QUALSIASI COSA


Una sagoma nera. Persa in un quadrante poco frequentato. Sagoma perfettamente affilata, sinuosa, silenziosa come l'esterno eterno, etereo, impalpabile. Tutto l'immenso vettore è lanciato a folle velocità nel nulla, scheggia impazzita di un viaggio nato male, cresciuto peggio. Poca densità d'astri, di gassose dilatate dalla mancanza di coesione. Poca disponibilità a farmi osservare dall'interno della mia astronave, la sua silhouette che sfila silenziosamente, velocemente - troppo - fino al cuore d'ogni addensamento. Ricerca spasmodica di un segnale, di qualcosa che, ho paura a dichiararlo a me stesso, mi faccia sentire meno solo in quest'agglomerato di lamiere composite, evolutissime, gioiello di tecnica sublime, suprema, grandiosa… Ho bisogno di ammetterlo. Qui dentro, mentre sfreccio a velocità non consona alla mia struttura molecolare, ogni volta che mi guardo intorno non percepisco movimenti, non odo altri suoni che i miei; in sottofondo ticchettii di programmazione subliminare ripercossi sull'elettronica biologica… Non esiste nulla d'umano intorno a me, non uno stralcio d'umanità biologica: viaggio a folle velocità nello spazio sconosciuto, a bordo di un'avveniristica astronave, completamente solo.

Schermi d'emulazione totale. Visioni di una vita biologica che è solo ricordo lontano. Prati appena curati, frutteti che si dispiegano davanti ai miei occhi arrossati dal profondo scrutare. Intravedo, in quel verde dimenticato, indentature da criterio programmabile, concatenazioni di situazioni strutturali da studiare fino in fondo. Logiche banali s'intersecano fino a formare una fitta trama. Tessuto. Sfondo. Schermo su cui scorre l'emulazione, ancora binaria, dei prati vicino casa mia. Programmazione che fa da piattaforma ai miei ricordi. Vedo il perfetto film decadere dai lati estremi della proiezione olografica, formatasi direttamente sul mio nervo ottico - collegamento wireless. Sciatto svolgersi di ricordi depositati, nemmeno un'ombra di vita fuzzy dentro di essi. Ho paura della mia stessa immaginazione, guidata dai ricordi.

Vivo come dentro un'emulazione totale. Stringhe di dati ininfluenti fluiscono dentro di me, come se fossero dotati e costituiti da importanza vitale. La loro stessa forza è strutturata da filamenti non decisivi. Molecole. Estremità di un mondo che esiste solo in me e nei meccanismi logici della strumentazione di bordo, che dominano la mia mente, che si perpetuano senza tregua nel tentativo disperato di portarmi verso un punto di attracco sconosciuto, da qualche parte, in qualche modo. Quei dati sono dotati di forza nativa. Sopravvivono soltanto per effetto di una programmazione primitiva, mirata a dare un sostentamento psichico di sopravvivenza. L'ho scoperto soltanto pochi anni luce fa, mentre esaminavo la trama sottile dello schermo, destrutturandone la logica elementare che lo formava e assumendo me come punto nodale. Il flusso dei dati non mi passava mai attraverso: un ramo secco, ero paragonato ad un ramo secco e perciò potevo permettermi il lusso di osservare, di studiare attentamente il mondo che mi circondava, mentre il delirio prendeva il sopravvento e ogni filo d'erba emulato assumeva le dimensioni di un tronco - ware biologico ebbro di fantasia ripetitiva, ciclata. Così la decadenza degli angoli estremi della visione cablata, emulata, mi appariva naturale e ininfluente. Così riuscivo a vincere ogni contrasto interno e a proiettarmi verso il kernel della mia astronave. Riuscivo ad intravederlo. Potevo interpretarlo correttamente, come se fossi partito da un oggetto e fossi giunto all'intima comprensione della natura, intrinseca nella materia: costituzione dello stesso oggetto. Follia in corsa irrefrenabile. Ero su una tangente non contenibile. Sono ancora in corsa, ora, mentre miro ogni atomo della visione vivere in saghe di vita-morte variabile nel mio cervello. Ascolto fluire ogni discorso, prima inudibile, da quei fantasmi che raccontano cicli e soprusi inaspettati, consumati in un microcosmo poco importante quanto la vita che ogni umano vive. E improvvisamente comprendo la grandezza dell'accedere ad un livello di conoscenza prima ritenuto irraggiungibile. Ho bisogno di comunicarlo. So di guardarmi intorno ma nessuno, niente può interloquire con me. Come una scarica d'elettricità letale vivo questa condizione di conoscenza incondivisibile, mi sento come un muto che ha scoperto l'intima essenza della vita, che non può trasmetterla nemmeno scrivendo; sembro un novello monaco benedettino che ha avuto le mani tagliate in un eccesso di sacra punizione. Isolamento. Isolamento. Cecità, sordità… Impotenza totale. Navigo in un mondo ora completamente mio, esclusivo, senza che riesca a padroneggiarlo, senza che nessuno possa goderne.

Vibra l'universo. Vorrei solo toccare con un dito qualcosa di concreto, non essere Mida: l'oro che egli otteneva io l'ho sotto forma di conoscenza. Vorrei stringere un momento un lembo di pelle di donna e bagnarlo di quotidianità vera, usuale, a me sconosciuta perché dimenticata. Godo del giardino vicino casa mia, svuotato d'ogni contenuto vero, e guardo le sagome dei miei antichi amici agitarsi in modo sempre nuovo, perfettamente studiato e prevedibile; parlo con l'emulatore in un invidiabile tecnicismo formalmente inattaccabile, e compilo i miei pensieri all'atto dell'interpretazione, fingendo di entrare anche io nel gioco che ormai conosco perfettamente. Qualsiasi cosa pur di sfuggire allo sfrecciare nel buio assoluto, opprimente e aderente allo scafo scuro, parte di un gelo universale che incapsula mondi e modi diversi d'esistere… Qualsiasi cosa, anche dimenticare la mia anima umana e migrare dentro al kernel dell'astronave, in collegamento sensoriale con l'esterno…