L'UOMO CHE CORRE |
MOVIMENTO I |
Pensò che poteva andar via. Uno sguardo indietro verso la casa gli mostrò uno scenario spento, disabitato: aveva preso proprio tutto. Si allacciò bene la tuta, era ormai notte e cominciava a far freddo; si calò il casco integrale sul capo. Si immaginava come un cavaliere oscuro in groppa al suo cavallo nero, lui vestito dello stesso colore della sua moto nera, veloce e silenziosa, pronto ad andar via nella quiete delle tenebre. Mise in moto, si abbassò la visiera e partì. Appena uscito dal recinto della sua casa la strada lo inghiottì, immersa com'era nell'oscurità, e dagli specchietti laterali non vedeva più la forma della villetta, quasi che non fosse mai esistita. Pensieri nella sua testa, una miriade di pensieri si accavallarono in modo vorticoso, rapido. Il piacere di guidare nella notte, in perfetta solitudine, lo estasiava, lo faceva sentire forte e rabbrividiva al pensiero che lui era solo con il vento, solo con gli elementi naturali, solo senza quelle ferruginose apparecchiature elettroniche che gli riempivano la testa di ronzii, di malesseri, di confusione tale da confondergli le idee. Errore, ancora un errore: non era così solo, si era dimenticato del computer di bordo che ora aveva cominciato a funzionare. Si trattava di un micro elaboratore che tutti i veicoli avevano in dotazione per ovviare al caos del traffico ed erano collegati a più satelliti che studiavano la situazione - in real time - del congestionamento veicolare su tutte le vie di scorrimento. Non era proprio possibile sconnetterlo e quei colori così nitidi, così vivaci, lo infastidivano non poco. Ma per sua fortuna il livello sonoro era basso e viaggiando a quella velocità non ne udiva i messaggi. Poté di nuovo concentrarsi sul piacere della guida: curva a sinistra, lieve piega, curva a destra, altra lieve piega, e poi un lungo rettilineo - così almeno sembrava alla luce del faro - in cui poteva esprimere tutta la sua voglia di libertà e di potenza. Il vento gli sussurrava nelle orecchie dolci melodie - solo lui poteva capirle - che parlavano di territori lontani, persi, freddi di temperamento, glaciali di animo; gli piaceva ascoltare questi bisbiglii, questi fiati naturali che lo riportavano a qualcosa che non ricordava più. Altra curva a destra, frena diceva a se stesso, frena perché vai troppo veloce: ecco, così. Si compiaceva di riuscire a portare quella moto in modo discreto, era un'armonia l'intesa tra lui, il veicolo e la strada; e poi, un ulteriore brivido gli era provocato dal pensiero di sfrecciare completamente solo, immerso nelle tenebre appena rotte dal fanale, vestito completamente di nero, praticamente silenzioso. Era sempre stato un tipo strano - finalmente era riuscito a rivelarsi anche a se stesso - amante della solitudine e soprattutto della notte e dei suoi suoni, dei suoi misteri. Si ricordava di quella volta che era rimasto seduto su un prato per tutta la notte, sul prato che era stato il cimitero degli indiani per secoli e secoli, ad ascoltare il rumore del silenzio che lo rapiva e gli raccontava del passato, delle storie svolte su quelle valli nel precipitare degli eventi. Anche adesso c'era la stessa melodia, e accanto allo schermo del suo micro computer vedeva delle forme muoversi, adagiarsi sulle sue gambe, sulla sua tuta e le vedeva parlare, le vedeva agitarsi ed acquietarsi subito dopo. Forme forse malvagie, gli venne istintivo pensare, forme scure come lui, senza grazia e senza cuore, che emanavano fumo dalle loro piccole bocche, dai loro piccoli corpi: erano in definitiva quasi degli gnomi, persi subito di vista in un batter d'occhio, poiché il tempo di guardare un istante la strada gli fu sufficiente per non trovarli più vicino a sé. Pensò ad una visione, ad un contrasto dello schermo, ad un gioco d'ombre che si era innescato per un attimo, mentre stava