ELECTRONIC NOISES |
I |
Xavier sedeva nella sua stanza.
La sua casa era tutta lì, compresa tra un cucinotto - assai piccolo - e un bagnetto e la sua camera era travolta dagli oggetti in essa contenuti.
Essendo un ingegnere elettronico specializzato in cibernetica, Xavier vi aveva raccolto le apparecchiatura più impensabili ma necessarie per effettuare le misurazioni elettroniche, e le aveva accatastate, come meglio poteva, accanto ai suoi piccoli computer, tanti e tutti autoprogettati, ognuno avente spiccate caratteristiche adatte specificamente ad una problematica sola, di cui, di tanto in tanto, Xavier si invaghiva.
Si rammentava spesso di quando aveva risolto un problema di comunicazione con il satellite, oppure di quando si era occupato, pur non conoscendo la materia, di medicina chirurgica e trapianti e aveva messo a punto un particolare software, che "girava" solo su un circuito da lui costruito ed integrato agli elaboratori della nuovissima generazione. Il risultato era una perfetta emulazione del tocco del chirurgo sul corpo umano, che invecchiava o ringiovaniva tramite complessi parametri matematici, simulanti tutte le trasformazioni subite da ogni organo, anche il più piccolo, nel corso degli anni.
Ogni stagione aveva la sua particolare fissazione per Xavier, il disordine di quella piccola casa ne era la dimostrazione. L'ultima in ordine di tempo riguardava la costruzione di un recettore di messaggi informativi, trasmessi questi da più stazioni clandestine sparse per il globo, che fosse anche in grado di decodificare tutti i possibili messaggi criptati, compresi quelli sonori. La sua stanza era perciò invasa dai suoni più disparati, più dissonanti e più strani che si potevano sentire e venivano poi decodificati sullo schermo annesso all'hardware da lui realizzato.
Altre apparecchiature minori utili per la gestione elettronica della casa completavano l'arredamento tecnico, il tutto in completo stridore con il mobilio decisamente antico, così come la costruzione dove era sito l'appartamento, un palazzo fatiscente del XVIII secolo, costruito a Venezia.
Quei giorni erano per Xavier un po' avversi, era sempre di pessimo umore ma, d'altronde, il suo carattere non era così gioviale. C'era un netto contrasto tra la mentalità tecnica e quella sua, quella intima e segreta che soltanto lui conosceva, poiché appariva spesso in modo alquanto lugubre e perché soleva vestire completamente di nero. Anche il suo cipiglio ispirava un senso di tristezza, a volte di orrore incipiente e proveniente da non si sapeva cosa: forse il vivere per lunghi anni in quella splendida città, anche se così decadente e pervasa da un senso prepotente di morte, ne aveva accentuato quelle caratteristiche che lo facevano rifuggire, o forse era il contrario, dalla gente.
Quella sera, si era ormai verso la fine di dicembre, Xavier stava finendo di mettere a punto una nuova apparecchiatura che finalmente sembrava dovesse unire le peculiarità della sua persona, ovvero la genialità e il suo essere cupo: stava finendo di costruire un recettore di onde particolari, quelle emesse dalle forze invisibili dell'occulto.
Era composta, questa attrezzatura, da un'antenna collegata ad una memoria ROM ripulita e riprogrammata secondo una tecnica personalissima di cui, ancora una volta, egli era stato l'inventore. Aveva appurato, infatti, che gli atomi dei semiconduttori conservavano il ricordo dei loro precedenti stati fisici e, maggiormente, lo facevano quelli appartenenti a tali memorie nel caso che, appunto, fossero state ripulite e riprogrammate; esse sviluppavano in tali condizioni, inspiegabilmente, una spiccata inclinazione alla conservazione dei ricordi delle loro polarizzazioni precedenti, divenendo così quasi consapevoli di se stesse.
La componentistica del congegno era poi completata dal collegamento ad un visore ad alta risoluzione, poiché Xavier ipotizzava la ricezione di segnali molto deboli, non fosse altro per la precaria realizzazione dell'antenna.
