenze sicuramente normali ed anzi severe per tempi della nascita del Regno d'Italia, ma assolutamente turistiche per i tempi dell'era cibernetica. Comunque ora aveva ripreso a pensare a sé, e non capiva quale fosse il problema, anche se nello stesso momento gli venne spontaneo ripensare ai virus. Riflettendoci bene, arrivò in seguito alla conclusione che la causa poteva essere ancora quella, poiché si ricordò che in quegli ultimi mesi si erano autogenerati dei nuovi virus, aventi la base software di altri virus più elementari che erano nati dalla mente di abili programmatori, e che in seguito erano riusciti ad autosvilupparsi diventando praticamente inattaccabili. Si decise allora ad interrompere il programma in modo brutale, spegnendo il proprio video e spezzando quindi il ponte radio che legava il terminale e, di conseguenza il programma, al satellite; alzò di nuovo gli occhi verso la finestra, non senza aver avuto prima un brivido, un sussulto di paura, e terrorizzato si accorse che nulla, lì fuori, era cambiato. Fu assalito dal panico, da un panico folle perché non riusciva a capire cosa avrebbe potuto fare per cambiare lo stato delle cose, e perché improvvisamente si fece strada nella sua mente un dubbio al quale stentava anche a pensarci: dubitava che quella che lui vedeva fosse mai stata una realtà virtuale, bensì pensava ad un vero e proprio risucchiamento nell'epoca che a lui piaceva tanto, causata dall'alterazione di algoritmi di emulazione elettromagnetica. Pensava questo perché aveva constatato che qualsiasi programma, per quanto sofisticato possa essere, non si protrae mai oltre la sua fine oppure oltre l'interruzione della corrente; d'altronde il tempo di magnetizzazione della corteccia temporale, una specie di nastro magnetico posto intorno alla Terra e su cui vengono registrati tutti gli eventi, non poteva essere così elevato neanche se l'intensità magnetica fosse stata, come in realtà era, così forte, e non potendo causare, quindi, il risucchiamento temporale stesso. Ivan era stravolto da questa situazione perché egli aveva già avuto modo di accorgersi che non stava sognando, e perché la sua mente era fiaccata dallo stress e anche dalla fame, visto che ormai si era fatta l'ora di pranzo. Si ricordò a quel punto che il pranzo se lo sarebbe dovuto fare da solo, e questo lo lasciava sconcertato, portandolo anche ad augurarsi che in qualche modo, in qualche strano modo, lui riuscisse a farsi recapitare il pranzo del giorno prima che aveva così tanto disprezzato. Si adagiò sul suo divano, pensoso, stanco, curioso a questo punto di sapere se e cosa stesse succedendo a Roma nell'anno 2022, in quella stessa ora, in quella stessa stanza, e se fosse giusta, quindi, la tesi dell'esistenza di universi paralleli in tempi paralleli, e più banalmente, che cosa ne fosse stato della sua immagine, della sua presenza fisica, se fosse ancora possibile per gli altri vedere un "Ivan" surrogato girare per la stanza o in altri luoghi. Erano domande così strane quelle che si stava ponendo, ma in fondo non gli era rimasto altro da pensare, e poi aveva nuovamente le palpebre pesanti, tanto da addormentarsi subito.
