ASFALTO


Asfalto disteso a perdita d'occhio. Ovunque. Visioni d'innesti appena percepibili affioranti dal manto stradale per indirizzare verso mete casuali. Deliri da connessioni presenti come anime perse di un mondo parallelo: ombre, fastidi che pungolano da dentro le entità in grado di navigare verso la storia. Una vettura sfiorava appena il manto grigio, ad alta velocità. Crepuscolo. Milioni di sensazioni stratificatesi in quel luogo in migliaia d'anni assistevano all'evento, ennesimo della giornata. Ogni entità era immutabilmente presente, mai annoiata da quel carosello giornaliero, da anni diventato farina impalpabile. Sulla collina prospiciente fiorivano boccioli madidi di psichicità. Ogni petalo recava impresso il marchio di migliaia di giorni vissuti pericolosamente verso un abisso appena percepibile; ogni pistillo aveva ben disegnato sopra l'epilogo che si era compiuto per ognuna di quelle vite infrantesi lì, chi più chi meno dolorosamente. La vettura scivolava, i suoi fari illuminavano la rigogliosità delle piantagioni spontanee. Le curve erano disegnate per essere affrontate a velocità sostenuta; se ogni impostazione di traiettoria era ben interpretata il piacere che si poteva ricavare da quel tracciato sublimava ogni timore, qualcosa che nessuno avrebbe potuto raccontare se non per icone da trasmissione, craniale. La vettura affrontava la serie di curve, ad alta velocità… Troppa. Per prime cominciarono a derapare le gomme posteriori: la sinistra. Chi guidava quel mezzo percepì immediatamente il pericolo perché tentò di assorbire l'anomalia con una rapida manovra di controsterzo - aiutato da sensori sparsi per tutta la scocca e terminanti nelle sue sinapsi alterate, così da rendere la vetture un vero corpo unico col fisico del conducente. Il mezzo meccanico sembrò reagire in modo inaspettato poiché cominciò a comportarsi come un pendolo, opponendosi con pari intensità alle manovre del guidatore e dirigendosi, quindi, verso la direzione contraria. Un rapido susseguirsi d'inutili mosse e contromosse. Ogni anima lì presente osservava gelida lo spiegarsi degli eventi. Senza che nessuno muovesse un solo pensiero. Senza che nulla modificasse il perpetuarsi delle loro azioni cristallizzate negli istanti in cui loro avevano avuto vita fisica, terrena. Senza che smettessero di passeggiare avanti e indietro dalla strada che stava percorrendo, in sbandata incontrollata, il veicolo rumoroso sul suo impalpabile cuscino d'aria. L'impatto. Lo schianto. Le barriere erano state fissate lì con previsione soprannaturale - sembrava - da una serie infinita d'ingegneri in collegamento neurale con onde di probabilità accelerata. Il mezzo strusciò contro di esse per una manciata interminabile di secondi. Silenzio susseguente. Il rumore delle carcasse che tendono al riposo. L'attimo che aspetta la risposta di un'eventuale tragedia. Il peso insostenibile dell'attesa che sembra non finire mai. Nulla sembrava muoversi, così ogni entità eterea immersa ognuna nel proprio mondo passato, morto, si mosse verso il disastro per capire come avrebbe impattato, tutto quello, con la propria dimensione psichica. Risa fuori congruenza riecheggiarono vecchie situazioni dimenticate, luoghi mutati, non più veri. Vibrazioni che diventarono visibili come infrarossi erano scioccanti per chi fosse riuscito a percepirle. Un'improvvisa folata di vento si alzò dalla gola prospiciente la scena. Il muoversi delle foglie generato dalla massa d'aria portava con sé piccoli canti d'uccelli, spostamenti di tronchi scricchiolanti sotto la potenza del movimento planetario; il nulla riempiva, per pochi istanti, l'aria fin quando qualcos'altro, prepotentemente, s'infilò di soppiatto verso le percezioni disturbate del conducente del veicolo. Era il passato, l'essenza stessa che si animava come un comune mortale e lasciava fluirsi verso il mondo animale, accompagnato da quello vegetale. Ascoltare quel messaggio, quella vibrazione era come morire leggermente. Il conducente del mezzo sinistrato interpretò ogni singola onda come un'anomalia della propria coscienza, distorta dal grande impatto; tutto gli appariva modificato, ogni singola impressione sembrava ovattata dal potenziale pericolo che aveva corso. Non riusciva ad immaginare il danno sinaptico che si era prodotto nel mezzo e a se stesso. La notte sembrava essere colata a picco, improvvisamente. Ritmi e riti del solstizio estivo di quella sera sembravano pesare su ogni movimento, su tutti gli accadimenti di quel territorio desolato ancora vergine con le sue emozioni millenarie. Ogni anima, parte di un popolo immenso e sterminato, riusciva a dimostrare a se stessa e agli altri l'unicità delle sensazioni vissute al tempo, chi non allontanandosi mai dalla fattoria in cui aveva vissuto il suo periodo da schiavo, chi continuando ad abitare la propria villa, chi ancora percorrendo all'infinito vie di comunicazione non più visibili ma ancora psichiche, ancora esistenti. Finalmente, il conducente della vettura uscì dal guscio protettivo, intontito. Le sue connessioni complessive erano disturbate, dense di scariche di disturbo e la sua coscienza suonava distorta, non perfettamente vigile. Ogni pensiero era graficamente alterato verso un grado d'incoscienza incipiente; si era incrinata ogni effettiva stima della realtà. Fu quello il momento che le anime del passato capirono che potevano fluire nuovamente. Entrarono in lui come se la porta fosse stata non lasciata socchiusa bensì spalancata. Il delirio venne un istante dopo il loro ingresso e lasciò spazio ad un'ampia percezione di un universo davvero vasto, anche se non infinito, nella coscienza alterata del guidatore craniale.

I prati erano sempre verdi. Il vento soffiava leggero. I nastri d'asfalto erano una semplice illusione di futuro, incomprensibile allo stato attuale della percezione reale. Il conducente di quel mezzo futuribile si riteneva un fattore di un sito secolare dove decine di schiavi erano morti in condizioni forzate. Visioni di un futuro incomprensibile si rivelavano a lui, a volte, come un orrendo incubo in cui si trovava alla guida di uno strano carro veloce, senza traino animale. Quel futuro lo chiamava così come gli capitava di sentire richiami dal passato remoto. I brividi correvano lungo le sue spalle, attraversavano la schiena, giungevano fino a chi lo ascoltava quando lui non proferiva parola né sguardi… Tutt'intorno vibravano insopportabilmente le onde del tempo. Semplice tempo.

Rilevamenti della Polizia Craniale su un tratto d'asfalto da connessione arato da una vettura impazzita. Quel tratto andava ricostruito e sotto le macerie di una veicolazione veloce affioravano resti sconosciuti di reperti antichi non catalogabili.