ASSOLUTAMENTE FREDDO


Era solo. Tutt'intorno non c'era un solo movimento vitale. Una stasi vicina al confine finale, al momento statico chiamato punto mortale si agitava minacciosa ma lui non se ne preoccupava, era semplicemente demotivato e lasciava scorrersi le cose sopra di sé. Senso del silenzio, assoluto, come in una visione a perdita d'occhio di un prato immenso senza soluzione di continuità, dove il mare d'erba lasciava giocare le figure che si agitavano sopra. Insieme vi erano anche echi infiniti, assurdi, e altre sensazioni intime che si agitavano in un freddo contenitore di cui lui era spettatore passivo, gelido. Gelido. Assolutamente freddo. Ogni sentimento era andato via, una dipartita totale, irrinunciabile, afona. Lui era un essere vivente vicino alla temperatura più fredda, in codice era conosciuto come Kelvin. Si era volutamente infilato in quell'esperimento ed ogni suo barlume della vita precedente assumeva soltanto un vago sapore di teatrino familiare, inteso come un'esposizione di fronte ai suoi parenti più stretti. Ciò gli provocava soltanto un piccolo prurito nella corteccia cerebrale dove non poteva giungere con le sue unghie, dove non voleva giungere perché sentiva soltanto del lieve fastidio d'ordine infimo, dove esisteva soltanto un grado talmente basso di paura da essere insignificante. Kelvin era un ammasso biologico depurato dai sentimenti, una macchina perfetta, qualcosa che viveva in un recinto davvero unico e potenzialmente sconvolgente: nessun umano aveva raggiunto tali punte di purezza, nessun umano poteva più essere tale dopo aver subito un simile processo di decantazione. Spiegarsi come era riuscito a giungervi fu soltanto un lento srotolarsi di sequenze successive, dei quasi ventiquattresimi di secondo in sequenza ordinata e nominale che erano conservati nella sua mente, la mente di Kelvin che era stata potenziata ordinariamente di svariate unità di misura in più di immagazzinamento - un lavoro ben fatto, routine realizzate da psicotecnici del vicino politecnico. Anche l'impressione di freddo era soltanto un lontano ricordo collegato ai brividi. Kelvin l'aveva superata immagazzinandola in enormi vasche di gelo assoluto, dove essa viveva di un'assurda forma propria, in una sequela di leggi fisiche impazzite che la faceva vibrare della sua stessa natura in un pazzesco ritornello reversibile, facendole mangiare cerebralità piatte scartate dalla mente di Kelvin stesso. Era uno stillicidio continuo. Kelvin non poteva opporvisi per la sua apatia estrema. Moriva, forse, ma non si opponeva e come un oggetto che piano piano scivola verso un precipizio si lasciava divorare a grandi lotti, convinto che dovesse soltanto lasciar fare, lasciarsi strappare a brandelli perché così le cose sarebbero andate. Kelvin aveva lottato come una belva nei suoi anni giovanili ed ora era semplicemente stanco, un po' per il trattamento ed un po' - soprattutto - per l'intensa cura del freddo cui si era sottoposto. Un urlo di un animale che si dibatteva nella vasca, posta a zero gradi assoluti, si alzava impossibilmente ed era udibile con la sola applicazione delle leggi fisiche convenzionali; in un barlume di repressa curiosità Kelvin si domandò come quelle onde sonore potessero essere udibili in un altro ordine fisico di grandezza. Il paradosso aderiva a paradigmi diversi eppure tutti linkati; questo concetto bastò a rendere impegnato Kelvin in profonde elucubrazioni esemplificate da trasformate ed integrali di bassa levatura matematica, fin quando le stesse si trasformarono in una pressante domanda: posso io, Kelvin, essere una forma codificata da un'equazione, comunque complessa? Si rese conto di aver raggiunto il massimo della sua estensione, anche come essere umano ormai sconfinato nel territorio postumano. La solitudine era sempre più accentuata ma aveva un gusto