Ormai, comunque, aveva finito l'assemblaggio e così decise di provare il tutto.
Pensava che quella poteva essere la sera adatta, infatti lo scenario che vedeva fuori della sua finestra era tipicamente invernale ed oscuro; delle folate di vento stavano portando i primi fiocchi di neve sulle piccole banchine intorno al canale, sulle barche ancorate ad esse, sui pochi passanti che, infreddoliti, si avviavano verso casa per la cena mentre la fioca luce delle lampade dava un senso sconfortante a tutta la scena, e un'impressione di desolazione si stava rapidamente impadronendo di quell'angolo di laguna, quasi che essa stesse facendo la prova generale per la conquista di tutta la città. Ma, forse, tutto ciò era già avvenuto.
Anche le luminarie del Natale sembravano soffrire quella serata ed in previsione di una nottata ancor più lugubre si erano spente improvvisamente, per riaccendersi solo di tanto in tanto. Sembrava quasi che volessero sorvegliare gli elementi, sia naturali che soprannaturali, segnalando pericoli impalpabili e divenendo così simili a dei catalizzatori dell'occulto, almeno così piaceva pensare a Xavier.
Attivò il collegamento elettrico e, per l'alto assorbimento di corrente richiesto dalla nuova apparecchiatura, la luce, già tenue, si abbassò ulteriormente.
Non sapeva perché ricordasse in quei momenti dei brevi versi letti in qualche libro, chissà quanto tempo prima, e che recitavano più o meno così:
Bisogna rimanere sul precipizio e morire di paura invisibile,
stare sull'orlo e sentire tutto quanto premere dall'intorno,
fino a schiacciarsi di nero.
Gli sembrava avessero un senso misterioso, adatto a quella sera che si preannunciava strana, ignota. Guardò lo schermo animarsi di figure strane, piccoli movimenti indecifrabili apparivano sotto forma di ombre senza volto, senza coerenza apparente; anche l'attrezzatura che riceveva i segnali clandestini di informazioni riempiva ora la stanza di rumori evanescenti, a volte sognanti ma con macabri significati sottintesi, cupi e percepibili soltanto da una mente allenata al buio, quale Xavier credeva di avere.
Egli infatti pensò di capire questa sottile ambiguità insita nei suoni, ne percepì il carattere ingannatorio e cercò di tenere i pensieri il più possibile lontano dalla voglia di inseguire quelle immagini, che gli suggerivano spontaneamente emozioni attribuibili, chissà perché, all'oppio.
Guardava quelle figure muoversi in modo strano: sembravano roteare su un asse immaginario e variabile. Altre volte uscivano dal dominio di questo asse e fluttuavano libere, immerse in uno sfondo cupo che non facilitava certo la comprensione degli atti da loro eseguiti: il loro volto era ora percepibile ma ciò avveniva assai raramente, Xavier ricordava di essersene accorto solo un paio di volte, sempre in modo vago e indecifrabile. Forse questi erano uomini con la barba o forse erano semplicemente degli anziani, comunque egli non era in grado di pronunciarsi sull'identità, almeno generica, di quegli spettri.
Diede uno sguardo fuori dalla finestra e vide che infuriava quasi una tempesta di neve. I pochi passanti di prima erano scomparsi e la desolazione sembrava farla da padrona.
Sentì il suo umore calare, sentì tutta la solitudine di questo mondo impadronirsi della sua anima. Sapeva che ciò non poteva essergli stato portato dalle suggestioni dell'oltretomba perché egli era stato per tutta la vita un solitario, uno che si teneva i suoi dolori morali soltanto per sé, tuttavia non capiva perché si sentisse così proprio ora.
