LA SERPE IN SENO


Strana questa notte. Sembra un budello contorto dove un migliaio di voci si addensano fino all'inverosimile collasso cacofonico. I brividi che affiorano sulla mia pelle sono comandati da istanti radianti che partono dalle molecole che mi circondano. Aria, si direbbe banalmente. Aria arricchita che diventa fluido, direi io ancor più banalmente.
Fluido.
Importante per l'altezza della propria coscienza.
Strana questa notte, dove il buio sembra tramutato in un blu soffuso, quasi rilassante, dove la pece sembra ricacciata in una cupola laggiù, sull'orizzonte. Seguo l'onda dei pensieri in un rilassamento progressivo dei miei muscoli - lasciarsi andare significa arretrare - e scorgo diottrie separate di futuro.
Futuro che mi appare nitido, inequivocabile.
Futuro che si materializza come plasma avvolgente, viscoso. L'idealità dell'immaginario è molto più che convincente. È realtà palpabile.
Direttamente nelle sinapsi.
Direttamente nei ricordi. Come fluidi densissimi.
Amalgama. Scomodo e disturbante come una puntura di spillo sotto l'occhio. E il buio che ritorna improvvisamente, come nelle prime proiezioni fumose dell'esistenza. Fino alla punta delle scarpe, che inghiotte. Che satura di messaggi insiti nella sua natura viscosa - anima dentro l'etereo, assurdo solo pensarlo.
Finalmente non parliamo più di umanità. Nemmeno di post-umanità. La prospettiva di sviluppo è talmente accelerata da portarmi su un piano visivo impensabile, inenarrabile, impossibile; non posso nemmeno dire se sono solo o in compagnia perché anche il concetto di solitudine è profondamente mutato. Semplicemente non esiste più, perché gli addensamenti umorali hanno portato ad un nuovo livello di complessità esistenziale non sondabile da nessuna psiche umana. Splendido viaggio, sto facendo. Splendido spleen dentro la carnificazione ideale delle mie vene, qui di fianco a me; il senso di corporeo che cresce con peculiarità di mancata velocità, di sospensione temporale mi acceca la sensibilità critica: perdo sempre più la capacità di dire cosa è compatibilmente umano e cosa no. Ma è un piacere sottile, questo. Un piacere che si diffonde in territori che precedentemente erano miei, corporali.
Forse un secondo di sospensione accresciuta mi farebbe riacquisire la giusta cognizione di me stesso?
Un secondo? Ha ancora senso? Potrei abbandonare questa piattaforma così ideale per rimettere piede su scomodi disastri emotivi e fisici?
Il tempo, e la fisicità, li vedo strisciare su uno sgradevole tragitto cuneiforme, sotto di me. Molto sotto. Apparentemente essi sembrano marciare come se io non esistessi, non fossi mai esistito; l'indolenza che mi pervade è già un sentimento desueto, eppure potrebbe soltanto lontanamente dare l'idea di come posso essere disgustato dallo strisciare dei fattori che delimitano la mia fisicità, che pregiudicano il mio congiungermi con questo futuro idealmente prigoginico.
Da lontano, finalmente, qualcosa in movimento.
Sembrano cubi in elegante marcia che si rotolano su se stessi, che si compenetrano senza distruggersi o modificarsi. Nessun segno di attrito a frenare il loro moto perpetuo. Né lievi rumori. La strana notte la percepisco, ora, come una sezione dell'enorme tubo contorto che adesso mi rappresenta. Piacevole delirio. La mia voce si trasforma in colore invisibile ma spesso opalescente, fluido anch'essa. Quello che erano le mie onde vocali acquisiscono vita autonoma, energeticamente più bassa di me - sarebbe destinata a crescere se solo avesse a disposizione un tempo illimitato.
Letamaio in basso. Oscilla. L'entità mia vocale oscilla. Mi sconvolge quando la vedo entrare in un fitto bosco, tetro e visivamente malato. Inclinato. Inclinato nonostante le cure elargite per farlo raddrizzare.
La mia voce si disperde malamente. Diventa spregevole. Assume ghigni paradossali e dolorosi. Ma ricchi di un fascino esorbitante. Quell'opalescenza torna indietro orrendamente macchiata di nero e mi punta come un cacciatore fa con la preda; sa dove sono, per istinto o spirito filiale, non so bene. Così il dubbio si è di nuovo insinuato in me. Come una cancrena che divora qualsiasi cosa le sia in contatto.
Repentina. Impossibilmente veloce è la ridiscesa verso i contorni carnali del mio essere fisico. Ho soltanto il tempo di chiedere la presenza di tutte le risorse disponibili al mio sistema di assistenza impiantato, azzerando qualsiasi processo presente in modalità basale.
So già che lo schianto sarà terribile. Ma non ho più voce per urlare.