CAPITOLO IV |
Quando riaprì gli occhi fuori era buio. Non aveva idea di che ora fosse, e solo in quel momento Ivan si ricordò del suo orologio che teneva sempre in tasca, a causa delle sue ridotte dimensioni. Lo guardò e lo trovò rotto, così lo buttò subito verso il tavolo, con un modo che traspariva stanchezza e rassegnazione nel sopportare gli avvenimenti. Si mise seduto sul letto e guardò fuori la finestra: nulla era mutato, ed il buio era pressoché totale. Gli cominciava a mancare anche quella luce, malata e dannosa, sprigionata da tutte quelle insegne artificiali dei "suoi tempi", così fredde, ma così strettamente legata a lui, alla sua mentalità, e così caratteristiche come erano prima caratteristici per Ivan i paesaggi che ora aveva davanti. Si erano invertiti i desideri, si era reso conto che non solo quello che è passato dà senso di protezione ed incuriosisce proprio perché è passato, ma anche le situazioni che non appartengono danno senso di protezione, poiché una persona esterna può muoversi liberamente senza troppi condizionamenti, ed andarsene senza paura di lasciare qualcosa di proprio: era il concetto di indipendenza, fregarsene di tutte le situazioni coinvolgenti, o se non si è in grado di far ciò, non creare per niente queste situazioni, che finalmente Ivan era riuscito a personalizzare e a rendere tangibile ai suoi pensieri, e a non farlo rimanere più nell'ombra della sua coscienza. Si scosse, poi, da questi pensieri, riallacciandosi ai suoi problemi più immediati, pensando e ripensando a come uscire da quella gabbia che si era costruito da solo. Per prima cosa - pensò - bisognava verificare se il programma rispondeva anche a minime sollecitazioni, o se bisognava solo rassegnarsi a quell'incubo. Andò a sedersi, quindi, vicino al terminale, mentre sotto le sue finestre sentiva passare un carretto spinto da un uomo che fischiettava, e comincio ad immettere nel terminale alcuni comandi che permettevano di visualizzare gli stati logici del sistema operativo; un attimo dopo apparirono sul video tutte le informazioni che erano state richieste, e che lasciavano anzi sperare una certa libertà di manovra. Prese di nuovo i libri elettronici dagli scaffali che trattavano tra gli altri anche l'argomento di emulazione elettromagnetica, per rileggersi alcuni passi che ora reputava interessanti, come quello che diffidava dal digitare alcuni input che mettevano in relazione il soggetto del programma con campi magnetici non completamente conosciuti, o perlomeno, bizzarri ed imprevedibili. Era proprio questa la situazione in cui si era cacciato Ivan, lo comprese lui stesso, e cominciò subito a capire in quale direzione poteva muoversi. Fece un programma di disturbo a quello che continuava a girare, e ciò che ottenne fu un breve ronzio proveniente dall'esterno, quasi un'incrinatura del rapporto spazio/tempo. Fece una rapida stima delle conseguenze che potevano scatenarsi da un'interferenza del genere, valutando che, probabilmente, bisognava cercare altre strade. Riprese a leggere quei capitoli, cercando nuove soluzioni in modo frenetico, impulsivo. Oramai era in condizione di irritabilità, quasi di labilità psicologica, e per questo, ogni volta che trovava qualcosa di interessante, lo provava subito, ottenendo ogni volta risultati non troppo incoraggianti. Ad un certo punto, poi, Ivan aveva cominciato a sperimentare anche fisicamente le prove che stava facendo, uscendo dalla sua stanza e dal fabbricato, andando in strada perché era diventato incredulo anche della panoramica che aveva dalla finestra. Ma anche così non riuscì a trovare un minimo cambiamento significativo, solo a volte una variazione di posizione della telecamera nel corridoio, oppure in lontananza qualche bagliore di luce elettrica di insegne luminose, oppure, come una volta gli era capitato, una barca sul Tevere che sicuramente aveva già visto svariate volte 130 anni dopo. Comunque, quello che lui vedeva dietro la sua finestra, lo vedeva anche in strada, dove continuava ad incontrare gente dell'epoca che lo schivava o che forse faceva finta di non vederlo. Si era fatto ormai giorno, con il sole così vivo e forte che si alzava man mano all'orizzonte, ed era cominciato quindi il secondo giorno di permanenza in quella gabbia temporale. Accese una sigaretta. Si rilassò sulla sedia, guardando quel terminale, guardando le pareti della sua stanza, guardando tutti quegli apparati di alta tecnologia che aveva in casa, guardando per la prima volta con attenzione quelle macchine cibernetiche, quei robot che aveva al servizio. E poi guardava tutto il caos che si era creato nella casa, il letto sfatto da più giorni, le riviste che lui amava leggere e rileggere che trattavano di novità cyber e scientifiche, l'impianto di luci che aveva sul soffitto, progettato e realizzato da lui stesso e pieno di soluzioni innovative ed anche artistiche, il