IL GIOCO |
CAPITOLO I |
Il rumore elettronico dei terminali in quella stanza era assurdo, "WEATHER INFORMATION" lampeggiava con insistenza su uno di essi emettendo anche un beep rapido e indisponente; altri due terminali stavano continuamente rilasciando informazioni sulle specialità dei ristoranti sotto casa di Joint e le rimanenti stazioni video erano state messe in off da Joint stesso che non era però riuscito a togliere un fastidioso richiamo sonoro, cosa di cui non si capacitava ma che in fondo non gli importava molto: erano stazioni remote della IT & T, la società presso cui Joint lavorava in modo ossessivo e continuativo a cottimo, per riuscire a garantirsi sia un piccolo tenore di vita, sia tutti quei congegni elettronici che aveva in casa, a loro volta comandati da una console domestica. Joint guardava in silenzio dalla vetrata del suo monolocale la notte che opprimeva la città, posta al limite del circolo polare. Probabilmente fuori era molto freddo ma non c'era neanche un indizio lampante che potesse confermarlo, non si vedeva infatti né una persona, né un veicolo in movimento, e il ghiaccio sui palazzi era sempre presente con lo stesso spessore. C'era molto disordine nella stanza di Joint, occupata com'era da terminali, appunto, e da un totale caos fatto di scatole, di vestiti, di piatti, di parti meccaniche smontate perché in avaria, di fogli con schizzi di nuovi circuiti elettronici della IT & T; il tutto era immerso nella penombra che contribuiva a riconoscere quell'ambiente come l'ambiente speculare dello stato esistenziale di Joint. Pensava Joint, quando riusciva a concentrarsi al di fuori dei trascinanti beep, pensava di certi suoni musicali che ricordava dalla gioventù e che allora gli sembravano raffigurare una scena di forte penombra su una spiaggia deserta, con il vento che, soffiando, portava via lentamente la sabbia da alcuni teschi sepolti molto tempo prima, in un periodo imprecisato. Altri suoni ricordava, altre urla che lo rimandavano in una giungla primordiale abitata da un uomo che aveva preso coscienza di certe sue terribili colpe passate, fatte in altre vite. Era come se egli avesse dentro sé una scimmia, un animale che lo portasse rapidamente indietro in una involuzione bestiale ed oscura, e da cui riusciva a stento a sfuggirne scappando tra gli alberi e i cespugli, senza soluzione di continuità, immerso in un lievissimo filo di luce che non allietava quell'enorme senso di oppressione che sembrava generare tutte le sue urla. Era così simile quella luce, che ora aveva davanti alla sua vetrata, ai ricordi di quelle immagini, era così triste il suo stato emozionale, ma non era stato tutto frutto della sua soggezione attuale: era un sentimento cresciuto con il tempo ed affinato anche, una sottile disperazione che aveva imparato ad avere con sé e che spesso gli aveva fatto perdere occasioni di socializzazione con altre persone, così come gli sembrava di percepire in quello stesso momento. "Ehi, Joint, siamo Hanna e Carly, ci senti?" si udiva dal videocitofono. Non rispondeva Joint, era troppo occupato a trovare i suoi pensieri fuori dalla realtà, era come se avesse staccato tutti i suoi sensi dal mondo reale. "Allora, ci senti? Vorremmo passare la serata con te, magari parlando un po' di musica, un po' di lavoro, che ne pensi?". Non era la serata giusta, sicuramente non lo era. "...Ciao Joint, non sai cosa ti perdi". Poteva ritornare alle sue immagini, poteva continuare così a ricordare della sua giovinezza, o forse della sua vecchiaia come amava pensare, delle sue continue stranezze e stravaganze, di cui si era reso protagonista, delle poesie che aveva scritto all'epoca; ricordava anche che in qualche file, in qualcuna delle risorse condivise da tutti gli utenti del Grande Computer, la grande anima di quella civiltà cibernetica, doveva avere ancora qualcuno di quei scritti magari riferito proprio ad una di quelle immagini, che lui ora ricordava. Cominciò a cercare tra le sue librerie scartando inutili appunti di lavoro, tesi, testimonianze di stanchezza mentale ed altre imprecisioni varie, finché riconobbe una sua 'creatura':
Tutto è così nella febbre possessa di sé, rose e spine e
cattivi pensieri di sé, primordiali.
