NEL TEMPO


I


Una fitta penombra dominava lo scenario di quella stanza. Fredrick sedeva nell'angolo più remoto, meno illuminato, proprio davanti ad un sofisticato attrezzaggio di Realtà Virtuale. Il silenzio era rotto in modo impercettibile dal ronzio elettronico, mentre la tarda ora notturna contribuiva alla ovattatura dell'esterno: sembrava un'irrealtà assolutamente placida che circondava la casa. Il suo stato d'animo era indifferente, annoiato. Aveva disgusto di tutti i desideri, non voleva averne più tanto erano divenute infrequenti le soddisfazioni di essi. Pensava che ciò fosse, dopo tutto, una cosa naturale, qualsiasi essere umano se privato dei suoi piaceri inizia prima a soffrirne, poi ad anestetizzarsi diventando, infine, indisponibile a godersi qualsiasi pur piccola piacevolezza gli si presenti. Questo stato d'animo l'aveva esteso a tutti i suoi bisogni primari, la sua condizione lo poneva davanti ad una soluzione che gli appariva, anch'essa, senza importanza. Fredrick capiva che in breve tempo si sarebbe suicidato. Ciò che fino ad adesso lo aveva, se non risollevato, almeno convinto a posticipare l'adempimento di quel sottile dovere - così cominciava a considerare quell'atto - era una curiosità definibile insana, più precisamente morbosa, relativa a ciò che pensava fossero state le sue esistenze precedenti. Credeva infatti che la vita dovesse continuare a lungo dopo la morte, però in un altro corpo: egli credeva fermamente nella metempsicosi, nella reincarnazione. Così con l'aiuto dei mezzi virtuali e sfruttando la sua abilità tecnica, era riuscito a costruire una sofisticata attrezzatura elettronica, bisognosa di programmazione tramite un codice che Fredrick stesso aveva escogitato. Aveva sperimentato varie volte questo viaggio nel suo passato più remoto, riportando ogni volta una sensazione sempre più forte che tutto ciò che aveva visto era stata veramente la realtà delle sue vite precedenti. Ricordava, rivedendole, situazioni così sepolte nella sua memoria che il solo rivangarle lo facevano cadere in uno stato di torpore, di brividi diffusi su tutto il corpo, di forti sbalzi cardiaci. Come poteva non impazzire di dolore rivedendo le sue morti anteriori, vedendosi così sofferente, mentre allo stesso tempo così meritata gli appariva quella fine. Un senso di giustizia, superiore ad ogni giudizio terreno, gli diceva che in fondo quella tragica fine se l'era cercata. Aveva visto, infatti, che era spirato di morte violenta in tutte le sue vite, di omicidio per lo più, a causa del suo carattere così meschino, cinico e approfittatore. Tutte le compagnie che frequentava erano sempre state di comodo e comunque di malaffare, non aveva mai voluto nessuno vicino che gli ispirasse tenerezza. Fredrick si commuoveva, si inteneriva e provava dei brividi lungo la schiena quando riconosceva scene in cui si vedeva protagonista di angherie, poiché gli sarebbe piaciuto intervenire per difendere il maltrattato di turno. Ma la scena che gli si materializzava sul visore virtuale era solo un'immagine assolutamente inalterabile anche dai più complessi algoritmi matematici. L'ultima volta che fece quella esperienza pensò che forse la causa delle sue apatie odierne andava ricercata proprio in queste storie antiche: sapeva, infatti, che il motivo principale che spinge un'anima a reincarnarsi è proprio il bisogno di perfezione da raggiungere, per migliorare il grado di comprensione assoluta riguardo a tutti gli aspetti spirituali e morali. Lo scopo di ogni rinascita - pensava - è quello, quindi, di riscattare gli errori precedenti con un carattere contrapposto a quei comportamenti, una sorta di causa-effetto, dove l'effetto era tanto più doloroso quanto più terribile risultava la causa. Fredrick doveva quindi capire, una volta per tutte, quale era stata la sua colpa maggiore. Sapeva, altresì, che non è mai bene scoprire i motivi che portano ad una nuova vita: lasciar cadere il sottile soffitto che separa provvidenzialmente noi dall'enorme montagna di nero e d'orrore, che ci sovrasta, può risultare menomante per le prossime reincarnazioni. Questo il motivo che, a torto o a ragione, nemmeno lui era in grado di dire quanto ciò giudicasse vero, lo frenava dal ritentare una nuova regressione. Quella notte il freddo nella stanza era atroce e la solitudine che provava pungente. L'ora tarda, infine, lo convinse a tentare, prima che l'alba fosse venuta a distruggere quel manto intimo e consigliere quale solo la notte sa essere. Decise che quella sarebbe stata, nel bene o nel male, l'ultimo ritorno alle sue vite precedenti fatto di sua volontà. Preparò con cura tutto ciò che gli serviva: maschera virtuale, cavetti, codice di software, accese l'alimentatore e diede energia al riflusso computerizzato.