televisore appeso come un quadro su una parete, la fotografia liquida della sua ragazza appoggiata su un soprammobile. Adesso cominciava anche a pensare a lei, come da tempo non gli era più capitato di pensarci, cominciava a sentire l'attaccamento per lei, ad avere un bisogno fisico di lei, riuscendo a capire quanto fosse importante avere una persona al proprio fianco per la vita, una persona con cui dividere tutto, gioie e dolori, delusioni e passioni. Pensava a lei, alla sua donna in quel momento. Non aveva idea infatti se si fosse accorta della sua mancanza, se si ricordasse ancora di lui, se già stesse con un altro oppure se riuscisse a vedere per lo meno una copia replicante di lui, di Ivan, se soprattutto lui stesse mancando a lei come adesso lei stava mancando a lui. Aveva voglia di vedersi un film, o almeno qualche spettacolo che lo distraesse da tutti questi pensieri che lo stavano tormentando. Accese il televisore, ma non riuscì a prendere alcuna stazione. Convenne che questa era una cosa normale, ed allora provò a vedere qualche film registrato su videocassetta. Prese un film di produzione recente, che però riassumeva tutti i brani più significativi della produzione di un comico del secolo precedente: Charlie Chaplin. Si rilassò, prese a ridere, o perlomeno a sorridere di quelle situazioni in cui si cacciava quell'omino, e gli venne spontaneo paragonarle a quella in cui lui si trovava: poteva in fondo essere anche la sua una situazione comica, ma per lui stava diventando una tragedia. Spense il televisore e si rimise a studiare il problema; la puzza di fumo che aleggiava nella stanza gli diede una sensazione di nausea, in fondo era più di un giorno e mezzo che non mangiava, e sebbene avesse qualche piccola scorta in casa di cibo precotto in scatola, non ne aveva voglia. Riprese a leggere le schermate del libro elettronico, senza aprire la finestra e senza spegnere bene la sigaretta nel portacenere. Riprese a ragionare sulle soluzioni che aveva già provato e su quelle che gli venivano in mente ora. Decise che poteva provare una scappatoia che conglobasse in sé tutti gli aspetti migliori di ogni soluzione tentata in precedenza con qualche nuova idea che gli era venuta nel frattempo in mente. Ciò richiedeva un certo lasso di tempo di preparazione degli ambienti di lavoro, che Ivan si divertì a misurare in spazio, esattamente lo spazio percorso dall'arco del sole riflesso sulla vetrata della camera e su cui era già disegnata una scala graduata: era una specie di meridiana, e alla fine riuscì a constatare, tramite il suo senso del tempo abbastanza preciso, che il disco solare aveva percorso lo spazio corrispondente a circa tre ore, e a questo punto doveva essere già passata l'ora di pranzo. Infatti notò che in strada il trambusto era notevolmente calato, e che si stava avvicinando l'ora della famosa "pennichella", così tante volte sentita citare nei racconti relativi a quell'epoca di Roma. Ivan, comunque, era pronto per la sua modifica di software. Lanciò subito questi aggiornamenti tramite step di programma, attese un attimo, e vide fuori la sua finestra il tanto cercato paesaggio del 2022. Saltò sulla sedia e si precipitò fuori dal suo appartamento. Già il pianerottolo lo insospettì, con quella telecamera digitale che imperava sulla scena. Scese poi le scale e aprì il portone: la delusione di vedere ancora le scene della vecchia Roma lo disfece, lo annichilì su se stesso. Si mise seduto in un angolo, al sole, stanco e depresso si lasciò andare a queste sensazioni, imparò l'arte della disperazione, imparò il buio dell'impotenza. Passò alcune ore, forse due o tre, in quella posizione. Quando si alzò si diresse nuovamente verso la sua casa, dove vi giunse dopo aver salito le scale stancamente; aprì la porta e guardò subito verso la finestra: era scomparsa anche l'immagine che così tanto l'aveva illuso, probabilmente era soltanto una ionizzazione che era subito svanita per mancanza di polarizzazione - infatti era sparito dal terminale anche il programma che aveva fatto per ritornare nel 2022. Ivan era stanco, rassegnato, aveva consumato tutte le sue energie per trovare una via di fuga e non vi era riuscito, anzi, aveva ottenuto l'effetto di sentirsi perduto e sfiduciato; decise di mangiarsi qualcosa di quel precotto che aveva in cucina, rabbrividendo allo stesso momento di come avrebbe potuto cavarsela nel momento in cui avesse finito le scorte. I soldi che aveva disponibili non erano sicuramente accettabili nel 1892, e lui non poteva neanche sperare di poter trovare un lavoro, per quanto faticoso potesse essere, perché nessuno sembrava rivolgergli la parola o addirittura sembrava in grado di vederlo. Mangiò frugalmente, si fumò un'altra sigaretta, e poi si sdraiò sul letto, esausto, anche perché oramai era il tramonto e lui era sveglio sicuramente da più di 18 ore. Si addormentò dopo poco.