Intimamente perché il buio nasconde le vergogne,
rosse come nere di dolore,
rosse come nere di anteriore,
un leggero spiraglio sul corridoio è forse da chiudere ed
intimamente acquietare i malesseri, anestesie!
Un animale da domare, e scappa lontano nella foresta,
un animale scorre via la luce come acqua e petrolio,
intimamente si trasforma nasce indietro una forma carnivora,
parassita,
di sé rimane l'avanzo del pasto, brandelli,
è intestina vergogna, aggressiva.
Si sentì vibrare tutto il suo intimo di un profondo nero, di una profonda disperazione, di una profonda solitudine che lo riportava indietro nel tempo. Gli sembrò di scrivere di nuovo, ci stava credendo, ma le parole non vennero fuori: l'impotenza mentale era tale che ne veniva dominato totalmente, essendo la sua mente non più abituata ad uscire fuori da certi schemi di paranoia che lo assillavano. Si sentiva stanco in mezzo a quei rumori continui, penetranti, "non è possibile volare in questo caos" pensava, tutto lo stava riportando indietro e non riusciva a far altro che ad accorgersi che lo stesso disordine esistenziale di allora era stato sì filtrato dalle macchine, ma era stato sempre presente nei suoi pensieri, sotto un subdolo stato di noia e di attaccamento al lavoro che aveva il sapore inconfondibile di una potente droga, come da molto non ne abusava. Doveva essere, questo, un certo sentimento di esistenzialismo, ne aveva sentito tanto parlare, ma mai ne aveva avuto la netta sensazione. Ora potevano anche strappargli via tutte le membra o inserirgli dentro un micro-chip, non avrebbe neanche esternato il minimo dolore fisico poiché era anestetizzato al sorriso, alle lacrime, era, in poche parole, pronto a subire tutto. In fondo era la fine di un mese intero di lavoro, non c'erano molti divertimenti in giro per la città, non c'erano notizie interessanti da seguire attraverso il satellite, non c'era neanche la noia per giustificare una masturbazione. Lui era pronto per il gioco.
CAPITOLO II |
"Sai, ho questa età che tutti riescono a vedere d'oro, che tutti si convincono a vivere a fondo senza cattivi pensieri, senza avere neanche la sensazione di cosa siano i cattivi pensieri... Ma tu forse non hai più il mood giusto ora, anche se sai cosa vuol dire provare questo senso di precipizio, che neanche questa macchina riesce a riempirti". Joint era lì che ascoltava questa ragazza, questa quasi donna di 16 anni che si confessava apertamente riguardo i suoi dubbi sulla vitalità che, una come lei, non dovrebbe avere. Non riusciva a darle torto, sapeva perfettamente cosa lei diceva ma doveva anche riconoscere che oramai lui era su un altro piano, poteva anche ammettere il suicidio, ma lo ammetteva come adulto, era troppo cresciuto, in definitiva, per poter assimilare i pensieri di una ragazza. Pensò che doveva dirglielo, che aveva effettivamente ragione, ma poi il senso di chiusura prevalse in lui e preferì continuare a sentirla. Lei era seduta su una sedia, collegata con dei cavi elettrici ad una console: era la sedia dei flussi, quella che permetteva di guarire da tutte le malattie conosciute e predisposta per i nuovi virus a venire. Lei aveva gli occhi vitrei, totalmente spenti come una vecchia lampadina ad incandescenza bruciata, i suoi vestiti erano dei miseri stracci neri, sporchi di polvere ma dignitosi, non maleodoranti, che bastavano comunque a coprire le parti essenziali. "Prova