LA CASA DEI GRANDI TAPPETI |
Si sentiva sintetizzato. Secco. Disidratato.
Era vivo, essenziale.
Posizionato dentro una stanza di una gran casa regalava istanti di libertà totale a sé stesso, tessendo idee complete di immagini e lasciandosi, per ultimo, il gusto perverso di reimmetterle dentro la sua mente attraverso canali preferenziali - tra icone di pura ideologia di mercato e comunicazioni locali di info mentale.
Il filo dell'idea che aveva in mente si dipanava dal suo cervello, ribollente di protesi neoelettroniche, e andava verso un nulla che emulava perfettamente il mondo analogico - ne era rimasto ben poco ormai - con un sapore davvero singolare di sintesi percepibile in un punto impreciso, sotto la sua lingua. Da quel punto, una sensazione dipartiva rapidamente verso il suo stomaco, tracciando una linea retta sottile e lucente, davvero resistente. Un altro filo, da sotto alla lingua, andava sempre verso lo stomaco, verso il suo centro.
In un delirio lucidissimo, sintetico, vide un terzo filo partire dalle pareti interne dello stomaco e dirigersi verso i piedi. La percezione degli avvenimenti era nitida, spaventosamente reale.
Quel terzo cordoncino arrivò al suo piede destro unendosi, incarnandosi nel punto più centrale sotto la pianta. Da lì un ennesimo filo - erano tutti rilucenti nel buio mentre nuove info di carattere tecnico vagavano libere nel network che trasmetteva accanto a lui - si dirigeva... Un leggero, insidioso sbalzo di tensione si delineava alla sua attenzione modificata da decine d'interventi… La direzione della fibra era l'altro piede.
In breve, da quei tre punti originari si dipanò una trama che copriva ogni cellula del suo corpo, intersecandosi in innumerevoli aree secondarie dell'organismo. Si formava, così, una bizzarra intelaiatura, il suo corpo di plastica carnale vi era inserito dentro come in un supporto: uno scheletro. La struttura ossea rimaneva, invece, soltanto di un livello sottostante e a lui sembrava d'essere parte di un'insignificante sezione d'infinite scatole cinesi, che cominciavano dove finivano innumerevoli serie d'altre compenetrazioni, il tutto in un totale assembramento di concetti simili ma non eguali, senza soluzione di continuità.
Era ora quasi totalmente ricoperto. Dal suo punto di rilevazione esterno - proiezione di sé, una delle ultime migliorie che si era innestato - si vide quasi completamente rivestito di tessuto sintetico. Le sue labbra risaltavano sulla trama con un tenue rosso, dove riusciva a passare soltanto l'aria.
La copertura era stata completata.
Si sentiva rigido, inquadrato, completamente condizionato eppure naturale. Era diventato molto simile a ciò che era prima ma non era più esattamente lo stesso.
Si vide ancora una volta dall'esterno e giudicò il suo aspetto del tutto identico a ciò che era prima della tessitura. I colori della sua pelle, del vestito, lo sguardo e i movimenti facciali uniti a quelli corporei erano assolutamente fedeli a prima: era diventato una perfetta emulazione di sé. Lui ora, però, era sintetico.
S'immise così com'era nel network dove si trovò benissimo, in compagnia d'altri compagni emulati, sintetici, mentre sullo sfondo immagini di tappeti sonori ritmati, disassemblanti e sinteticamente eterei li sostenevano, accompagnandoli in un viaggio senza fine.
Capiva di essere entrato nella casa del gran tappeto, quello da emulazione. In ogni stanza qualcuno, in quel momento, si stava preparando al trasporto verso un'altra dimensione, simile e contigua.
Plastica di carne afflosciata sul pavimento, sanguinolenta, in decomposizione.