CAPITOLO V |
Quando si risvegliò era giorno già fatto. Il solito rumore che saliva dalla strada indisponeva Ivan, lo rendeva irascibile, ed i pensieri che aveva dentro erano guidati dalla voglia di uscire da quella situazione che stava diventando un'ossessione. Pensò che poteva ingannare il tempo passeggiando per le strade, visto che questo era il suo scopo originario, e che poteva approfittare di questi eventi per tentare comunque un approccio con la gente, per intrecciare un dialogo, per rendersi conto in modo più soddisfacente, se era possibile, della realtà dell'epoca. Ma scartò almeno per il momento questo pensiero: non aveva voglia di uscire, non aveva voglia di stare rinchiuso, non aveva voglia di pensare. Riaccese di nuovo il videoregistratore e continuò a vedersi il film del giorno prima, non riuscendo più però a ritrovare il buono spirito che lo aveva sollevato. Guardò alcune scene, alcuni episodi che lo lasciarono perplesso, pensieroso e distratto da alcune considerazioni che lo stavano coinvolgendo. Stava imparando molto da questa storia, e non poté fare a meno di riflettere sul fatto che le esperienze non sono altro che una serie di errori fatti, che i sentimenti che stava provando erano qualcosa - e se ne era potuto accorgere man mano - di unico e prepotente, che non riusciva a ricordare niente del suo passato, e che forse proprio per questo cercava notizie e sensazioni dei tempi andati. Il passato, che strano che non riuscisse a venire a capo dei suoi ricordi. Probabilmente era stato quel passaggio temporale che aveva indebolito, o meglio, che aveva interferito con la sua mente, essendo il campo elettromagnetico preposto alla registrazione del tempo molto potente, o forse già da prima lui non ricordava più niente per chissà quale motivo o trauma fisico. Guardò anche nelle tasche, ma non aveva nemmeno un tesserino di riconoscimento, un documento o una foto che l'aiutasse a ricordare qualcosa, e poi, perché tutta questa gente lo evitava? Forse avevano avuto modo di riconoscere in lui qualcosa che non andasse? Decise allora di uscire. Uscì dopo aver attraversato il solito pianerottolo, dopo aver guardato la solita telecamera, dopo aver spinto il solito portone in legno. Era una giornata calda, e giù al Tevere i bambini stavano facendo il bagno tra schiamazzi e giochi. Camminò lungo le stradine che costeggiavano il fiume cercando di bloccare i bambini, per chiedergli almeno il loro nome, per cercare di intrecciare un minimo di discorso, ma nessuno pareva dargli peso, nessuno gli dava ascolto. Provò anche con un prete, ma neanche lui sembrava considerarlo, continuando a fare le stesse cose che stava già facendo. Camminò fino alla Porta del Popolo, dove trovò delle bancarelle che vendevano frutta, fusaglie ed altri semi; provò ad agguantare un po' di frutta, facendo attenzione a non farsi scorgere dal venditore, ma non riuscì a prendere niente. Ormai gli era chiaro: Ivan era stato calato in quella realtà, a questo punto probabilmente vera, dove egli non poteva interferire minimamente con gli eventi, e dove era solo tollerato ma non dalle persone, bensì dai fattori fisici quali le leggi temporali e il programma che lui stesso aveva creato e lanciato. Continuò a passeggiare per la piazza che stava dietro la porta, per il corso che si originava dalla piazza, per le viuzze laterali, ritornando man mano verso la sua casa dove, pensava, poteva esercitare tutto il suo potere poiché quell'appartamento era rimasto nel 2022, insieme a pochi piccoli "buchi" di software che facevano passare alcuni particolari, come gli scooter volanti o quel gruppo di amici che magari transitavano in quel punto preciso esattamente 130 anni dopo, e che, naturalmente, non potevano vedere lui fissato nell'anno 1892. Si ritrovò al portone sotto casa, vi entrò e salì le scale, entrò dentro la sua casa, si mise seduto su una sedia rassegnandosi a non uscire quasi più di casa, tanto ciò non serviva a stabilire nessuna verità e non serviva a trovare nessuna soluzione. Più volte gli capitò, nei giorni successivi a questi fatti, di ripassarsi mentalmente tutte le stazioni di quel calvario che, piano piano, lo avevano portato verso la rassegnazione più nera, verso l'angoscia incombente di essere rinchiuso in quelle mura. Ed in effetti, la paura di essere murato vivo aumentò con il passare dei giorni, perché gli sembrò di sentire delle voci di uomini che esprimevano delle esigenze di abitabilità. Queste voci dicevano infatti che sarebbe servito per le proprie famiglie un po' più di spazio nei propri appartamenti, e che si sarebbe potuto ovviare a questo problema ridefinendo lo spazio appartenente a quella casa, che ad Ivan sembrò di capire essere proprio la sua, in cui non ci abitava più nessuno. Impallidì: se questo fosse stato vero per lui avrebbe potuto significare essere murato vivo, senza avere più la minima possibilità di uscirne. Sperò in cuor suo che ciò non si verificasse, mentre il passare del tempo lo rendeva sempre più insicuro, sempre più nervoso e labile.
