P U R P U R E O |
I |
Si muoveva verso la lampada. I suoi passi riecheggiavano nel buio stentato di quei sotterranei e lo lasciavano in tetra compagnia dei suoi pensieri, mentre l'ombra si allungava sulla parete. Camminava in modo lento, senza alzare lo sguardo dal suo taccuino dove stava appuntando le impressioni dell'ultimo sogno notturno: riusciva a ricordare una sequenza di numeri e una sensazione di disagio che continuava ad impressionarlo anche dopo il sonno. Quel fastidio che aveva dentro gli procurava un particolare fremito che ricollegava ad uno strofinio della lingua sul palato; non poteva riprodurre quel suono ma era sicuro che almeno una volta - forse da bambino - era riuscito ad emetterlo, probabilmente per esprimere imbarazzo e volontà di introversione. La vergogna, questo era il sentimento che più si avvicinava a quel rumore che continuava a percuotergli la mente, ad istupidirlo. Ne provava molta, trovava vergognoso continuare a vivere quando non se ne considerava degno, e il perdurare di quella situazione di fuga, che lo lasciava libero di vagare nelle fogne della piccola città vecchia, ormai cadenti e inutilizzabili. Si era sistemato in esse da alcuni mesi e da allora aveva progressivamente perso la cognizione del tempo. Ciò, comunque, non gli pesava molto perché non aveva mai particolarmente curato la puntualità, meno che mai ora che era nella condizione di sfollato. Capiva di essere un nomade tra le decadenze industriali. In tutto quel tempo era anche riuscito ad adattarsi alle condizioni climatiche di quei cunicoli, sempre pervasi da aria viziata, calda e umida. Non molta fatica gli era invece costato l'abituarsi alla luce insufficiente data dalle poche lampade in funzione, che dovevano garantire l'intervento degli operai in caso d'avaria. Ma in realtà, lì sotto c'era ormai ben poco materiale operativo: una vecchia linea telefonica, dei condotti del gas periferici e, soprattutto, i cavi del più grande network virtuale. Era questo un canale privato a cui gli utenti potevano collegare, tramite il loro computer, l'apparecchiatura necessaria per l'esperienza della Realtà Virtuale. Il network trasmetteva senza sosta delle vere e proprie sceneggiature, con un'alta risoluzione di immagine. C'erano state, ad onor del vero, molte polemiche sull'utilizzo di questo media poiché qualcuno vi si era collegato sotto l'effetto di droghe psicotrope, ricavandone, così, forti danni alla psiche, ma nel complesso esso era considerato un servizio ben gradito da gran parte della popolazione. L'abitante dei sotterranei pensò che il sogno notturno non poteva oscurargli anche la veglia, così chiuse il taccuino e, alzando la testa, prese decisamente ad incamminarsi verso la luce. Conosceva bene, ormai, quei percorsi, aveva bivaccato praticamente in quasi tutti gli angoli e, da un po' di tempo, aveva cominciato a sviluppare particolari fantasie: immaginava consapevolmente di essere inseguito da qualcuno che vedeva distante da sé non più di poche decine di metri, da cui scappava forsennatamente, facendo percorsi impensati con la speranza di depistarlo; altre volte si riteneva, invece, l'inseguitore, magari di un topo, e faceva l'impossibile per prenderlo, arrivando fino a sfiancarsi ed a cadere esausto, senza fiato. Giunto all'altezza della lampada si fermò e si tolse di dosso lo zaino. Ne estrasse un mini calcolatore, uno di quelli portatili, e lo collegò ad una boccola artigianale realizzata da lui stesso nei giorni precedenti: intendeva collegarsi abusivamente al network per poter almeno vedere sullo schermo cosa stessero trasmettendo. Un primo contatto con i cavi produsse uno scintillio e fortuna volle che avesse indosso i guanti. Non se ne separava mai, un po' perché gli piacevano - erano in realtà mezzi guanti di pelle nera, le dita rimanevano scoperte - un po' perché gli erano utili per maneggiare attrezzi e proteggersi le mani dalle insidie di quel posto. Riuscì comunque a stabilire il contatto e vide sul suo schermo delle immagini confuse, parevano illustrare una situazione di emergenza. Delle persone stavano scappando da un pericolo impalpabile eppure presente, opprimente. Il panico si era impadronito di essi che stavano correndo dalla città verso la campagna, in uno scenario dominato dal crepuscolo. C'era qualcosa di sinistro in quella luce, qualcosa che sembrava