finendo la curva ed accelerava. Andava forte, lo aveva capito dal tachimetro e dal computer che gli segnalava via libera per un lungo tratto di strada: niente traffico su quella direzione, nessuna variazione climatica in vista, nessun apparente ostacolo che si potesse presentare davanti a lui. Gli venne spontaneo girarsi a guardare il ciglio della strada segnalato dallo scorrere fitto degli alberi, pini o piante simili dovevano essere, mentre insieme ad essi erano presenti lì vicino rotoli di cavi elettrici, che portavano dritti nelle grosse città, nelle grosse megalopoli piene di tecnologia nauseante e devastante, assassina, come capitava di leggere sempre più spesso sui giornali elettronici: era ormai frequente infatti l'intossicazione da realtà virtuale che poteva portare nei casi più gravi alla morte, all'annientamento cerebrale, alla pazzia. Ma lui stava andando via da ciò, osservava quei fili con un sorriso beffardo, canzonatore ed udiva risuonare in sé la sua caratteristica risata cavernosa, paurosa qualcuno aveva pensato a definirla. Chi fosse stato non gli riusciva di ricordarlo. Nessun bivio all'orizzonte e neanche la luna a far capolino - era infatti il periodo della luna nera - c'era solo il freddo che cominciava ad essere pungente. Soprattutto non si vedeva nessun essere umano passare, nemmeno a piedi: lui era proprio solo, con i suoi pensieri e con i suoi spettri preferiti.
MOVIMENTO II |
"Dio che dolore mi dai! Perché non vuoi vivere insieme a me? Pensi che tutti questi anni li abbia passati con te per cambiare aria, per divertirmi, per uscire la sera con qualcuno, o forse per cosa? Ah già, dimenticavo, le storie di letto: forse ho passato con te tutto questo tempo solo per far sesso? Beh, guarda che ti sbagli, se pensi questo ti sbagli, io sono stata con te perché ti ho voluto bene, perché volevo vivere una vita con te formando una famiglia, e tu invece... E smettila di giocare con quel dannatissimo computer, ti sto parlando di noi, del nostro futuro, possibile che non abbia niente di meglio da fare!? Ascoltami, io ho già 25 anni e tu ne hai 31, quando pensi di sistemarti, quando pensi che sia ora di cambiare vita e modo di pensare? Se continui così diventerai vecchio senza che abbia combinato niente di creativo, niente di motivante, senza che nessuno sia riuscito a capirti fino in fondo, ad affezionarsi a te... Preferisci forse passare tutto il tuo tempo in solitudine a sbevazzare come un alcoolizzato, come un perditempo? No, non credere che io sarò con te, neanche domani; no... Mi si spezza il cuore, ma il domani sarà senza di te. Sì perché se non l'hai ancora capito io me ne vado da subito, sì da subito, anche se non so dove... Oh, adesso ridi, ridi...! Sei spaventoso a volte, sogghigni in quel modo pazzo nei frangenti più impensati, quella tua voce cavernosa mi è sempre piaciuta, soprattutto nei nostri momenti, ma a volte mi terrorizza, mi fa pensare a te come ad un essere uscito dalle viscere della terra, gelido, incomprensibile e misterioso. Perché dovresti ridere di tutto ciò? Non ti spaventa l'idea che sto andando via? Non pensare che lo faccia domattina solo perché adesso è buio: io non ho paura, non ho paura di nulla, neanche della tua indifferenza. Credo che non potrò ricordarmi più di te neanche pensando ai nostri momenti più belli: sei stato una totale delusione, una totale perdita di tempo, sei solo un egoista che bada alle sue faccende, ai suoi lavori. Ti prego spegni quel computer, cerchiamo di ragionare per l'ultima volta, adesso che hai smesso di ridere. Ascoltami ancora un momento: che cos'è che cerchi in una compagna? Che cos'è che vorresti dalla tua esistenza? Lo vuoi capire che non puoi passare tutte le tue giornate così, non puoi... No, tutti i discorsi sono inutili ed io sto ancora perdendo del tempo! Finisco di preparare la mia roba e vado via, e non continuare