CAPITOLO VI |
Era ormai passata più di una settimana da quando Ivan si era cacciato in quella brutta situazione. Le sue scorte di precotto erano ormai al termine, ed anche le bottiglie di acqua che aveva si stavano esaurendo; lo scenario che gli si prospettava era particolarmente brutto, ed i pensieri che gli giravano nella mente erano alquanto confusi. La cosa che più lo irritava era quella mancanza di memoria degli anni passati, mentre riusciva a ricordare perfettamente tutto quello che era successo dal momento che aveva intrapreso quest'avventura fino ad adesso. Il perché gli sfuggiva e gli faceva pensare mille cose: ad esempio, il motivo poteva essere un suo probabile rapimento da parte di una di quelle bande organizzate che prelevavano le persone dalle loro case, dai luoghi di lavoro, e che le portavano in un loro rifugio per poi drogarle con delle sostanze sintetiche, che riducevano le persone in condizioni prossime a quelle degli automi, pronte a servire i loro nuovi padroni. Però non riusciva a vedere lo scopo di questo viaggio nel tempo, né tanto meno riusciva a vedere il vantaggio che poteva portare a queste persone; erano stati sbagliati accidentalmente o meno dei calcoli, e tutto aveva assunto l'apparenza di una tomba per lui senza che ciò riuscisse a costituire un qualsiasi guadagno per nessuno. Pensò allora che forse aveva subito un trauma psichico, aveva visto qualcosa che non doveva vedere, oppure in lui si era accidentalmente risvegliato un qualche complesso rimosso da molto tempo, che ne aveva provocato l'amnesia. Oppure ancora: aveva preso qualche tipo di droga ancora in fase di sperimentazione, e quindi, inaffidabile. Non riusciva però a giungere a capo di niente, perché gli mancavano i fatti basilari, ed i fatti non era in grado di forniglierli nessuno, neanche il computer, che invano aveva tentato di interrogare. Cominciò di nuovo a camminare nel suo appartamento senza pace, oramai erano giorni che lo faceva, chiuso nel suo silenzio, nei suoi dubbi, guardando la solita scena fuori dalla vetrata, guardando la gente passeggiare, guardando la piccola e media borghesia di allora atteggiarsi dei suoi meriti e delle sue illusioni. Girando intorno al suo calcolatore, appoggiandosi al muro e fumando una sigaretta, parlando sottovoce con se stesso, Ivan stava pian piano uscendo dalla situazione, ma solo mentalmente: gli venivano infatti in mente alcune immagini di pubblicità viste, non si ricordava dove, fatte di tante luci, tanti colori, tante forme strane, oppure gli veniva in mente una serie interminabile di associazioni di idee, composta da situazioni di film, di racconti a lui riportati, di situazioni paradossali al limite del grottesco e del surreale. Altre immagini, poi, aveva creato, fatte di dialoghi assurdi, dove ogni personaggio coinvolto faceva un discorso completamente assennato, ma anche completamente avulso dalla domanda che gli aveva posto un'altra persona, la quale aveva risposto con quell'argomento ad un terzo soggetto, che richiedeva a sua volta una risposta del tutto diversa da quella che aveva ricevuto, e continuando così con decine di persone che contribuivano a formare un caos completo, in una situazione parossistica di angosciante, quasi kafkiana anarchia. Ma ciò, per Ivan, era normale. Era capace di star su tutta la notte, per dormire il giorno, e ciò non poteva non influire sulla sua psiche. Anche le videocassette contribuivano ad acuire questo senso di distorsione della realtà, se di realtà si poteva trattare. Infatti, era proprio questo che portava fuori di testa Ivan, non si poteva certo dire che quella fosse la realtà nuda e cruda, e non si poteva certo dire che avesse un punto d'ancoraggio forte e determinato, perché l'unico era proprio lui, che tendeva sempre più spesso ad identificarsi con gli interpreti dei film, con le loro storie. Se capitava infatti che Ivan stesse vedendo un film comico, lui cominciava a mettersi in pose strane e a riderne fragorosamente. Se invece il film era drammatico, assumeva la faccia grave e preoccupata, ed il suo animo si oscurava fortemente. Oppure se il film era dell'orrore, allora Ivan cominciava a vedere i fantasmi appesi ad ogni angolo e, spaventandosene fortemente, ne gridava ai quattro venti la loro presenza, ottenendone per risposta il nulla più assoluto. Provava forte dolore da queste situazioni, di cui si rendeva conto solo dopo aver finito di vedere la pellicola, e non poteva fare a meno di scrivere, almeno così credeva di fare, le sue impressioni su alcuni fogli di carta che, puntualmente, non riusciva più a trovare, facendo così aumentare in lui la sensazione di insicurezza e di labilità psichica. Aveva una paura enorme che non fosse più in grado di badare a se stesso, che non fosse più capace a far nulla e che, anzi, non ne fosse mai stato capace. A farlo tracollare ci pensò, comunque, il succedere degli eventi. Contemporaneamente al manifestarsi di questi squilibri mentali, Ivan sentì grossi movimenti proprio sul pianerottolo e, rabbrividendo, pensò a quanto aveva sentito un po' di giorni prima. Era arrivato un manovale che stava posando alcuni utensili sul pavimento per fare alcuni lavori, la cui natura era per lui fin troppo chiara.