trasudare dall'aria e colare sulle persone, rimanendo loro aderente; ne rimase un po' turbato e pensò che non tutti potevano "subire" quella scena - lui era sicuramente tra questi. Rimaneva tuttavia incuriosito dal prosieguo, si sentiva attratto da quella situazione. La sensazione di cupo sembrava aumentare, era il collasso della luce. Le persone cominciavano a cadere una dopo l'altra e i sopravvissuti sembravano sull'orlo della pazzia; un qualcosa di orrendamente macabro stava cominciando ad uscire, ad esplodere dalle viscere della terra. Non riuscì a continuare. Spense il calcolatore e pensò per un attimo alla sua condizione solitaria. Gli venne un brivido di freddo, forse di paura. Staccò il cavo dalla boccola abusiva, rimise tutto il materiale nel sacco e continuò a camminare nella stessa direzione di prima. Nel mentre gli venne spontaneo dare un titolo a quel video-racconto: l'Anticristo. Aveva ormai lasciato la lampada alle sue spalle e ciò, scoprì con fastidio, non gli dava piacere. L'idea di tornare indietro, comunque, gli risultava più sgradevole della paura stessa e così decise di andare avanti. Il buio che aveva di fronte era spesso. Ora si faceva guidare dai cavi e dalle tubature fissate sulla parete del cunicolo, stimava che la lampada successiva dovesse trovarsi a non più di tre-quattrocento metri e, probabilmente, prima di essa doveva esserci una curva della galleria, perché gli riusciva di scorgere soltanto un lievissimo barlume di luce. Non poteva continuare a rimanere impressionato dalla scena del network, s'impose di dimenticarla e affrontò con piglio deciso quel tratto di galleria che lo separava dal chiarore. Arrivò alla sua meta, lentamente, perché solo così reputava di vincere la paura. Immergendosi in essa pensava di farsi prima dominare e poi, quando stava per soccombere, convertirla in energia positiva. Infatti, ivi giunto, aveva smesso di pensare a quella strana trasmissione e stava riprendendo ad escogitare uno dei suoi giochini per passare il tempo, in attesa del brontolio del suo stomaco. Esso venne prima di quanto si aspettasse. Si sedette appoggiando le spalle al muro e tirò fuori dal sacco il suo pasto: un paio di scatolette di carne. Le consumò frugalmente e, accusando una lieve emicrania, appoggiò la testa al muro chiudendo gli occhi. Una pesante coltre cadde sui suoi sensi intorpidendoli, lasciandogli l'impressione del ronzio delle tubature e dei cavi elettrici svanire piano piano.
II |
Risvegliandosi notò che l'emicrania era passata. Si rialzò e riprese a camminare verso un altro lampione, posto parecchie centinaia di metri più avanti. Questo era più facile da raggiungere, se non altro per la visibilità che esso aveva: era, infatti, posto alla fine di un corridoio leggermente più stretto e, solo per questo, particolarmente più illuminato. Si stropicciò le mani, qualcosa rendeva quel percorso più freddo se confrontato con la temperatura di tutto l'ambiente sotterraneo. Mentre camminava si accorse di una protuberanza sulla parete a poca distanza da lui; s'affrettò ad andare a controllare, pensando che forse poteva essere un topo incastrato nelle tubature, scoprendo invece un'interruzione del cavo del network. Ciò lo infastidì non poco, in quanto qualche operaio sarebbe venuto a riparare immediatamente il guasto: questo non poteva permetterlo, sarebbe stata la fine della sua tranquillità. Cercò di capire la causa del danno. Il cavo sembrava esploso e forse c'era ben poco da fare; prese comunque dal suo sacco degli attrezzi e cominciò a ridurre i terminali di fibre ottiche bruciate. In breve era riuscito a "pulire" tutte le parti avariate e cominciò a ricollegare i piccoli fili ottici. Pensò a quanto poteva essere suggestivo quell'ambiente, poiché un riflesso di luce gli ricordò le scene viste in precedenza: immaginò - compiacendosi anche della sua fervida fantasia - che esse dovevano essere uscite dai cavi che stava riparando, ed era sicuro di averle viste per un attimo, in un lampo di luce. Fissò il tutto con del nastro adesivo. Era una riparazione posticcia ma in cuor suo sperò che fosse sufficiente, non gradiva assolutamente che qualcuno venisse lì sotto a disturbargli la quiete. L'aria intorno a lui intanto si era notevolmente raffreddata, vedeva il suo respiro uscire dalla bocca in nuvolette di vapore condensato; ciò lo