a raccontarmi i tuoi pensieri, le tue angosce, i tuoi desideri, per provare a farmi capire fino a dove si può arrivare, quanto lontano è il limite del fuoco che brucia anche la sete di vivere. Prova a digitalizzarlo, sicuramente ne sarai capace". Joint osservava intorno, la guardava cercando di passare oltre quegli occhi, voleva rivivere certe situazioni a lui non più note, voleva ricreare un certo feeling con se stesso per costruire quasi una biblioteca del suo essere, del suo spirito. Joint era sempre stato ossessionato dal pensiero di perfezione, di continuità e comprensione completa di qualsiasi cosa. Non rispose. "Questa stanza è peggio di un ambulatorio veterinario, ne avverti la crudezza centinaia di metri prima, è più sporca di una casa dimenticata. No, questa macchina non serve a nulla, tu non servi a nulla, non capisco cosa stai pensando, ma le tue vibrazioni non mi lasciano indifferente, sento che sei troppo oltre la mia comprensione e sento anche che non c'è molto da sperare in un prossimo futuro, come già qualcuno disse un po' di tempo fa". Sentiva la situazione sfuggirgli di mano, Joint capiva che doveva fare qualcosa ma non sapeva cosa, essendo la sua filosofia di vita improntata all'assoluto rispetto di quello che gli succedeva intorno. E poi l'enorme frastuono che veniva dalla strada lo distraeva e lo infastidiva, con quel sole che sembrava malato, posto com'era tra le nuvole minacciose di pioggia e rosso come un enorme braciere, quasi unico rimasuglio dell'epoca industriale, sopravvissuto alla cibernetica asfissiante insita fin dentro le meningi, come continuavano a dire trionfanti le pubblicità che interrompevano i programmi di utility delle console ogni 10 secondi, e che ancor più pericolose si inframmezzavano negli stessi programmi, in modo impercettibile, nella coscienza umana ogni poche frazioni di secondo, per ribadire in modo decisivo la 'necessità' di farsi trapiantare il micro-chip TOTAL-CONTROLL. "Blind" fu l'ultima parola della ragazza rivolta verso sé, una veloce commutazione del flusso di energia che cercava di guarirla e di lei rimase la sensazione di un corpo che ha sfiorato l'impressione di morte vitale, quasi si fosse trattato di una scommessa tragica, infantile. Joint era esteriormente impassibile, ma dentro sé aveva impressa l'ultima immagine vitale di quella ragazza che, stranamente, aveva sostituito alla sua smorfia quella tipica di lui, di Joint. Cominciò allora a vagare tra le persone indifferenti, tra gli agenti di polizia, tra i dottori che scansavano via il cadavere di quella ragazza per far posto ad un altro paziente, tra i cavi delle console che portavano dritti ad un sotterraneo sconosciuto, si diceva mortale. E il secondo paziente si sedette. "Non c'è più niente da vedere" pensò Joint, guardando per un attimo quella persona che si era appena seduta: era pallida, quasi paralizzata, le membra tremanti. Riuscì a colpirlo solo lo sguardo, già visto nel giro di pochi minuti: era lo stesso della ragazza che, nell'ultimo istante di vita, aveva assunto le sue sembianze, quelle di Joint. Successe allora qualcosa di strano, successe che il Grande Computer si fermò, o almeno fermò quella particolare console dedicata ai flussi curativi, lasciando però attive tutte le altre. I medici andarono via, portando con loro quel paziente, lasciando solo Joint nella stanza a stretto contatto con la sensazione di morte.