CAPITOLO VII |
Quando Ivan sentì i primi rumori il sole stava tramontando, ed era la sera dell'undicesimo giorno di prigione, così almeno gli sembrava di ricordare. Stentava a sentire i discorsi che si svolgevano tra il manovale e il proprietario dell'appartamento, ma era riuscito a capire almeno che a causa dei tanti figli che quest'ultimo aveva, non riusciva più a dormire la notte, e per questo aveva pensato di allargare la propria casa per creare una nuova stanza in cui metterci i suoi bambini. La stanza si poteva ottenere tramite la chiusura di parte del pianerottolo antistante la sua porta d'ingresso, e ciò era possibile dal momento che il proprietario dell'appartamento di fronte, l'unica altra abitazione del piano dove, tra l'altro, abitava Ivan, era irreperibile perché sembrava fosse partito per l'America. La notte passò insonne per Ivan, il quale pensava continuamente alla sua fine che gli appariva imminente, e anche alla sua fame, sempre più spropositata e disperata, come lui. Angosciato, ad un certo punto della notte non resistette più e lanciò un urlo, prolungato, sofferto, sperando di riuscire a farsi sentire; ma benché giù in strada avesse udito passare un gruppetto di persone che discutevano animatamente, nessuno rispose al suo lamento. Ivan continuò a piangere e ad agitarsi per tutto il resto della notte, guardando il soffitto della sua camera ricoperto di stoffe sintetiche, imbevute di colori pastello a tinte scure, sotto cui scorrevano dei cavi di alimentazione destinati a servire tutti gli accessori di quella casa. Gli venne spontaneo pensare che questi non sarebbero serviti a salvargli la vita, perché tutta la tecnologia è sì utile, ma non indispensabile, ed il caos che adesso regnava nella sua casa contribuiva ad abbruttire psicologicamente Ivan, che aveva anche smesso di curarsi del proprio aspetto, lasciandosi crescere la barba e prendendo ad odorare i propri fetori, diventati intensi dal momento che erano più giorni che lui non si lavava. I continui beep del computer lo innervosivano ancora di più, cosa che lo fece drizzare sul letto, in un momento in cui aveva smesso di lamentarsi, e che gli fece scagliare contro il muro il terminale stesso, distruggendolo, rompendolo in mille pezzi con l'aiuto anche di una sedia di ferro, robusta, che si spezzò in due parti. La scena che provocò era da apocalisse nucleare: sul tappeto giacevano parti e componenti elettronici del terminale, il tavolo era rimasto dov'era ma pesantemente scheggiato, i rottami della sedia rotolati poco più in là sul pavimento, la polvere che si era depositata col tempo sulle suppellettili era stata raschiata via solo in alcuni punti, accrescendo quindi il senso di disordine; lui era completamente scamiciato, sudato, con i pantaloni rotti all'altezza del ginocchio e con un profondo taglio sotto i pantaloni stessi, probabilmente provocato da alcune schegge del video. Per sbaglio aveva rotto anche la lampada, ed era così rimasto al buio. Mai avrebbe osato fare, in condizioni normali, una cosa simile, mai avrebbe pensato che sarebbe arrivato a tanto. Così, passò la notte insonne, inerte nei movimenti e nei pensieri, ed al mattino Ivan era seduto sulla moquette, con il ginocchio dolente e con l'orecchio teso verso l'esterno della sua porta, sul pianerottolo. L'alba, poi il sole che saliva sempre più in alto, il passare lento del tempo, e all'improvviso, delle voci. Era arrivato il manovale. Ivan sentì armeggiare sul pianerottolo per parecchio tempo, quasi tutta la giornata. Sentiva picconate, rumore di mattoni posati uno sull'altro, voci incapibili, e sentiva un senso di oppressione salire sempre più dentro lui. Passò le sue ore in raccoglimento, seduto sulla moquette e con le spalle appoggiate al muro, la testa tra le due ginocchia, ascoltando i rumori come un condannato all'ergastolo ascolta il chiudersi delle sbarre dietro di sé. Alla fine della giornata Ivan non aveva praticamente mosso un dito, era affamato, ma non aveva la forza di alzarsi per mangiare quelle poche cose che gli erano rimaste. A giudicare da tutto il trambusto fatto quel giorno, i lavori svolti erano proprio quelli che aveva sentito pianificare. Ma questo, in fondo, non aveva grande importanza per lui: la sua porta, come aveva