turbava, non gli era mai capitato di dover subire una temperatura simile in quelle gallerie. Ipotizzò un improvviso cambiamento atmosferico sopra di lui, forse c'era un temporale o forse stava cambiando la stagione, non poteva saperlo perché era ormai da tanto che non usciva più da quel nascondiglio. Ebbe un calo d'umore. La notte perenne che aveva ormai assorbito lo stava deprimendo, lo stava riducendo ai suoi voleri, alla sua natura. Riuscì a filtrare questa sensazione, a renderla razionale e a capire che era troppo fantastica e dannosa per la sua salute mentale. Forse aveva anche la digestione un po' pesante, qualcosa doveva risultargli indigesto ed ebbe così la sensazione che l'intensità di luce in galleria si stesse abbassando; guardò bene aguzzando la vista e notò un'impalpabile nebbiolina sia davanti alla lampada, sia in tutto il condotto. Si strinse il leggero indumento che aveva indosso, una sorta di giacca lunga fino a poco sopra le ginocchia, dove gli aderivano dei pantaloni scuri; diede anche alcuni schiaffi ai vestiti perché aveva notato su di essi larghe chiazze di polvere. Non riusciva più a ricordarne il colore originario, tanto erano sbiaditi e consunti, ma osservò comunque quanto gli stessero larghi, segno inequivocabile di dimagrimento; si immaginò allora davanti ad uno specchio, il pensiero corse all'identificazione di se stesso con l'Angelo della Morte. Riprese a camminare, lentamente. La luce, ne era quasi certo, tendeva ad abbassarsi in modo continuo, impercettibile ma inesorabile. Ebbe l'istinto di accelerare il passo, come per fuggire da quel preciso luogo: qualcosa lo innervosiva e lo mal disponeva a rimanere lì. Superò con passo affrettato quella lampada e si infilò nella susseguente parte buia, ancor più oscura proprio perché in quel punto c'era un'altra accentuata curva del cunicolo. Si sentiva quasi braccato, esisteva un nemico che lo stava insidiando da vicino e, pur non sentendone rumori di passi o di presenza, era certo che l'unica cosa che gli rimanesse da fare era di togliersi alla svelta da quel punto. Superò quel corridoio buio, passò sotto l'ennesima lampada e si infilò nella successiva parte cupa: nulla migliorava nel suo stato d'animo, anzi, esso sembrava peggiorare col passare del tempo. L'agitazione aumentò in modo spropositato, a un certo momento egli cominciò a correre e scivolò su una pozzanghera, cadde addosso al muro ruvido e sbrisoloso e si graffiò, così, le mani, strappandosi anche la giacca. Non riusciva più a calmarsi, la ragione sembrava averlo abbandonato perché ora era sicuro che qualcosa lo stava raggiungendo. Si voltava spesso nell'alternarsi della luce e dell'ombra ma non riusciva a vedere niente. Eppure era sicuro che ci fosse qualcuno che lo stava braccando. Pensò - gli parve così di essere salvo - agli operai venuti a riparare il guasto ai cavi, ma poi la mancanza assoluta di rumori che non fossero i suoi, lo convinse dell'infondatezza dell'ipotesi. Continuò a correre. Inciampò, cadde e si tagliò ad una gamba. Il sangue colava dentro i suoi calzoni e li appiccicava alla ferita; sentiva in quel momento un gran dolore che gli impediva la perfetta articolazione e lo obbligava a rallentare la sua corsa. Sentiva di star vivendo un incubo del quale forse solo lui era l'artefice, ma ormai quella paura che aveva dentro non riusciva più a scrollarsela di dosso. L'atmosfera in quei sotterranei cambiò nuovamente, ora si era fatta più "piena", come se una moltitudine di persone vi fosse entrata e attutisse, con la sola presenza, gli echi dei rumori. Il fuggitivo poteva ora percepire una diversa qualità dell'aria, diventata più rarefatta. Non ne poteva più di scappare. Si fermò sotto una lampada ad aspettare il succedersi degli eventi, approfittandone per riprendere fiato. La gamba gli doleva e si preoccupò di tamponare l'emorragia con un fazzoletto che aveva in tasca. Ebbe la sensazione che qualcosa intorno si stesse muovendo: c'era una corrente d'aria che soffiava dalla sua destra ed era fredda, notevolmente più fredda di quella che ristagnava fino a quel momento. Lasciò la sua mente al corso dei ricordi ma nessun particolare pensiero riuscì a distorglielo da quella situazione, era totalmente assorbito da quella paura apparentemente ingiustificata perché senza motivo, ma proprio per questo particolarmente intensa. Nel frattempo