CAPITOLO III |
Era notte tarda ormai, eppure sentiva venire qualcuno verso la porta blindata della sua casa. Azionò il comando di apertura pneumatica delle ante dalla console, senza sapere prima chi fosse, ma intuiva che a quell'ora di notte potevano essere solo dei personaggi inusuali, quali effettivamente erano. Si trattava di tre suoi conoscenti dediti alla sperimentazione esoterica ed a certi princìpi di magia che lui non era mai riuscito a comprendere in pieno. Quella sera gli era stata data la possibilità di seguirli in una vera seduta spiritica, fatta con l'ausilio della cibernetica più spinta; l'unica condizione che Joint aveva posto ed ottenuto era che il tutto non si svolgesse a casa sua, essendogli nota, fin dalla gioventù, la possibilità che lo spirito potenzialmente maligno si insediasse nell'ambiente in cui era stato evocato. Joint era teso, non sentiva una buona vibrazione da tutta quella situazione, ma ormai ne era dentro. Li seguì dentro la loro auto che sfrecciò tra i palazzi su un cuscino d'aria senza essere, tuttavia, troppo veloce: "evidentemente", pensò, "è quasi una forma di concentrazione questa, quasi un entrare nell'ordine di idee del non eccedere". Arrivarono, poi, in una zona fuori mano quasi in aperta campagna, piena di cavi elettrici che stavano ad indicare l'avvicinamento fisico al luogo dove era posto il Grande Computer; entrarono tutti in un cunicolo, in una galleria di mattoni molto stretta che emergeva in modo discreto dal terreno. La galleria era costellata di altri cavi sistemati lungo le pareti e sul pavimento, in modo tale che a volte era quasi impossibile camminare senza inciampare su uno di essi. Finalmente giunsero in una stanza piccola e circolare con un tavolo anch'esso rotondo, che correva lungo la parete, con sopra una serie impressionante di terminali accatastati uno su l'altro, che sembravano abbandonati. "Questa era la vecchia stanza di comando, ora ne è stata costruita un'altra più grande e affidabile ma per noi va bene questa, poiché la vicinanza con il Grande Computer è estrema", disse uno dei tre personaggi, Al sembrava a Joint essere il suo nome. "Precedo la tua domanda: perché, ha molta importanza essere vicino al Grande Computer per poter comunicare con i defunti? Sì è la risposta, poiché la macchina può così recepire meglio le onde elettromagnetiche emanate dagli spiriti e può visualizzare i loro volti, le loro emozioni, lo stato fisico del loro corpo esoterico su uno di questi vecchi terminali, che fanno proprio al caso nostro, data la loro struttura elettronica". "Grazie, molto esauriente" pensò Joint, mentre annuiva con la testa a riguardo della spiegazione e mentre osservava Al ed un suo amico prendere uno di quei vecchi terminali dal mucchio per portarlo sul pavimento, al centro della stanza ed al centro di un cerchio magico disegnato con dei comandi dati al terminale stesso. Levarono un po' di polvere dal pavimento, quanto bastava per sedersi decentemente, spensero le torce formando, quindi, la catena ed osservando la luce del terminale che li delineava nel buio. Al, scoprì subito Joint, era il medium. Passarono alcuni momenti di silenzio, poi le invocazioni di Al cominciarono a salire, pregando le anime di venire al loro cerchio. Lentamente esso si illuminò: era la prima avvisaglia dell'influsso cibernetico sulla seduta. Joint sentiva crescere insieme l'emozione ma anche un certo senso di angoscia, forse paura dentro sé. I suoi occhi cominciarono a vedere delle ombre in mezzo alla stanza: era l'ectoplasma molto sottile di un'anima che cominciava a formarsi. Essa fu subito assorbita dal