L'ISTANTE DELLA CATASTROFE |
Una camera perfetta, ogni funzione accessibile istantaneamente. Era seduto su un trono finemente cesellato, un mondo intero - set di leggi universali - governava la sua esistenza da lungo tempo. Il tempo era un concetto rimodellato, adattato al provvidenziale istante zero di quell'universo. Scorrevano anni come giorni, quest'ultimi erano considerati inconsistenti frazioni di una vita. La musica andava in un continuo salire e scendere. Ipnoticamente alcune fasi d'umore la seguivano lasciandosi dietro una fitta trama di penombre anomale, elettroniche. Trascendere gli istanti. Scoprire cosa si nascondeva in quei messaggi sonori, nelle immagini rumorose, sembrava la cosa più giusta da fare in uno stato stupefacente indotto. Tutto il mondo era stato inglobato dalla condizione psicotropa artificiale, ogni oggetto esisteva perché correttamente rimappato. L'esistenza intera era un bisogno artificiale da vivere in un recinto predisposto. Solo la solitudine era viva, arcaicamente esistente senza variazioni, in un fastidioso ed affascinante perfetto stato tanto da non poter essere intaccato, nonostante i tentativi. Tutte le icone delle vite acquisite erano disposte così come un tempo si faceva con le aiuole, abbellendole e snaturandole fino a farle tendere verso un gusto dell'artificiale del tutto forzato. Non riusciva a concentrarsi. Era troppo distratto dalle esperienze accessorie. Gli serviva uno sforzo decisivo e superiore agli altri. La musica divenne improvvisamente adatta, gli si attillava addosso come un vestito di pelle nera. Il pavimento, perfettamente levigato da maioliche lucide, si aprì sotto di lui mostrandogli un universo impensabile di solitudine ancora più elevata dell'usuale. Spire elettroniche che nascondevano altri avvolgimenti ancora più insidiosi, costituiti da logica artificiale e incorruttibile, si agitavano come erba alta battuta dal vento: era come vedere strali d'alghe in balia della corrente marina e oscurità in grado di riempire impercettibilmente l'orizzonte con le caratteristiche dell'abisso, quello più profondo e pregno d'angoscia trasformata - nello scenario laterale si muovevano attacchi di panico latenti. Impulsi. Rapidi e densi d'informazioni. Il precipitare in quell'abisso dalla stanza dove sperimentava gli appariva, tuttavia, come una logica conseguenza dell'evoluzione che doveva subire - ebbe il dubbio di essere stato penetrato da alcune spire di logica artificiale. Si muoveva bene nel buio sintetico, non aveva paura ma i suoi sensi erano all'erta. Moti di basse vibrazioni erano nell'aria - non sapeva dire se fosse gas o liquido ciò che riempiva il suo universo rimappato - ed erano tutti trasmessi, entravano, dentro la sua struttura molecolare perfettamente speculare all'organica nativa. Entrando, queste informazioni di basso livello miravano dritte al centro elaborativo e aggiungevano piccole sfumature caratteriali. Mattoncini su altri che formavano una piccola mappatura di risposte ad alcune situazioni potenziali, insieme a comportamenti caratteriali di terz'ordine e a reazioni di così bassa lega da non sentire la convenienza di correggerle. Quando il dolore, quello vero e profondo almeno quanto l'abisso si presentò alla sua coscienza, lo spasmo contrattivo percorse ogni atomo binario del suo organismo virtuale. La configurazione di quell'attacco era sconvolgente, quasi come una disposizione di una legione romana di fronte a temibili avversari. Tutto il piano visivo e percettivo era riempito da decadenti ricami che richiamavano routine di tristezza e necessità di rinchiudersi; rintocchi di vetri infranti sembravano pervenire da ogni angolo e un coro di voci - migliaia - lamentava una nenia di macabra bellezza, che scomposta non dava traccia alcuna di routine semplici: umore inscatolato, indivisibile, una macro di concezione unitaria. Cantava, orecchiando una melodia si muoveva seguendo una linea ideale in discesa nel cuore dell'abisso, fino in fondo come una cima di salvataggio orientata al contrario. Un immenso portone si apriva proprio mentre lo stava attraversando, palesandone così la sua esistenza. Rumori di alta frequenza sempre più presenti lo tagliavano quasi senza che se ne accorgesse, quasi senza pensare che potevano essere veri per come erano sparati a volume elevato. Non usciva sangue. Nessun segno di ferita importante. L'incubo era chiuso sopra, sotto, intorno a lui; faceva un corpo unico con il buio, denso e vero come se fosse appartenente al mondo organico. C'era ancora un ultimo passo da compiere. Sentiva che esso era qualcosa di ancor più doloroso ma necessario, un itinerario da svolgere come la pergamena di un antico libro dove la parola FINE rappresentava un punto di non ritorno. Puntava verso il centro esatto dell'abisso, pensava di superarlo. Il richiudersi pesante del portone alle sue spalle rafforzò l'impressione dell'impossibilità di fuga, non poteva stare in quel luogo perché sarebbe rimasto sospeso in una zona dove l'ignoranza sarebbe stata medioevale. Inspirò - fece l'omologo del movimento organico - e si gettò a capofitto verso il centro visibile dell'abisso - centro ovvero proiezione mentale del punto origine - e lo oltrepassò, chiudendo gli occhi. L'emulazione si dissolse, inaspettatamente. Apparve un mondo usualmente analogico, organico, denso e vivo come ogni umano aveva sperimentato fino all'evo postumano; qualsiasi percezione era apertamente vera, nativa ed inattaccata esattamente come lo era stata per decine di migliaia d'anni. In alto, lateralmente, un piccolo foro lasciava passare il freddo sintetico dell'altro universo, la dimensione creata. Guardandoci, vi puntò convinto che quello fosse di nuovo un punto di massimo abisso attraverso cui poteva tornare a casa, assiso sul trono, attraverso cui poteva ritornare successivamente in quella stessa nuova stanza ad osservare le condizioni primeve, soffocandosi di derisione. Avvicinandosi, si accorse che i fori divenivano molteplici, tutti freddi e sintetici. Un fremito di paura analogica - si trovava in un contesto organico - lo precorse e si accorse con lieve ritardo, smisuratamente vasto, di aver centrato il foro errato. Polvere digitale e consapevolezza ridotta in micron, non autosufficiente; era in giro per un ordine d'esistenza sconosciuto, come un virus. Si accorse che non c'era disponibile nessuna ricostruzione per tornare indietro..