II


Vide il suo volto attuale fissarsi in un'espressione, l'ultima che aveva prima di regredire. Fu colpito dalla apparente fossilizzazione che esso subiva: i denti divenivano sempre più evidenti e venivano risaltati gli spazi interdentali, mentre tutta l'arcata dentaria perdeva lucentezza e si essiccava velocemente. Il suo corpo attuale era ormai morto ed era così pronto ad entrare in quelli precedenti. Un senso di freddo lo assalì insieme ad un vuoto tremendo, un vuoto morale - riusciva a definirlo solo così, in un modo riduttivo. Era ora nel regno dello scuro, delle cose morte, del tempo andato e indifferente. Gli apparirono altri volti, volti che già conosceva dai viaggi precedenti e che reinterpretavano le stesse scene già viste. L'esperienza di essere spettatore di se stesso aveva il potere di sconvolgerlo ogni volta, come se quella fosse stata la prima. Assistette ad intrighi, ad omicidi, a certi suoi pensieri che riteneva tuttora incomprensibili. Incomprensibili? Perché, si chiedeva. La sua mente era persa in un mare viscoso che gli ritardava i riflessi, la sua elasticità mentale era compromessa dal ritardo di comprensione di ogni singolo avvenimento; la successione veloce degli eventi sommava disagio ad intontimento e credette di non essere in grado di sopportare il succedersi dell'esperimento. Fece un enorme sforzo per riprendere la concentrazione e focalizzare quel momento: comprendeva che lì era nascosta la soluzione. Rifece mente locale. Stava assistendo a certi suoi pensieri che riteneva tuttora inconfessabili. Inconfessabili? Perché? Scavò questa volta con decisione, tirò fuori rapide associazioni di mura crollanti, di acque distruttive che sommergevano tutto con violenza, di orrori della natura, di forze elementali della natura, di sacrifici umani fatti in nome di qualche falso dio, di tormenti autoinflittisi da pazzi, di sangue, di urla, di sangue ancora e poi di buio, sempre più buio. Era una gradazione a scalare e inimmaginabile di scuro poiché ciò che ora appariva tetro e senza fondo, un attimo dopo gli sembrava reggere il confronto con la luce più accecante. In modo parossistico le tenebre aumentavano rispetto al tempo che passava... Fredrick sussultò, rovinò per terra, batté la testa e le braccia, tutto il corpo. Quella parola lo aveva devastato: tempo. In un attimo gli fu tutto chiaro. Lui era, in principio, l'essenza stessa del tempo. Freneticamente tentò di trovare la tastiera per digitare l'input necessario al ritorno da quella regressione. Il nero intorno a lui era così forte, così freddo ed opprimente che non riuscì ad afferrare niente, non riuscì a toccare nulla. Rimase prigioniero invisibile nello spazio morto del tempo, lo spazio morto di se stesso che aveva tentato di sfuggire ad un destino sempre uguale, puntando verso la perfezione. Quello spirito, Fredrick, era tornato all'origine. Questa volta per sempre.