incredibilmente piacevole. Kelvin adorava stare, giacere in quel perfetto limbo di deliranti domande che nulla avevano a che fare col panorama delle sensazioni umane, conosciute come tali fin dalla notte dei tempi e solamente aumentate di qualche frazione di grado di complessità, fino a giungere a forme d'amore e odio estremo, ad ogni modo lontanamente basse dal grado d'astrazione di Kelvin. Il gelo stava cominciando ad esplorare la parte opposta della scala conosciuta. Il termometro tendeva a -0.01. Il bucare un limite, un confine, determina situazione al di fuori d'ogni ragionevole comprensione. Kelvin era appena cosciente di questo ma pure se lo fosse stato in pieno nulla, assolutamente nulla avrebbe potuto scalfire il suo operato: il grado di apatia aveva passato di parecchio il valore del fondo scala determinando, così, un'onda da equazione tendente ad un picco da voltastomaco, solo fisico. L'apatia aveva preso a vivere di forza propria, inspiegabilmente, soltanto da quando il termometro aveva preso a puntare verso la parte negativa; Kelvin non si sarebbe più fermato, per nulla al mondo. Gelo che si andava trasformando. Impulsi di sentimenti paterni. Una forma che nasceva da una piega imprevista della fisicità degli elementi, tutti stravolti. Il buio dentro faceva male, come ogni cosa che nasce, e spingeva verso un antro oscuro e immateriale presente verso la barriera pura di -1.00. Raggiungimento di quel limite. Angoscia di Kelvin perfettamente controllata. Presenza di creature del buio frequentatrici di quel luogo. Un buco di paura dentro Kelvin perfettamente controllato e monitorato, normalizzato. Infine lo scivolo… Provava un trasbordo integrale, indolore eppure prolungato da un senso di risucchiamento spiacevole. Kelvin, improvvisamente, non era più Kelvin. Come riuscì a spiegarsi quell'intuizione fu impossibile da portare dalla vecchia condizione fisica alla nuova; al pari di un passaggio d'anime dalla natura umana a quella che nel passato arcaico e ignorante era definito come oltretomba, come il tendere dell'anima verso l'immortalità di segno positivo o negativo, così Kelvin si agitava in un nuovo ordine dimensionale, non più indolore ma assolutamente insensibile, dove nemmeno riusciva a pensare, a rendersi autoconsapevole. Fine. Blocchi di ghiaccio lungo la strada. Vetture che sfrecciavano con pneumatici chiodati verso un traguardo di case, di calore familiare, di carni arrostite, sode, da mangiare bevendo, sorridendo, nel mentre che si scambia umanità varia, avariata, totale. Kelvin era lì, immobile ghiaccio miliare probabilmente tendente all'eterno in una nuova sfida dimensionale, dove ogni cosa cercava di conservarsi nella stessa struttura attraverso l'identico ordine reticolare delle particelle subatomiche. Kelvin cominciava un nuovo percorso, tutto da scoprire. Kelvin cambiò anche nome, chiamandosi da quel momento fino all'eterno meno un'infinitesimale frazione di tempo, Infinito. Infinito ricordava il suo stato precedente ma lo metteva in una sacca dove non poteva accedervi, nemmeno per comodità. Infinito osservava senza guardare e sentire i sentimenti umani che interagivano fessamente con lui, domandandosi - loro - cosa potesse esserci d'interessante nel regno dell'inanimato, immedesimandosi o volendo immedesimarsi, per un solo istante in quello stato dimensionale senza avere il minimo senso di cosa volesse dire. Infinito sarebbe stato all'istante infinito -1.00 un ammasso compatto, coerente, tendente al collasso entropico. Infinito era noto, altresì, come roccia, The rock; sapeva essere assolutamente freddo. Ogni masso poteva essere indicato alle tipologie umane come portafortuna, ispiratore di movimenti vibrazionali, donatore d'onde benefiche o negative. Tutto si compenetra in un profondo scambiarsi dove i sensi, il software, è uno stato aggiuntivo, non necessario.