LE MOSSE REPENTINE


Girarmi di scatto. Ascoltare con la coda dell'occhio un movimento improvviso, radiosamente palese nella sua impossibilità d'esistenza. Mi fa fatica crederci, so che qui oltre a me non esiste altro di vivo, so d'essere solo nella stanza. Eppure… Qualcosa di celestiale sembra pervadermi, un senso che sa di protettivo m'invita a lasciarmi andare, a non considerare le ovvietà razionali del mio corrente modo di pensare; so che lì, in quell'angolo, qualcosa si è mosso, so che nulla doveva muoversi. So che lì, contrariamente a tutto ciò che io conosco, esiste una forma cosciente, dotata di propria volontà, che potrebbe rapidamente muoversi verso di me. Guardo fuori della finestra. Guardo il cielo muoversi lievemente, scostarsi dall'usuale ciclo spaziale ed assumere toni leggermente più bui. Fisso la solarità riflessa sull'asfalto, le strade vuote di presenze umane; ascolto un silenzio innaturale salire piano, senza che io capisca davvero il momento in cui l'atonia sia cominciata. Cerco un segnale che mi dica chiaramente che la giornata sta tornando al modo di scorrere che, noiosamente, conosco. La luce solare continua ad irraggiarsi con la normale intensità cromatica, ho la sensazione che la gradazione d'ombra aumenti ora, in questo preciso istante… L'attenzione si rivolge di nuovo verso la stanza. Uno scricchiolio troppo palese mi richiama verso l'angolo di prima, fissa la mia attenzione su un cono d'ombra che si modifica continuamente col variare delle tenebre esterne. Non è un'eclissi, mi ripeto stordendomi, non è prevista nessun'eclissi oggi, né nei prossimi mesi. Vorrei far uscire la mia voce; vorrei dichiarare, come un megafono che riprende improvvisamente a funzionare, che io sono qui solo nella stanza, che qualcuno vuole minacciarmi con messaggi troppo subdoli e invisibili per essere credibili. Vorrei non crederci nemmeno io. Saprei quasi come sfuggire a questo stato di cose se soltanto stessi scrivendo un'ennesima storia partorita dalla mia fantasia, dalle mie assistenze logico-cerebrali da impianto… Tutte disattivate ora, come scopro con un leggero moto di stizza - appena visibile - nel ritorno che ho dal mio punto di vista esterno.

La malattia prende corpo. Il corpo è storpio, la mente ancor di più. Oscenità impensabili aleggiano nell'aria, come macchie oleose adagiate su pellicole acquose, sporche d'industrialità irrecuperabili. Tutto ha il sapore di un gas saturo di grassi insolvibili, neri e minacciosamente ingordi. Quell'aria insalubre mi circonda, la respiro, divento parte di un'atmosfera lurida che bestemmia qualsiasi cosa decente da pensare. L'aria inveisce anche contro se stessa, urla indecenze da far rabbrividire animali appena sotto la soglia d'umanità. Scandaloso. Disgustoso. La paura ora mi sommerge davvero. Tutta la stanza è concentrata in quell'angolo, come se esso fosse diventato un fetido ombelico che inghiotte qualsiasi cosa gli sia a tiro. Un enorme buco nero in crescita. Da cui escono flebili lamenti misti a bestemmie folli. Da cui ogni cosa viva vorrebbe fuggire. Ed io semplicemente provo orrore nel comprendere uno stato mentale simile, non riesco davvero a capire se sto sognando, se il mio mondo sia davvero così contaminato e corrotto. La malattia si fa forte, occupa ogni via di fuga. Sta urlando cose disdicevoli e fiacca il morale, fugge verso il centro più puro della mia coscienza per conquistarlo con una mossa repentina inverosimile, impossibile. Tento un rannicchiamento estremo, ultimo atto irrazionale di una storia che è esponenzialmente così veloce da non essere possibile, vera, reale. Ho solo il tempo di sbattere le gambe, al pari di un impiccato che annaspa nel vuoto alla ricerca di un appiglio estremo. Sento già i morsi di una morte inconcepibile ghermirmi, sento le oscenità diventare insopportabilmente alte, urlate e divorarmi l'anima. La luce fuori è fuggita verso nascondigli sicuri.

La stanza è speculare alla realtà ora, ne è il suo esatto negativo. Ogni energia occulta si è mossa, ha dato il suo contributo. Muoio, soltanto un po'. Cerco di studiare quali potevano essere le vie di fuga e so che ogni mio istante è patrimonio, ora, di un altro mondo. Io sono un'ombra che si sta muovendo nell'angolo sbagliato del negativo - prima positivo. Devo essere repentino, non affogare nel totale disgusto di cosa sto per diventare… E urlare parecchio forte il mio osceno dissenso…

Inspiegabilmente in me…