ACIDO


I


Ebbe un'indecisione. Era l'indecisione di chi si rende conto che sta per attraversare il confine di una cosa mai fatta, di una cosa sconosciuta alla sua esperienza. Poi si diede un ordine risoluto e trangugiò d'un fiato le poche gocce di liquido, abbondantemente diluite: aveva appena assunto una dose sperimentale di allucinogeno. Egli era trepidante, curioso e impaurito insieme dall'effetto che la droga poteva avere su di lui. Passarono alcuni minuti in cui non notò niente di anormale, niente che potesse scuotere i suoi pensieri o la sua immaginazione; eppure la sua fantasia l'aveva spesso reputata abbastanza fervida, anche se solo in alcune circostanze di tensione emotiva. Non ricordava ora episodi importanti esplicativi di questa sua convinzione, non gli riusciva proprio, ma riaffioravano soltanto gli ammonimenti che riceveva dai suoi genitori, le esortazioni a non cacciarsi in situazioni pericolose o equivoche, di non voler cercare "la luna" a tutti i costi. Già, la luna! La luna che vedeva splendere nel cielo, con il suo bellissimo contorno di stelle. Che cosa c'entrava con gli ammonimenti dei suoi genitori? Ricordò con fatica il corso dei suoi pensieri, ma ad un certo punto fu estremamente convinto di aver sempre posseduto una fervidissima immaginazione, visto che non riusciva - era stato faticoso ma era regredito fino al filo iniziale dei pensieri - a ricordare situazioni che testimoniassero il contrario. A confutare questa tesi si disse anche pronto a scrivere un racconto così, su due piedi, per poi magari realizzarne una serie, una serie di episodi con gli stessi protagonisti che compaiono in tutte quante le puntate. Pensandoci bene, poi, poteva tirarne fuori un romanzo, un grande romanzo che sarebbe diventato un best-seller, da cui, in seguito, pagandogli forti royalties, qualcuno ne avrebbe ricavato un film di cassetta... Si fermò un attimo. Ciò che stava pensando era assurdo. Provò uno strano disagio dentro sé e capì che quello sarebbe stato l'ultimo barlume di lucidità per chissà quanto tempo. Sentì aumentare quel disagio improvvisamente, esponenzialmente. Qualcosa di simile ad un sipario stava calando su tutta la sua persona e allora capì che la ragione stava cedendo il posto. Entrò di soppiatto in un mondo sinistro in cui aleggiava una specie di rumore di fondo, impercettibile ma fastidioso, anzi, più precisamente, pauroso. La luna non c'era più, intorno era tutto buio e nulla era visibile in modo nitido. Improvvisamente ricordò che quando aveva assunto la droga doveva esser giorno, o almeno così credeva. Nulla quindi era più certo, neanche che in quel momento fosse veramente notte fonda.


II


L'aria era pesante, immobile. Egli respirava l'attesa di qualcosa di non troppo piacevole, tutto era così simile ad un sogno, un sogno dell'orrore. Ad un tratto sentì qualcuno vicino a lui che si lamentava: un suono prolungato, sommesso che, eppure, manifestava un dolore profondo. Si girò lentamente. Inizialmente ciò che vide lo sconcertò: confuso tra quelle tenebre così fitte gli sembrò di vedere il prato su cui stava camminando muoversi. Lo sconcerto iniziale si tramutò ben presto in terrore quando sentì sussultare il terreno sotto i suoi piedi. Il prato si stava veramente muovendo, forse lo stava accerchiando e - qualcosa gli diceva che era così - si stava preparando ad aggredirlo, a minacciare la sua incolumità. Fissò fortemente gli occhi su quella "cosa", le impressioni che riceveva confermavano ciò che aveva supposto: a quel punto doveva fuggire. Si guardò rapidamente intorno e rabbrividì fino alla radice dei capelli: tutto quanto lo spazio che riusciva a scorgere era ricoperto da un sottile strato verde: prato! Probabilmente è vero solo per alcune persone che, in preda ad un panico assoluto e a fronte di un forte pericolo, esse riescano ad escogitare la soluzione. Sicuramente, quindi, se ciò rispondesse a realtà, quel "viaggiatore" sarebbe stato tra quelle poiché, pur essendo sbiancato dalla paura, pensò di studiare freddamente la situazione, capire le mosse di quello strano avversario, per poi riuscire a trovare - sperava - un modo di fuggire da lì. Aguzzò ancora di più gli occhi, le sue pupille erano dilatate oltre ogni limite. Vide intorno a sé un cerchio irregolare di fili d'erba che si alzavano e si abbassavano a tempo di un ritmo strano, tribale, gli venne spontaneo definirlo. Il cerchio era spesso, a perdita d'occhio, e si stava stringendo progressivamente verso lui. Minacciosamente i fili d'erba si sforzavano di alzarsi, magari di crescere fino all'altezza della sua gola, della sua bocca. Il ritmo tribale sembrava ora confutato dai suoni che davano proprio quel tempo: questi erano, lo capì, ciò che prima egli aveva riconosciuto come un rumore di fondo impercettibile, eppure fastidioso. Così, pensò, tutto stava mutando in quel posto confuso. Improvvisamente una luce accecante, rumorosa e devastante apparve sopra di lui: era il sole arrivato allo zenit nel cielo. Lo stupore durò un attimo, giusto il tempo di capire che stava diventando cieco: troppa luce violenta per i suoi occhi, che riuscivano ormai a vedere nel buio, troppo rapido il cambiamento che si era verificato. Gli venne di domandarsi - e si meravigliò di come riuscisse a mantenere la calma sapendosi cieco - se tutto ciò avesse qualche significato, se c'era qualche causa. Rabbrividì e si maledisse. Ricordò che parte integrante dell'esperimento era l'indossare una maschera capace di Realtà Virtuale, proprio per sperimentare le possibili interazioni tra due mondi inesistenti e collegati tramite l'unica vera, esistente realtà. Probabilmente tutto il tempo che pensava fosse passato dalla assunzione dello psichedelico ad allora non era effettivamente così lungo, dovevano essere trascorsi solo pochissimi secondi estesi in modo abnorme dalla droga stessa che, evidentemente, era molto attiva. L'enorme sole che egli aveva visto per un istante era il momento iniziale del programma virtuale, e di questo ne era certo poiché era stato lui stesso a dare i parametri al computer in modo tale che si fosse visualizzato, sul visore della maschera virtuale, uno scenario il più possibile fedele a ciò che si sarebbe visto, in pieno giorno, nel deserto egiziano nell'epoca dei Faraoni. Si ricordò troppo tardi di tutto questo. Non riuscì neanche a togliersi quella specie di scafandro dalla testa poiché anche il caso volle metterci mano: un fortuito ed inspiegabile corto circuito trasformò l'interno della maschera virtuale in un micidiale inceneritore, e l'immagine di quel sole così incandescente rimase ferma sul visore. L'ultimo pensiero dello sperimentatore fu che quel terribile faro lo stava bruciando.