verificato non appena erano cessati i rumori, era stata bloccata da una muraglia che odorava ancora di calce fresca, mentre il suo appartamento era rimasto intatto per chissà quale forma di rispetto verso il suo proprietario. Ora il suo isolamento era totale, gli rimaneva soltanto la visione e l'uscita dalla sua finestra; ma quest'ultima era poco pratica poiché l'altezza dal suolo era notevole, e non aveva modo di calarsi fuori da essa senza avere poi difficoltà nel risalire: non possedeva, infatti, niente di così lungo che fungesse da corda e non aveva neanche l'agilità necessaria per usarla, a causa delle sue vertigini. Si decise a rassegnarsi, senza sapere bene cosa fare si rimise a vedere i suoi films, addormentandosi poco dopo, passando così la sua ennesima nottata di angoscia e senza sogni, senza il minimo sentimento che potesse provocargli un po' di piacere, anche se temporaneo. Fu da questo momento in poi che egli cominciò a vedere in modo straordinariamente nitido la possibilità di una sua prossima fine.
CAPITOLO VIII |
I sogni che sembravano essere spariti durante la notte, ritornarono in pieno giorno nella mente di Ivan. Appena si svegliò sembrava che fosse in preda ad un'allucinazione provocata da qualche droga: vedeva infatti, o aveva la sensazione di vedere, continui cambiamenti di tempo, dal soleggiato alla pioggia e poi di nuovo al soleggiato, e sentiva forti brividi di freddo ed improvvise vampate di caldo. Era rapito da continui lampi di colore che non capiva da dove provenissero, sentiva continue voci che lo chiamavano, che lo inducevano a rispondere cose senza senso, a muoversi in modo sconclusionato. Quando si rese conto di questo non seppe cosa pensare, provò a guardarsi allo specchio pensando che erano parecchi giorni che non faceva più ciò, e si vide ridotto in uno stato pietoso, con la barba incolta ed i capelli arruffati, sporco come un barbone, con gli occhi pieni di un riflesso strano, anomalo. Provò a ricordarsi dei suoi tempi, di quelli del 2022, sapendo che era l'unico ricordo certo su cui poteva far conto. Allora egli vide con la sua immaginazione il caos che doveva regnare a quell'ora, con tutta quella gente disoccupata che faceva le code per strada bighellonando da un punto all'altro della città, quasi ubriaca di messaggi recapitati al proprio terminale tascabile. Provò anche ad immaginare tutte quelle persone morenti sui marciapiedi, dentro gli androni dei palazzi, e provò a pensare a tutti i danni che stavano provocando le valanghe di droghe sintetiche immesse sul mercato in modo massiccio e mal controllato dal Governo, ombra ormai del governo cibernetico imposto dalle case costruttrici di computer e dagli ingegneri al loro servizio, che comandavano l'uso di droghe da connessione per scopi unicamente commerciali. Era un'oligarchia governata dalla tecnologia, dove anche i proprietari delle industrie potevano poco. Si era ripetuta la stessa situazione già verificatasi alla fine del secolo precedente e che aveva portato a risultati catastrofici, con il potere non più nelle mani di chicchessia, bensì del denaro stesso. Ivan provava poi ad immaginare l'orda di malviventi che popolavano le notti della città, in sella alle loro moto costruite alla fine del secolo scorso o al massimo nei primi anni di quello corrente, e che scorrazzavano per le strade razziando, violentando, uccidendo chiunque avesse la sventura di capitargli intorno, non risparmiando nessun essere debole. Gli sembrava ormai di aver finito le forze, anche quelle mentali, si accorse di quanto stesse andando lontano e di quanto fosse diventato insano, ma fu solo un attimo: si appoggiò alla finestra, guardando con le lacrime agli occhi la solita scena che si stava svolgendo sotto di lui, probabilmente la stessa identica scena che si svolgeva in quell'istante del 1892. Rimase fisso in quella posizione, in uno stato simile alla catatonia, attendendo la fine per inedia o per demenza. Rimase così, quasi appeso per molte ore, vide anche arrivare la notte quando era in preda a pensieri sconclusionati, sconnessi e senza un apparente filo; poi, all'improvviso, un forte sibilo e un buio totale calarono intorno a lui. La smaterializzazione era dentro lui, insieme alla sensazione di essere diventato etereo.