a ridere in quel modo, te lo chiedo per piacere. Oh, adesso ti sei pure alzato. Non hai aperto bocca in tutta la serata, sei un essere spregevole. Non ti avvicinare sai, non ti avvicinare, è inutile che tu cominci a fare le moine, non sei più un bambino, lasciami finire il bagaglio, anzi, chiamami un taxi perché ho deciso dove andare: no, non te lo dico, e non provare a seguirmi. Mi hai fatto imbestialire, sono piena di rabbia e di rancore, vai a farti fottere te i tuoi computer e il tuo egoismo, ed anche le tue risate, che cosa avrai mai da ridere... Addio, io vado via. Neanche mi saluti? Hai capito? IO VADO VIA! Tieni la chiave di casa, non so proprio cosa farmene adesso. Ma, neanche il taxi mi hai chiamato? Sei odioso, sei proprio un ignorante. E' isolato, adesso ci mancava pure il telefono isolato! Allora chiamami il taxi attraverso il tuo fedele computer e non provare a bloccarmi la porta di casa da quello stramaledetto terminale, una volta ti saresti fatto in quattro per me... Sei irriconoscibile, sembri contagiato da un virus! Non continuare a ridere ti prego, o mi metto ad urlare; ti prego non ridere, NON RIDERE, NON RIDERE, NOOOOOO!".
MOVIMENTO III |
La notte stava scorrendo via, dopotutto. Non ricordava più da quante ore era in viaggio e neanche perché era in viaggio, chissà verso quale meta. Non sentiva il minimo sintomo di stanchezza ed era sempre più inebriato dalla guida, dallo scuro che lo circondava e che aveva dentro, da quella sensazione di chiusura in sé che lo faceva sentire unico, indesiderabile. I pensieri non avevano mai smesso di frullargli in testa, tanti flashback, tante memorie che si ripresentavano ogni volta che rimaneva da solo e che lo facevano star male perché dolorose, antiche. Era come se un velo di plastica leggermente opaco si posasse sulla sua coscienza, dividendola ma non nascondendola da un'altra entità altrettanto viva: il passato. Poteva anche impazzire se entrambe si fossero incontrate, se entrambe fossero diventate consapevoli una dell'altra. Guardò ancora il ciglio della strada buio, illuminato solo da uno spicchio di luce del fanale: lo scenario intorno era sempre uguale, solo alberi che potevano nascondere di tutto, dai lupi ai malintenzionati o anche una coppia furtiva nel far l'amore. Flashback, ancora flashback. Ricordava il viso di quella donna mentre lo implorava, mentre perdeva la forza di resistergli: i suoi occhi dilatati, terrorizzati, i suoi lineamenti tirati, irriconoscibili. La sua voce era diventata talmente stridula e affaticata da non riuscire più a scandire le parole. Brutti ricordi, veramente brutti, pensò, meglio era gustarsi quella splendida nottata e quel viaggio che sembrava interminabile, ma necessario per andare a... Non riusciva proprio a ricordare dove stesse andando con tanta foga e non ricordava nemmeno quello che aveva fatto nelle ore precedenti alla partenza, neanche nei giorni prima. E poi quel fastidio-bisogno di sapere che ora fosse lo cominciava a tormentare. Perché gli interessava così tanto, aveva forse un appuntamento o era una mania che aveva sempre avuto? Gli venne in mente di consultare la sua agenda elettronica data in omaggio con il micro computer; rallentò un po', quanto bastava per liberarsi una mano, e cominciò a digitare sullo schermo stesso i comandi necessari per trovare le informazioni giuste. Si immaginava tutto il viaggio degli impulsi elettrici dalla moto al satellite, da lì poi alla centrale ricevente posta alla periferia della città più vicina a lui, per finire alle periferiche di quell'enorme macchina che elaborava tutti i bisogni della popolazione - si trattava di milioni di persone - in real time, il tutto in modo preciso. La risposta fu immediata, NO DATA lampeggiava insistentemente sul display; il tempo di rialzare gli occhi e si accorse che stava finendo fuori strada. Diede una lieve