BIANCO E NERO


Entrò nell'ampio locale fumoso, il frastuono era assordante. Era stato attratto da una band che a lui piaceva molto, in concerto quella sera - notizie di dominio comune, comunque, quelle degli spettacoli, su tutti i Network. Gli spettatori stavano tesi, fermi in ascolto - sembravano moltitudini di ologrammi impazziti - con i loro capelli innaturalmente tesi, i loro sguardi prematuramente tristi. Song intimiste di dolori persi, pure gli artisti erano statici davanti al proprio pubblico ed apparivano smagriti in modo statuario, emaciati, profondi nei loro pensieri esistenziali. Stick li guardava, apprezzava ancor più il loro modo di proporsi perché tutto per lui era in bianco e nero, dal giorno dell'innesto. L'innesto McFarrel, preciso nei suoi neuroni perché era diventato cieco, perché non aveva denaro per pagarsi ElEy a 240.000 colori, mappati a 64 bit. Velocità di sensibilizzazione a 150 Mhz, gli avevano detto, velocità di percezione totalmente compatibile con il suo cervello, miracolosamente salvo da una microesplosione di laboratorio, il suo laboratorio sperimentale. Guardava estasiato quel gruppo, gli procurava onde negative quantificabili in pacchetti overflow per i suoi bus neuronali; ma ciò che comprendeva era esattamente ciò che il feeling lento ed elettrico - oscuramente acido, sintetico - delle canzoni voleva trasmettere: aveva profonda la sensazione che fossero esse a vivere, gli esecutori invece, nient'altro che marionette digitali nelle loro mani. Il fumo rendeva le sue pupille sintetiche opache. Si mosse con fare stanco verso il palco, sudando perline di liquido rigenerato per i suoi innesti, mentre notava che tutte le persone presenti erano come rapite dalla scena, che tutto l'umano era rapito come per induzione da se stesso, pubblico e artisti insieme. Nessuno sembrò notare il suo abbigliamento vagamente ispirato al periodo decadente, quasi fosse un novello Lord Byron, che strideva con le giacche così iperdefinite, così esageratamente elastiche, a scendere sul resto del vestiario, nero e lucido a rifrazione di contrasto. Stick anima in pena, pensò. Stick travolto dalla musica e dalle emozioni, capì. Abbondantemente sballato da una partita di acido digitalizzato, guardava incessantemente oggetti, strumenti, persone, note musicali venire a lui, scontrarsi anche con gli altri spettatori mentre riusciva a comprendere la natura intrinseca di ognuno di essi. Pose tutto in una finestra in alto a sinistra del suo schermo, centrando tutto il suo senso di distacco passivo nel resto, interamente contenuto nel suo guanto di fine pelle. Flashback. Colori. La sua memoria era intatta cromaticamente. Settò la tavolozza dei colori elettronici al massimo contrasto; un suono di chitarra blues, di febbre psichedelica, lo riportò ad un tramonto in riva al mare, immerso nei colori rossi oltre il violetto di un sole morente e di un vento leggero: ricordò di essersi calato - in quel periodo - dentro eventi naturali immensi - pensò alla struttura ad eventi del suo PC, mai così potente - e ricordava anche di aver riflettuto, solitario soprattutto dentro sé. Un improvviso crescendo della musica lo riportò al presente: visioni in bianco e nero. Tutto sembrava improvvisamente inutile, doveva lentamente tornare al suo lavoro. Alcune ciocche di capelli altrui cambiarono orientamento e lo seguirono in modo apparentemente obliquo, verso l'uscita pregna di viscoso struggimento.

Ricordò gli addobbi sobri, ricordò solo quello di quella serata. I suoi vestiti esalavano odore di fumo ogni volta che inspirava, quel colore nero odorava di tessuto sintetico ricoperto staticamente di tinta, così da sembrare un capo di un'era precedente, quando i vestiti non si confezionavano con il mouse. Era solo nel suo laboratorio a generare suoi nuovi figli, nuovi programmi sempre più perfetti e intelligenti. Vedeva quel video monocromatico divenire sempre più importante. Una scarica statica, mentre era seduto, lo portò vari algoritmi indietro, confondendo, sovrapponendo questi ai suoi ricordi. Ricordò di vecchi seduti ai tavoli di un bar, accanto a terminali troppo stupidi per prendere ordinazioni. Stavano composti come a cene importanti, pur essendo davanti ad una tazzina di caffè decontaminato; vecchia gente di paese, pensò, che confonde il disimpegno di un bar con l'ufficialità di un incontro mondano. Vecchia gente di paese ignorante, aggiunse subito dopo. L'algoritmo era sviluppato e solo in quel momento capì ciò che esso era, in realtà: un ricordo messo in forma di istruzione elementare nei suoi programmi. La confusione in Stick stava oltre la soglia tollerabile, i suoi programmi vivevano di vita propria e interferivano nei suoi pensieri con le loro esperienze, le loro sensazioni. Il cielo gli sembrò farsi brumoso in quella notte; ermetico nella sua stanza sperimentale gli sembrò di provare connessioni a schede BI-PROM, coassiali per Remote-Bus, mentre sensi di angoscia alterata lo presero e lo trascinarono verso l'alto su scale provvisoriamente grafiche, di cui non riusciva ad apprezzarne il contrasto bianconero/colore. Guglie esponenziali e rumori bitonali, impaccati in gruppi di messaggi a tre toni, post-digitali, lo perseguitavano in chiare gerarchie relazionali, folli e impossibili. Tutto sembrò lasciarlo ancora più solo. Ebbe la sensazione che i suoi programmi stessero entrando in lui: essi avrebbero sfruttato il suo seme per inserire geni compatibili, esclusivamente sintetici.



Lettera trovata sul tavolo di Stick



Sento di dover impazzire. Sento che tutto assume sfumature che vanno oltre me, oltre ciò che dolorosamente vedo in due toni. La chiave che ho in tasca è servita a chiudere definitivamente i contatti, tra me e il mondo esterno, elettronicamente. Mi sento esageratamente abbandonato a me stesso, gli umori sono rami secchi di un albero moribondo nella neve. Non sento doveri, non sento presentimenti o dolorosi avvertimenti, la mia storia è un atto dovuto agli altri, la mia storia è possesso di chi risponde. Ripudio la voglia di comunicare, di uscire, ripudio la necessità di dover stare qui. Ripudio me stesso, ripudio le sensazioni come vitali - tutto è inutile. Assumo atteggiamenti di clausura eppure mi sento perso nella solitudine immensa di una stretta stanza, affogato nella morsa di qualcosa che disperatamente vuole vivere nonostante me. Qualcuno mostra dei passaporti, lisi e falsi per entrare: conosco troppo bene loro, conosco troppo bene i miei documenti. Non potrò mai più respirare, muovermi, mordermi il labbro, piegarmi di stizza, sfigurarmi i lineamenti somatici. Non potrò più disporre di me né del resto della mia vita. Intrappolato, sono intrappolato in congegni chiusi qui con me, e l'aria la sento venire meno... Nulla potrà vivere oltre me da adesso in poi per la mia dissoluzione, nulla potrà fermare la mia mano proprio ora, appena avrò scritto fine