terminale che ne visualizzò i connotati: era un viso gentile di donna con una certa espressione di dispiacere. Fu subito lanciato un programma, fatto da Al stesso, che provvedeva ad allacciare le comunicazioni fra loro e l'ectoplasma, in modo da riportare tutte le cose dette dall'anima sul videoterminale, rilevando anche l'espressione, l'intensità ed altre eventuali smorfie caratteriali. "Sono Sharon" comparve subito sul video senza che lo spirito aspettasse le domande di Al, il quale dedusse subito che si era in presenza di un essere frustrato, desideroso di sfogo, probabilmente gentile. "Perché sei morta, raccontaci la tua storia", fu la digitazione di Al, e la risposta non si fece attendere. "Sono stata accoltellata, massacrata nella mia casa da un seguace di una setta satanica. Egli era stato attirato dagli studi che faceva mio marito sull'esoterismo e sul satanismo: penetrò nella mia casa nel momento in cui ero sola, mi prese ad accettate sulla soglia della mia camera da letto, ricordo ancora i suoi occhi pazzi come la luce di un diamante. Mi ritrovò quasi irriconoscibile mio marito due ore dopo". "Cosa hai provato psicologicamente" fu la domanda di Al. "Un grosso dispiacere per dover abbandonare la mia famiglia, per mio figlio, che allora aveva tre anni". Così dicendo fu visualizzato sul terminale una foto di un bambino lievemente biondo e dai lineamenti delicati, sorridente e gioioso. Continuarono a comparire frasi sul terminale. "Era il più grosso piacere della mia esistenza, la mia più grande soddisfazione, mi fu levato dal mio abbraccio". L'immagine di Sharon scomparve dal video lasciando il gruppetto quasi al buio, smarrito di fronte alla loro completa mancanza di controllo su Sharon, andata via con un'autonomia di decisioni, che lasciava presagire un suo ritorno intermittente, saltuario. Joint prese sul serio l'idea di andar via e, proprio nel momento in cui stava per rendere nota la sua decisione, fu fermato dall'invocazione di Al: lui voleva continuare l'esperimento perché era deciso a piegare un'anima adatta, che si prestasse inconsapevolmente ai suoi voleri. Quello che lui volesse veramente fare non era però noto a nessun altro che a lui stesso. Joint pensò che la sua idea fosse quella di intrappolare un ectoplasma in un loop di software progettato da Al stesso, per poterne poi studiare i fenomeni ad esso connessi, tramite l'aiuto del Grande Computer. In ogni caso le invocazioni ebbero il loro effetto: si era visualizzato un volto antico, eppure possente, presente e vivo, ma che lasciava trasparire una profonda inquietudine dell'animo. "Chi sei" digitò Al. "Chi sono, il mio nome, non ha importanza per te, devi solo obbedirmi fuori da ogni regola, fuori da ogni tua volontà". Al ebbe un gesto di ritrazione, quasi spezzò la catena. "Vorrei che non fosse quello che penso io" disse Al con la voce sconvolta dal terrore. Joint era ancor più terrorizzato di tutti gli altri tre: l'ambiente era diventato troppo buio e quelle parole, venute fuori con caratteri molto frammentati, come lui non li aveva mai visti produrre da un terminale, gli fecero fare un guizzo tale da rompere la catena. Vide gli altri tre rapidamente essere assorbiti dal terminale stesso, la stanza venire tutta implosa nel video, il tutto avvenire senza un solo lamento. Joint già stava fuggendo da quell'ambiente che aveva preso ad odorare fortemente di morte, era già all'uscita quando vide il cunicolo sprofondare nella terra, i cavi venire divelti, la terra richiudersi sopra a tutto. Si sentì sollevato dal respirare nell'aria della notte, nell'aria che sapeva di industriale.