correzione alla moto e tutto si sistemò. Riguardò nuovamente lo schermo che continuava a lampeggiare; non c'era proprio modo di sapere cosa andava a fare in un posto che non sapeva. Riaccelerò e si concentrò nuovamente sulla guida, sulla notte che lo avvolgeva come una coperta e lo proteggeva come una mamma, teneramente: lui, figlio della notte. Gli venne da sorridere e sentì il suo stesso ghigno riecheggiare nelle orecchie e nell'udirlo sentiva il bisogno di ridere ancora più forte, parossisticamente fino a scoppiare. Accelerò maggiormente, fino a trovarsi a fare le curve al limite dell'aderenza, fino a sentire urlare il motore nei rettilinei e lui con esso. Un'ombra lo salutava dal ciglio della strada e si muoveva con lui: era strana, cupa, forse anch'essa vestita di nero. Aveva le sembianze di un uomo e i suoi occhi erano nascosti da un paio di occhiali da sole, almeno così sembrava. Sul suo volto gli parve di scorgere, sottolineati da una lieve barba incolta, i segni di una malvagità sconfinata. Ora quella figura gli indicava il giusto senso di marcia ed era la direzione opposta a quella dove lui, il motociclista, stava andando. Solo allora si accorse che viaggiava a 140 all'ora e l'ombra, quell'essere, era sempre di fianco a lui. Se ne stupì ma non ci fece caso, come non fece caso nemmeno a quel cappottone che quella figura indossava e che gli rimaneva aderente come una seconda pelle. Pensò di star correndo con la moto verso il nulla in compagnia di folli visioni e si sentì invaso da un'onda di perversione, di malvagità che lo scuoteva come un terremoto, come una potente droga di cui aveva perso il controllo. Lui era nero come la notte!
MOVIMENTO IV |
"Vieni con me, stiamo insieme questa notte, mio padre dorme nell'altra ala del castello. Possiamo allontanare tutta la servitù se vuoi, se ti danno fastidio. Va bene non parlare, non dire una parola, penserò io a tutto ciò che ci occorre, prenderò le candele e gli aromi più afrodisiaci, preparerò le lenzuola più appropriate e... A proposito, che ne pensi di mettere quelle nere? Che tentazione, se a te piacciono le mettiamo. E sì, mi basta uno sguardo ormai per capirti, va bene, metteremo quelle. Pensa come sarà eccitante, pensa come ci copriranno nella nostra passione! Amore sto impazzendo dalla voglia di abbracciarti, vorrei che anche tu ti sentissi così. Shhh, piano, non far troppo rumore con quelle scarpe, siamo vicini alla stanza dei miei genitori; però, ora che ci faccio caso, quelle scarpe sono un po' inusuali. Ma dove le hai prese, qui nessun calzolaio le costruisce, forse le hai trovate durante uno dei tuoi tanti viaggi? Va bene va bene, non mi riguarda, ho capito. Quando ti imbronci così mi fai paura! Eccoci, siamo arrivati, vado un attimo dalla servitù e la congedo. Fatto. Vieni che prepariamo il letto e tutta la stanza per la notte; tieni, reggi la candela. Basta un candelabro solo, vero? Aiutami a togliere queste lenzuola, così mettiamo quelle nostre, quelle nere. Vieni tra le braccia, mio oscuro amante; sai, io sono attratta da tutte le persone misteriose perché hanno un non so che di intrigante, di affascinante e anche un po' di pauroso. Anche tu sei così, sai? Lasciati togliere i vestiti, questa camicia così inamidata, lasciati spettinare i capelli e lasciami abbandonare a te la mia voluttà, i miei sensi. Abbandonati amore. Abbandonati. Così, continua così, penso che tu sei semplicemente splendido, semplicemente magnifico e potente. Ti amo, ti amo profondamente, mai nessun uomo mi ha fatto sentire così donna, così felice. Sei potente, sei splendido, ti amo... Lasciamoci sdraiati per un po' sul letto e respiriamo qualcosa dei nostri sensi, lasciamo scorrere nelle nostre vene il bene che ci siamo fatti... Penso che io e te potremmo sposarci un giorno, anche presto se vuoi, dopotutto mio padre è proprietario di tutte queste terre che