la corrente d'aria era aumentata d'intensità: non c'erano vortici ma nella posizione in cui egli stava aveva la sensazione di un forte risucchio verso sinistra. Il silenzio era quasi assoluto, gli pareva di sentire soltanto un suono basso e modulato in modo lento, la stessa sensazione sonora di una registrazione musicale mandata al rallentatore. In seguito ebbe anche l'impressione di udire delle parole ma forse, così si augurò, era solo qualche piccolo vortice che si creava in qualche zona della galleria. Non ne poteva più di stare adagiato mentre intorno l'assenza di passi era sovrapposta da quelle voci, da quel risucchio, da quel freddo così innaturale che lo stava intorpidendo. Istintivamente si alzò e si spostò, con fare impacciato, verso la zona mal illuminata: era convinto che solo così si sarebbe nascosto al suo inseguitore. Ma ciò poteva essere soltanto un appagamento psicologico: capì che chi lo inseguiva avrebbe potuto raggiungerlo anche nel buio. Il risucchio pareva ora essere più violento, aumentava in proporzione al passare del tempo; contemporaneamente il suono basso parve aumentare di volume, anche se lievemente e l'ambiente sembrò assumere un colore particolarmente cupo: se egli fosse stato all'aria aperta avrebbe giurato nell'imminenza di una tempesta. Il colore della luce infatti cominciò ad oscillare tra le tinte scure, simili a quelle delle nuvole, ed un curioso viola, anch'esso molto buio. Quest'ultimo sembrava possedere la cupezza tipica dell'illuminazione solare sopra nubi spesse e gonfie di pioggia. Impressionato da quello che stava succedendo, il fuggiasco prese di nuovo a correre, anche se zoppicando, verso la luce davanti a lui e nascosta da una curva. Corse verso il risucchio e nella disperazione lasciò cadere il sacco dalla spalla. Pensò che poteva riprenderlo al ritorno, quando sarebbe ripassato lì a pericolo cessato. Poi, all'improvviso, si spensero tutte le lampade ed ebbe la sensazione di impazzire. Non urlò e si mise a correre più forte, sempre più forte fin quasi a farsi scoppiare i polmoni e sentir male alla milza, ricordandosi, nel frattempo, delle scene di quella gente che correva inseguita dal nulla, ossessionata da un'impalpabile sensazione simile alla morte. Si trovò a parallelizzare la sua situazione con la loro: entrambi erano chiusi dentro dei tubi ed entrambi correvano all'infinito. Egli, come loro, non riusciva a sfuggire all'orrendo che stava spuntando fuori dalla terra, accompagnato da una luce purpurea mortale. Spalancò gli occhi e sussurrò delle parole incomprensibili anche a se stesso. Un suono profondo gli lacerò le orecchie.
III |
I collegamenti elettrici ed elettronici del network si interruppero, così come la linea periferica del gas. Il servizio telefonico non funzionò solo per una piccolissima percentuale dell'utenza, quella comunque non servita dai servizi di telefonia elettronica e via satellite. Lo scenario di quella città vecchia, piena di robusti cavi coassiali collegati all'infinito e di altre fatiscenti costruzioni, non era cambiato, ed esisteva sempre il caos di veicoli e di popolazioni multirazziali. Le case mal abitate erano stracolme di chincaglierie elettroniche, mal usate, che distoglievano i distratti utenti del network dal suo oscuramento. Dopo i pochi successivi giorni di chiusura fu disposta dal tribunale la chiusura del network stesso e furono posti i sigilli elettronici ai generatori virtuali, tutti allocati in quella sede. La Giunta Comunale che tentava di governare quel gran disordine emise un'ordinanza che decretava, vista la loro decadenza, la totale inutilizzabilità e il recente sprofondamento subito, l'occlusione permanente e la posa di uno strato di cemento sul suolo sovrastante le vecchie fogne cittadine. Tutte le costruzioni, incluse in quel raggio, sarebbero state demolite, approfittando del fatto che esse erano cadenti, abitate da emarginati e non facenti parte della nuova città. Sul piano riportato artificialmente sarebbe stato allestito un nuovo cimitero con i relativi uffici legali, ed un luogo di ritrovo riservato ad una nuova setta diffusasi rapidamente attraverso le reti informatiche, di cui si conoscevano il potere e certe macabre profezie. Ne era a capo un uomo oscuro, silenzioso e sfuggente, malvagio, già proprietario del network virtuale che era stato appena chiuso.