Percepiva se stesso come un fallimento, un dolce fallimento denso, però, di solitudine armoniosa, perfettamente autosufficiente ma comunque destinato al fallimento. Gli restava difficile spiegare questo concetto, riconosceva che se avesse dovuto giustificare davanti a qualcuno la sua vita sarebbe stato da questi irrimediabilmente condannato; poteva solo dire, ma non a sua discolpa, che aveva perseguito un ideale di dolore, quale mezzo per accedere a conoscenze superiori, precluse se lui avesse svolto una vita emozionalmente normale.
Ora si vedeva come un artista stanco, arrivato al termine della sua esistenza e che si alza dal tavolo di lavoro per fare l'ultima comparsa in scena, dopo aver composto l'ultima opera. Questi era invecchiato, sconfitto, infreddolito, tristemente solo, sicuro di aver lasciato il suo testamento morale nell'ultimo scritto, nell'ultima incisione della sua voce su una musica struggente, da lui stesso scritta.
Xavier sentiva che gli elementi naturali lo stavano attendendo: il buio, il vento, la neve, il freddo. Sapeva di non essere quell'artista che vedeva nella sua immaginazione, ma non riusciva a fare a meno di identificarvisi parossisticamente, di scivolare sempre più in uno stato di torpore impercettibilmente sempre più pesante.
Ora si sentiva in dovere di uscire di casa, di immergersi nel buio e nella neve portata dal vento, di farsi aggredire dal freddo intenso che sembrava già minacciarlo dal di là del vetro. Era in preda ad un sentimento di fine, invecchiato, sconfitto, immalinconito dai sentimenti e dal ricordo dell'unica donna che lo aveva amato nella sua vita, che ora immaginava lo stesse salutando con un groppo in gola, con un triste addio.
Non gli era mai capitato di scrivere versi e così compose quasi per gioco, meccanicamente, la sua "opera" che per scherzosa, ma seriosa e rapita analogia, pensava essere l'ultima composizione di quel suo artista immaginario:
E' disposto dentro noi e si lascia accarezzare, dolcemente,
l'ultima cosa che ci tocca,
l'ultima cosa che ci sfiora,
l'ultima, ultima sensazione di sé,
e lei guarda.
La neve, fall, fall,
ricorda i dolori e sorrisi:
tutte le case sommerse e le persone dentro abbracciate a se stesse, infreddolite,
tu chiudi la valigia e devi partire,
nel buio,
nel gelo,
nella solitudine.
Ora tocca a te, solo a te...
Lasciò il foglio sul tavolo e, quasi ipnoticamente e comunque solo in parte padrone di sé, uscì di casa scendendo la rampa di piccoli gradini consunti dal tempo, trovandosi all'aria aperta e pungente, silenziosa di Venezia.
Ebbe la sensazione di essere fortemente ubriaco.
II |
Il passeggiare gli risultò assai strano. I pensieri passavano nella sua mente senza troppo sostarvi, non riusciva a scrollarsi di dosso quella sensazione di invito, come se qualcuno o qualcosa l'avesse spinto ad uscire, a fare quella passeggiata strana e incomprensibile, solitaria. Sì perché la città era veramente solitaria; se non avesse avuto con sé la prova di vivere nella sua epoca - aveva infatti in tasca alcune chincaglierie elettroniche - sarebbe facilmente caduto nel tranello di credere di essere nel XVIII secolo. Provava invece la sensazione che tutti gli spiriti antichi, vissuti in quell'epoca, uscissero dalle loro dimore solo quella notte, o forse tutte le notti, e che andassero senza meta liberi di ricordare e di rivivere la loro vita. Xavier pensava ora, anzi ne aveva la certezza, che Venezia fosse rimasta sempre nel passato, in un'altra epoca e che non si sarebbe mai piegata al moderno: era una città di spiriti, una specie di passaggio temporale rimasto miracolosamente, pericolosamente in piedi per chissà quale motivo. Respirava questa sensazione a pieni polmoni mentre osservava le abitazioni, tutte con le luci spente e apparentemente disabitate; nelle strade non vedeva nessuno, non udiva