CAPITOLO IX |
Non riusciva a capire dove fosse. Era in una situazione di assoluta incertezza, lui stesso era diventato un'incertezza. Continuava ad avere una sensazione vitale indosso, sconosciuta, aveva l'impressione che intorno a lui cambiasse continuamente ambiente e modo di sentire le cose, era diventato tutto così freddo e buio e si stava facendo strada in lui l'idea di essere stato assorbito dal computer stesso, di esserne stato inglobato. All'improvviso fu investito da un altro sibilo, violento ed insieme immenso; poi, arrivò una ventata che lo portò via, che lo disgregò, che lo uccise, regalandogli però la sapienza della sua condizione nell'ultimo istante di vita. Ivan non aveva mai avuto un corpo, lui non era mai stato a Roma, né tantomeno aveva fatto un viaggio del tempo indietro di 130 anni: era soltanto un prodotto di software a cui erano stati impostati alcuni ricordi di partenza, come quello della sua ragazza e della serata passata insieme a lei, e a cui erano stati dati, insieme ad alcuni concetti filosofici, tecnici, e conoscenze della vita quotidiana basilari, dei sentimenti originari, come quello dello stress da lavoro, della curiosità verso il passato e della spiccata sensibilità ai paesaggi. Lui esisteva negli atomi dei componenti elettronici dei computer, ed era stato creato da un abile programmatore che ne aveva delineato tutti i movimenti e tutte le situazioni in una simulazione, un prodotto dimostrativo e pubblicitario delle potenzialità esprimibili dalla tecnologia computeristica, la quale riusciva a ricreare fisicamente, con altri calcolatori più evoluti, l'ambiente di vita di un qualsiasi periodo storico simulandone anche l'esistenza di una persona al suo interno. Quello che il programmatore non aveva predisposto era però il succedersi degli stati d'animo, quel sentirsi completamente in trappola di Ivan, che non parlava con nessuno, che non sapeva niente del suo passato perché non ne aveva mai avuto: Ivan aveva imparato a conoscere intimamente nuove emozioni proprio dal momento della non perfetta riuscita della simulazione, ed il programmatore non aveva predisposto alcuna comando per questo. Ivan stava maturando all'insaputa di tutti con queste emozioni, e nulla era stato fatto per favorire questa situazione. Ivan stava vivendo, dopo tutto, ed il programmatore lo aveva inconsapevolmente ma colposamente ucciso, dopo aver visto girare la sua simulazione, spegnendo il proprio computer e facendo quindi cessare la corrente di elettroni che aveva dato la scintilla germinale, e da cui grazie anche a quel programma estremamente fedele, anche nei particolari, si era originata una nuova forma di vita: era soltanto una nuova forma di virus per i computer, ma lo era in definitiva anche per l'uomo perché nasceva così una nuova esistenza con potenzialità di infezione attraverso contaminazioni bioniche. Poteva delinearsi un nuovo caso di possessione, ma il programmatore era tranquillo perché non aveva avuto il minimo sentore di ciò; si chiuse la porta del laboratorio dietro di sé, e se ne andò a casa, complimentandosi con se stesso per la trama - che si era inventato totalmente - sviluppata all'interno dell'emulazione storica, e che aveva come scopo il simulare più situazioni possibili per riuscire a dare un quadro completo delle potenzialità di nuovi impieghi della realtà virtuale.