IL MALESSERE |
I |
Era chiuso ora nella sua stanza. La fretta di arrivarci lo aveva spinto a correre dalla strada deserta, oscurata dalla notte, e lo aveva costretto a salire gli scalini, che conducevano al suo appartamento, a due a due, di corsa. Era entrato nel suo alloggio sbattendo la porta dietro sé, poi si era precipitato nella sua camera. Si chiuse a chiave e finalmente poté calmare la sua frenesia. Riprese fiato. Intorno a lui quiete e buio: non aveva ancora acceso la luce e dalla strada continuava a non salire alcun rumore. Cosa fosse quella fretta, quella paranoia che lo aveva assalito improvvisamente non riuscì a capirlo, si ricordava soltanto il cicalio elettronico del congegno che portava con sé, che doveva avvisarlo ogni volta che qualcosa nel suo organismo non funzionava a dovere. L'apparecchio era di fattura semplice, non era cioè in grado di segnalare quale fosse il problema fisiologico. Si trattava quindi solo di un grossolano avviso, un invito a rivolgersi ad un dottore magari solo per controlli banali, come infatti era stato, ad esempio, l'ultima volta che egli aveva udito quel suono: si trattava soltanto di una lieve alterazione della pressione sanguigna. Ora invece era rinchiuso nella sua casa. Non voleva avere contatti con le persone, voleva isolarsi nelle sensazioni che adesso, improvvisamente, sentiva vivere intorno a sé. Gli sembrava che la stanza - alla cui oscurità egli si stava abituando - fosse pervasa da un respiro. Sì, la stanza stava respirando intorno a lui, in modo malato ed insistente! Percepiva quel fiato sul collo, sul volto, sui suoi vestiti e venne investito da una sensazione di freddo che quell'alito pareva emanare. Nulla però stava ad indicare la natura umana di quel respiro, nessun odore soprattutto. Era come se tutti i congegni elettronici, di cui quella stanza era permeata, avessero preso ad agonizzare, a far sentire la loro presenza in modo anomalo, allarmistico. Fu allora che i modem, necessari ai PC per collegarsi con le reti telematiche di mezzo mondo, si illuminarono di luce emessa dai loro LED e si misero a trasmettergli strani messaggi visivi in un codice sconosciuto. Ai modem si unirono subito i numerosi fax, i telefoni cellulari, le stampanti laser collegate a grossi elaboratori in modo remoto e atte a stampare notizie riservate. Segreti di grosse multinazionali erano impressi sui fogli appena usciti, mentre vari avvisatori, sofisticatissimi, di anomalie nei sistemi di alimentazione - di cui la stanza era piena - presero a trillare con frequenze prossime agli ultrasuoni. Non c'era "melodia" in quella stanza. Una sensazione di malanno gravava sulla mente dello stupito - e impotente - abitante.
II |
La repulsione per i sentimenti umanitari si fece strada in lui molto presto. Le sofferenze, le pene che le persone sembravano provare nei riguardi dei propri simili gli erano indifferenti: si sentiva semplicemente alienato da tutto ciò che ricordava la gaiezza, la spensieratezza e il calore del giorno. Il silenzio interiore gli saliva dentro, tendeva a strangolarlo, a farlo rimanere vittima del proprio malanno, della propria paura. La propria paura, ma di che? Era forse paura del buio o di qualcosa di soprannaturale che sembrava essersi scatenato lì intorno, o forse paura dell'elettronica stessa che pareva aver preso improvvisamente a vivere? Quella stanza claustrofobica dava la netta sensazione di muoversi, di pensare, di vivere, di costringere. Ecco, l'impressione che il suo inquilino subiva era proprio questa: la costrizione. Costrizione che si risolveva nell'essere impossibilitato, per un motivo che gli sfuggiva, ad uscire da quella prigione. Cercò di riordinare le idee. Ricordò allora che tutto era appunto cominciato con la suoneria che lo avvisava di un malessere di natura sconosciuta e di gravità non identificata. Poi ricordava di essersi precipitato a casa dove tutta la stanza in cui si era rifugiato aveva preso a "vivere" o meglio, sottolineò tra sé e sé, solo la parte elettronica e quella collegata ad un elaboratore che ne gestiva le sinergie - lo ricordava solo adesso - aveva preso a lamentarsi, a gemere qualcosa di sconosciuto ed inquietante. Effetto concatenato a queste cause era il suo umore: pessimo, funereo, misantropo. Poi pensò che questo suo stato d'animo si era solo esasperato in quel frangente, aveva sempre sofferto di queste crisi depressive, forse maniacali. Certo era che la vicinanza opprimente di tutti quegli apparati cibernetici, necessari per il suo lavoro, lo avevano profondamente sintetizzato, digitalizzato, freddato - non gli riusciva di trovare il termine giusto che descrivesse propriamente quella progressiva aridità, quella dipartita dai sentimenti umani persi, forse, dentro i circuiti elettronici degli elaboratori. Ecco il malanno, quindi, pensò, ecco il malanno segnalato. Tutti i sogni che ultimamente faceva, ricordò immediatamente, erano strutturati secondo logiche digitali. Tutto il gelo elettronico presente dentro i micro-chip sembrava colargli intorno dipingendo di un freddo nero il cielo, le case, le strade, i suoi sguardi, mentre teneva ben lontano le persone dalle sue immagini notturne che, difatti, non ospitavano altri uomini che se stesso. Non esistevano più neanche i colori, né i sorrisi almeno tenui, come ricordava prima formarsi nella sua oniricità. La sua vita diurna era divenuta lo specchio fedele di quella notturna. Adesso dentro sé aveva veramente l'impressione di una cappa sintetica, di una cappa elettronica calata sul suo tempo: come aveva fatto a non accorgersene prima! Ebbe il sospetto che tutto il "teatro" di suonerie di quella sera fosse stato organizzato per fargli risolvere i suoi disagi: doveva forse capire da solo i suoi problemi interiori, doveva riconoscere i suoi incubi, doveva semplicemente accettare quell'oppressivo cyber che lo premeva da tutte le parti. Era quindi una chiamata quella che gli veniva fatta, una chiamata non alla vita e nemmeno alla morte, semplicemente un invito a scavalcare quegli ostacoli per giungere a cosa? Gli mancava l'anello finale. Forse, per darsi una spinta creativa? Oppure... Cosa? Non giunse a nessuna conclusione. Non capì se tutta quell'elettronica avesse sviluppato una autoconsapevolezza o meno. L'ambiente che continuava a respirare era così carico di nullità impalpabili come software, eppure proprio come questo presenti e reali. Le angosce scandite al ritmo tribale del flusso di elettroni lo sconvolgevano al parossismo. Cercò l'alimentatore - che sapeva essere vicino - e presi due cavi ausiliari che partivano da esso, assicuratosi che consentissero il passaggio della corrente, li connesse attraverso sé, tramite la sua bocca e la mano destra; neanche il tempo di capire che si era cancellato come si cancella un programma di software, ed era già stramazzato al suolo. Il brusio nella stanza, non più sovreccitato dalla elettricità del suo inquilino, tacque improvvisamente, lasciando un silenzio polarizzato. La simbiosi che si era creata con quei sistemi elettronici scomparve indelebilmente.