rumori e nemmeno nei canali riusciva a scorgere la presenza umana, tutte le barche erano ormeggiate e ricoperte da un ormai consistente velo di neve. Sentiva quest'ultima ancora soffice sotto i suoi piedi, non si era ancora formato quello strato di ghiaccio che rende quella magica polvere bianca impura, volgare: tutto era ancora allo stato di magia e il vento, che pareva ben comprendere questo, aveva cessato di agitarsi, lasciando dietro di sé una impalpabile nuvola di fiocchi, quasi fermi in aria. Xavier si sentiva minacciato. Non si reputava più solo ma non riusciva a razionalizzare questo pensiero. Lo scenario non era assolutamente cambiato, però quelle immagini e suoni che aveva visto e sentito dentro la sua stanza gli ritornarono in mente, sembrarono esistergli intorno, talmente vicini da fargli udire la loro presenza densa di mistero e di fastidio. I suoi vestiti facevano contrasto con il candore intorno. Si scoprì a divertirsi a lasciare impronte sulla neve il più possibile deformi, era forse un innocuo passatempo per distrarsi e inconsciamente dare un segnale alle forze che sentiva stringersi intorno, di come volesse far perdere le sue tracce. Camminava spesso sul bordo del marciapiede e il canale, la laguna intera lo guardavano in modo felino, pronti per saltargli addosso e fargli abbandonare quel poco di ragione rimastogli. Ma Xavier non si arrendeva e rimaneva aggrappato ad una sensazione, ad una impressione di vitale che aveva in sé, nascosta da qualche parte della coscienza: era un ultimo baluardo inconsapevole e che tale doveva restare, pena la piena comprensione e razionalizzazione della vicenda che avrebbe causato, conseguentemente, la dissoluzione di quel magico velo notturno. L'assalto, o quello che aveva la sensazione che fosse, gli venne portato subito dopo quei pensieri. Il Passato emerse da un punto imprecisato e in un colpo solo si sbarazzò dell'epoca moderna; tutto riprese ai ritmi del tempo andato spiazzando la sensibilità di Xavier che, in cuor suo, aveva sempre sperato in un incontro di questo tipo, se incontro poteva chiamarsi. Non aveva mai avuto idea di come difendersi, d'altronde ora non sapeva bene se ciò che stava vivendo era reale oppure soltanto una proiezione della sua mente, una estensione della Realtà Virtuale che tanto aveva sperimentato, ampliato concettualmente e praticamente e che ora - se fosse stato realmente così - poteva portarlo in territori a lui sconosciuti. Decise che doveva scontrarsi mentalmente con quelle potenze, perché quello era l'unico modo che pensava gli consentisse di controbattere quel senso di vuoto che provava adesso, quella spossatezza che lo stava vincendo. I chiari messaggi di vita che mandava loro si scontravano potentemente con gli istinti di morte che gli salivano da dentro, che erano sempre esistiti in lui anche se non se ne era mai accorto. Immagini sempre più violente di disfacimento si accavallavano velocemente e lo sommergevano, come le onde tempestose inghiottono il bagnasciuga, lasciandolo stordito a contemplare lo spettacolo di Venezia notturna, senza la minima traccia degli oggetti elettronici che la ponevano al passo del resto del mondo. La paura cominciò a nascergli dentro e da allora non lo lasciò più. Tutto quanto sembrava essere più solitario, se possibile, e il silenzio era diventato troppo irreale per non scatenare un ulteriore allarme nella psiche. Gli istinti erano sempre più rivolti ad una fine che essi stessi ritenevano prossima, ignorando completamente quell'ultimo barlume di coscienza che era rimasto sempre lì a suonare l'allarme. All'improvviso Xavier ebbe una sensazione di schiacciamento, come si prova quando ci si trova in mezzo alla folla scomposta, e si sentì trascinato verso l'acqua che attutiva, anzi assorbiva tutti i rumori, tutta la vitalità, tutto il moderno e la