SNAPSHOT |
La fotografia si muoveva in un angolo fuori mano. Si muoveva dissipando energia. La dissipazione era invisibile.
La scena rappresentata aveva un corto tempo di rappresentazione, corrispondente a trentacinque secondi e tre decimi. Abbastanza da far vivere nella mente dello spettatore attento lampi di cristallina emozione.
L'emozione si trasformava in ricordo. E allora la foto reiterava il suo movimento, acquisendo l'energia necessaria dalle onde emozionali dello spettatore.
Attivazione di un moto perpetuo, o quasi. La sublimazione. E poi la simbiosi.
L'impressione di aver vissuto davvero quella scena si faceva strada nella psiche dello spettatore. Sempre più convincente. Quei trentacinque secondi raccontavano concetti e ricordi fortemente compressi in piccole capacità temporali, fino a sfaldare le difese psichiche. Fino a far vedere davvero all'incauto osservatore cosa effettivamente c'era da assimilare.
Angoli di uno spazio profondo.
Le stelle. Le nebulose gassose. Gli assurdi colori che emergevano dallo spazio buio, così disgustosamente buio. Profondo.
Movimento di sfuggita. Tutto in quella foto sembrava assumere un tono provvisorio, posticcio. Quel movimento sfuggente era, probabilmente, un passaggio dimensionale da un punto all'altro del quadrante del mondo. Il mondo era piccolo. Insopportabilmente limitato a pochi anni luce. Finite possibilità di vite sparse, qui e là.
C'era, in quel piccolo quadro da osservare, qualcosa che dichiarava brani di futuro. Ma non era tutto lì l'enigma. Nascosto tra le pieghe di un'emozione dimenticata si poteva riesumare uno stralcio del passato. Quello stesso passato che, una volta enunciato, diventava un lasciapassare universale verso le stanze segrete della propria anima. Che andavano spalancate, sempre, più che si poteva. Per lasciar passare il proprio software piegato. Per scegliere il proprio tempo. Quello in cui si voleva ricordare: passato o futuro.
Passato o futuro.
L'immensità del tempo racchiusa: passato o futuro. Era l'illusione di poter enunciare l'universo, di poterlo ricordare tutto, emozionalmente.
La solitudine estrema s'insinuava in ogni corda del proprio sé, faceva suonare una fila di violini perfettamente sincronizzati. Il peso del futuro poggiava saldamente sulla possanza del passato. Quello dimenticato.
Quello remoto. Estremo.
Spostando la foto, le immagini sopra rappresentate tremolavano impercettibilmente, come se la stabilizzazione energetica divenisse un fatto puramente opinabile. Sarebbe bastato rivoltare a testa in giù l'istantanea per ottenere una precipitazione energetica, un rimescolamento in grado di generare nuove storie?
La sorpresa di contemplare il passato remotissimo - piccole porzioni di terreno coltivato confinate in un singolo astro - strideva con la realtà di un viaggio interstellare, dove la nozione di territorio significava soltanto misurare vaste frazioni d'anni luce. La tradizione assumeva i connotati di vetuste macchine spaziali con comodi sedili all'avanguardia e bottoniere disposte ergonomicamente. Antichi esseri con sembianze di homo erectus erano al pilotaggio.
Rimescolando ancora l'equilibrio energetico si udivano rumori d'armature, ferro e bronzo. Si vedevano ispide barbe - gioventù di un mondo assolutamente inesperto, incolto. Ogni rivolgimento energetico allontanava sempre più lo spettatore dal contatto col suo tempo, con la propria realtà; instillava in lui i ricordi di vite passate e future.
Ci si può perdere in infiniti viaggi tra le proprie vite scambiando tempi, situazioni, dolori d'impensabili nature. Si può - sì, è possibile - vivere vite nel futuro e rinascere in un tempo precedente.
Avere nostalgia del futuro.
Rimpiangere il passato lontano.
Soltanto guardando questa foto.