vedi e possiamo andare ad abitare o qui, oppure in un'altra tenuta non distante dal castello. Pensa quanto sarebbe stupendo coronare questa nottata con tutta una vita da passare insieme. Perché sorridi? Perché sghignazzi in quel modo? Non ti va l'idea di vivere qui? Vuoi forse andare nei tuoi possedimenti? A proposito, ma ancora non mi hai detto di dove sei originario, non mi hai raccontato nulla della tua famiglia, se hai una casa dove rifugiarti di tanto in tanto. Non ridere in quel modo, amore, mi stai facendo venire la pelle d'oca... Perché ti giri dall'altra parte, ho forse detto qualcosa che non va, ti ho offeso, forse non hai più famiglia, oppure non hai più terreni? Ma a me non importa, non mi importa proprio nulla, basto io per poter vivere decentemente, anzi più che decentemente. Tu continui a ridere, fatti vedere almeno quando ridi, non ti nascondere, forse pensi che c'è un divario troppo grande di età tra di noi? A me non interessa e poi io ho 23 anni e tu credo che non ne abbia più di 32-33, quindi... Baciami un'altra volta sarà il nostro suggello per tutti gli anni a venire. Voltati e baciami! Voltati... Oddio, come sei strano! Non ridere in quel modo che mi fai terrore! Smettila che la tua risata sta riecheggiando in tutta la stanza: sei terribile, vattene, vattene via! Come ho fatto a pensare di vivere con te, sembri un pazzo furioso. Vai via, via, VIAAA, VIAAAAAAAA!".
MOVIMENTO V |
Il tempo trascorreva inesorabile, se ne rendeva conto. C'era qualcosa nell'aria, oltre che in se stesso, che gli suonava sinistro; ormai aveva realizzato di aver fatto più di 300 chilometri, tutti su strade e stradine di montagna deserte e senza un'indicazione che segnalasse informazioni sulla zona. Il serbatoio della benzina era vuoto per più di metà e si sentiva notevolmente infreddolito; aveva la sensazione che la sua epidermide fosse raggrinzita dall'umidità che, comunque, non poteva essere penetrata sotto la sua tuta di pelle perché essa era spessa. Gli sembrava di essere diventato vecchio e ora ricordava di aver provato spesso quella sensazione. Ricordava anche che quella strana e spiacevole percezione svaniva dopo un po', dopo che aveva fatto un qualcosa che non riusciva più a ricordare. Capiva perfettamente che doveva far qualcosa perché ne andava della sua stessa sopravvivenza. Allora cercò di riordinare le idee guardando una volta il ciglio della strada, una volta il tachimetro, un'altra ancora lo schermo del micro computer che continuava a lampeggiare lo stesso messaggio di prima; spesso si soffermava ad osservare le stelle per un breve attimo, ma poi pensava che non poteva perdere la concentrazione e finire fuori strada. Il malessere in lui cresceva e si moltiplicava. Accusava violente fitte allo stomaco e lancinanti dolori alla testa, un attimo dopo tutto pareva essere passato, ma poi si risentiva di nuovo male, con gli stessi dolori spostati in altre zone del corpo come potevano essere a volte la schiena, a volte il cuore o altri organi vitali. Erano spasmi interni, violenti che si muovevano rapidamente quasi cercassero una via d'uscita, come un tumore nato poderosamente e desideroso di fuggire via per trovare nuove vittime, nuovi individui forse più degni da cui farsi ospitare. Ma lui non poteva perdere la concentrazione perché rischiava di finire fuori strada e, soprattutto, perché non gli riusciva né di rallentare né di fermarsi: qualcosa gli imponeva di continuare a correre. La vista, ora aveva l'impressione che gli si annebbiasse la vista. Eppure i suoi occhi erano ben spalancati e non provava alcun sintomo di sonno, la sua mente era aperta a tutte le percezioni. Un crampo violento alla mano stretta sull'acceleratore lo fece trasalire e contemporaneamente una fitta lancinante al ventre ebbe l'effetto di farlo barcollare vistosamente, tanto da riuscire a riprendersi più per fortuna che