gaiezza che esso comporta. In breve comprese che il passato era emerso da lì e proprio verso quel luogo egli era sospinto: era sull'orlo del precipizio e lottava con tutte le sue forze, senza risvegliarsi dal torpore. Si guardò per caso addosso: se i suoi vestiti erano neri ciò poteva dirsi anche per le sue mani, sporche di un'incredibile polvere scura - ebbe a pensare che poteva essere carbone o qualcosa di simile - che veniva da chissà dove. Pensò, con un flash che folgorò la sua mente, che quella era la polvere del tempo, del disfacimento, della putrefazione dei cadaveri e dell'anima: era la polvere di tutti quegli esseri che gli si stavano strisciando addosso e lo stavano spingendo verso il canale. Era, in altre parole, il Passato stesso. Lo scontro mentale era inutile, sterile, lo aveva già perso. Rimase inorridito e in bilico per degli istanti lunghissimi di cui non seppe valutarne la durata, sommerso com'era da altre immagini dense di paesaggi spettrali, di terreni incolti, di uomini tristi e soli, disperati, di Venezia che sogghignava con un altro aspetto: l'aspetto di chi ha tolto la maschera e mostra il suo volto in disfacimento, reale, lontano dagli abbellimenti necessari per ingannare. Anche la resistenza finale di Xavier era sconfitta, l'oscuro che già lo aveva stuzzicato nel passato gli aveva svelato tutti i suoi misteri, ma lo aveva fatto solo quando era diventato impossibile resistergli. Una valanga di putridume crollò su quella figura in bilico tra il marciapiede e la laguna, mostrandogli le varie diversificazioni delle Potenze, mostrandogli i significati più veri dell'esistenza e con essa i dolori più cupi della morte, come in fondo al suo cuore Xavier aveva sempre sperato di conoscere. Non fece neanche in tempo a suonare un dispositivo che aveva sempre con sé, e che una volta attivato lo avrebbe reso localizzabile, poiché esso generava delle onde radio recepibili da un grande elaboratore, responsabile della distribuzione e razionalizzazione dei ponti radio digitali: cadde in acqua e scomparve senza un lamento, senza essere visto, con la neve che continuava a cadere nel buio blandamente illuminato.
III |
Quando forzarono la porta del suo appartamento erano passati parecchi giorni dalla sua scomparsa. Il vicino di pianerottolo si era preoccupato non vedendolo più, non sentendo più neanche i rumori del ticchettio della tastiera. Trovarono la stanza come era stata lasciata da Xavier, con il foglio dove era stata scritta la sua unica ed ultima composizione posato sul tavolo, con tutte le apparecchiature ed elaboratori vari ancora accesi, compresa anche l'ultima creazione, quel recettore di onde che giustamente Xavier aveva previsto essere le frequenze su cui si muovevano gli spettri. Il suo vicino, dopo essersi ambientato quanto bastava, si accorse ed indicò ai soccorritori, tra l'incredulo e il divertito, il visore che mostrava tutte quelle forme così bizzarre. Rimasero tutti sorpresi alla vista di quei movimenti così incomprensibili. Ciò che comunque il solerte compagno di pianerottolo ebbe paura di dire, anche a se stesso, era che per qualche istante gli sembrò di aver riconosciuto le sembianze di Xavier in mezzo a quegli spettri; ne era tuttavia insicuro, poiché tutto era così poco nitido e talmente volubile che le figure potevano essere benissimo ombre cinesi. Egli aveva il dubbio, infatti, che quello fosse il risultato di un semplice programma simulatore di ombre cinesi, a cui Xavier stesso aveva dato un comando di casualità per far comparire alcuni tratti somatici del suo volto inseriti precedentemente. Spensero l'interruttore generale dell'appartamento, anche per far cessare quei suoni fastidiosi generati dal decodificatore di messaggi informativi clandestini, e chiusero la porta dietro di loro, ignari della sorte che era toccata allo scomparso.