per bravura. Era allo stremo. Il sapore del sangue in bocca lo stordì e gli procurò alcune sensazioni miste di terrore e piacere: se si trattava di piacere ciò era presente come un'ombra nei suoi pensieri e lo trovava semplicemente latente e apparentemente ingiustificato. Infine non riuscì più a resistere a questo turbinio interno e cadde rovinosamente per terra. La moto schizzò lontano in uno sfolgorio di scintille e si andò ad incastrare su uno dei tanti, ossessivi, alberi presenti lungo la strada. Lui invece strisciò per parecchie decine di metri, rotolando e piroettando sull'asfalto. Su di esso erano sparsi ora brandelli di tuta e il pilota aveva emesso mugolii di dolore prima di fermarsi; i colpi dati sul terreno dal casco sfilatosi dal capo completarono lo scenario dell'incidente che nessuno vide, e ciò si era esaurito prima che il primo raggio di sole della giornata illuminasse l'intorno. Egli era lì disteso con il casco finalmente fermo, lontano dal suo corpo; il cinturino che doveva tenerlo saldo a sé era schiantato di netto. Dalle sue labbra un rivolo di sangue - di quel sangue che era così prezioso - stava colando su di lui rimasto immobile, scurito da quella luce ancora debole, visibilmente devastato in tutta la sua figura: era inequivocabilmente un cadavere in avanzata fase di decomposizione.
MOVIMENTO VI |
Dall'altra parte dello schermo di console qualcuno sorrise soddisfatto: le ricerche fatte per lunghi anni avevano portato a risultati eccellenti.
Le estrapolazioni delle date di nascita e di morte di migliaia di giovani donne, defunte in modo apparentemente violento, avevano occupato il suo tempo per tutto quell'arco di vita.
La scansione dell'elemento comune era costata una fatica immane, un lavoro mastodontico che era stato svolto tra l'incomprensione di tutti, a volte tra l'ostracismo di alcuni: l'ipotesi che qualcuno avesse assorbito l'età, la giovane età insieme ai pensieri e al modo di vivere delle predestinate a quelle orribili morti, si era fatta presto strada nella mente del cacciatore.
Quell'assassino aveva tutto l'interesse a far ciò per poter essere sempre di aspetto giovanile, un bel giovane che poteva conquistare ed amare tutte le donne che voleva fino al momento che esse dichiaravano il loro amore per lui, il loro desiderio di volerlo sposare.
A quel punto la situazione diventava inaccettabile: costui aveva bisogno di andarsene perché considerava il matrimonio un doloroso passaggio, una sorta di metamorfosi molto vicina alla morte ed aveva quindi necessità di cambiare compagna per poter plagiare un'altra più giovane di lui.
Contemporaneamente quel mostro necessitava di mostrare molti meno anni di quanti effettivamente ne avesse, così uccideva chi aveva avuto vicino fino a quel momento e ne assorbiva tutta la forza vitale, ringiovanendo fino ad avere l'età della sua vittima.
Il 'gioco' era andato avanti in questo modo per molti e molti anni ed ora finalmente quel qualcuno era caduto in un tranello informatico: era costituito questo da innumerevoli messaggi subliminali lanciati dal cacciatore dalla sua console e puntualmente recapitati ad un particolare indirizzo telematico.
Questi messaggi avevano il potere di offuscare la ragione dissociandone l'ego e cancellando in modo temporaneo la memoria, insieme alla consapevolezza di chi veramente fosse lui, il motociclista mandato sulla strada senza una meta, il ricevente ignaro di tutti quei messaggi.
Egli era stato, fino a pochi minuti prima, il Principe Vlad.
Strappa via i vestiti, il vento
strappa via i misteri, il tempo;
nessuna parola
nessuna ferita, da rimarginare,
l'uomo che corre brucia tutto nella sua memoria,
nei suoi atti,
lascia il solco nella strada,
nel suo passato,
nel suo essere.
Maleficio,
come un suono ha montato i concetti,
rimane sospeso tutto su una musica,
distorta,
dissonante,
caos, assoluto, teso...