CAPITOLO IV |
Camminava tra la gente senza neanche guardarla. Joint era in preda ad una delle sue crisi psicologiche, era in pieno travaglio interiore. Quel giorno non era in grado di lavorare, capiva di essere un peso anche per se stesso. Non era in grado di essere gentile ad una domanda di forestieri, non era voglioso di mangiare, non era in grado di ricordare una sola cosa buona e di soddisfazione che avesse fatto in tutta la sua vita, non era in grado, in breve, di riuscire a vivere quel giorno. Il frastuono intorno a lui, originato dal mercatino di cianfrusaglie in cui era capitato, era notevole, ma i suoi pensieri saltavano da un argomento all'altro, da un ricordo all'altro, come quello di certi suoi vecchi amici che non rivedeva più da molti anni, e andati a finire chissà dove: erano amici a cui teneva molto, erano tre, erano veramente importanti per lui. E poi pensava anche alla morte che poteva sorprenderlo da un momento all'altro; in fondo non c'era niente di nuovo in questo concetto, ma da un po' di giorni gli capitava di pensarci più spesso del normale e, sempre più spesso, gli capitava di avere quella triste sensazione indosso, quasi fosse un vestito attillato da mostrare. Desiderava anche una donna, fosse stato solo per un'ora. Era tanto che non stava più insieme con una donna e il motivo era la sua eterna timidezza, causata dalla paura di dire qualcosa di sbagliato, dalla pigrizia nel parlare che gli appariva l'atto più inutile e pesante che le persone dovessero affrontare nella loro vita. Si trovava di nuovo in preda a quel senso di inutilità che lo faceva rinchiudere come un riccio, poiché era l'unica cosa che si sentisse di fare, poiché era l'unica cosa che gli consentisse di sentirsi un po' fuori dalla fossa in cui capiva di essere precipitato. L'idea di porre fine a quella sofferenza gli sembrò quasi una liberazione; un forte desiderio di morte, ma, solo perché essa gli permetteva di cambiare il suo stato, lo assalì. Così cercò un'alternativa, "posso forse diventare un gatto o un cane o qualsiasi altro essere" prese a pensare, cercando disperatamente un conforto nella tecnologia, anzi gli sembrò di ricordare un articolo letto tra i files comuni del Grande Computer che trattava proprio di questo, e che diceva che le ricerche erano confluite nella messa a punto di un macchinario definito fantastico, quasi pronto per l'umanità. Lo sperava Joint, nonostante tutto non aveva voglia di morire, perché riusciva ancora a capire che la morte era un qualcosa di più che un cambiamento di stato, era la perdita di un'occasione importante. Continuando a camminare, immerso in questi pensieri, si fermò senza sapere il perché nei pressi dell'angolo di un palazzo. Gli venne spontaneo alzare gli occhi e trovò curiosamente incise nel muro queste frasi:
Nel suo sudario riposava i pensieri dall'attentato mentale,
era la notte, non sua alleata, era la notte.
Nel suo sudario si accoglieva da solo,
non aveva nessuno a confortarlo dal giorno già cresciuto,
non aveva nessuno che schiarisse la sua mente ricoperta,
non aveva nessuno a pulirlo dal passato.
Nel suo sudario,
nel suo destino,
nel suo silenzio.
Le lesse altre due volte, poiché la prime gli aveva lasciato un'impressione di curiosità, la seconda un sensazione di fastidio, la terza una voglia di impararsela a memoria, visto che gli era piaciuta. Continuò a camminare oltre il palazzo, oltre il mercato, oltre il quartiere e la città, oltre la campagna rimasta, fino a scomparire nelle tenebre scese senza una spiegazione, e senza che esse lasciassero sfuggire un minimo di luce. Chi lo vide non poté fare a meno di pensare che lui, Joint, era stato inghiottito da qualcosa molto simile alla morte.
CAPITOLO V |
Il risveglio fu amaro. Joint era completamente ricoperto da una tuta composta anche da una specie di scafandro, a cui erano collegati dei cavi elettrici diretti alla console. Si tolse tutto questo e si levò sul letto: il gioco era terminato, ed erano rimasti soltanto dei brutti ricordi nella mente di Joint. L'ambiente virtuale, che il Grande Computer gli aveva creato, lo aveva trascinato in uno stato ancora più depresso di quello che aveva la sera prima di coricarsi. Guardò fuori la vetrata del suo salone: era ormai giorno ma la temperatura non doveva essersi alzata più di tanto. Joint cominciò allora a pensare un po' più seriamente a tutte quelle visioni che aveva avuto, ne trasse una forte impressione di nero. Eppure lui aveva scelto di fare il gioco proprio per sollevarsi il morale, voleva soltanto avere dei bei sogni, affidandosi totalmente alla capacità del Grande Computer. Non capiva dove aveva sbagliato la programmazione della console, poiché non era la prima volta che si lasciava 'sognare' dalla macchina; tutte le altre volte erano state belle, ed i sogni avevano avuto un sapore piacevolmente rilassante che si era protratto anche dopo il risveglio. Stava camminando nella sua casa mentre ragionava così, ed era ancora intorpidito dalla nottata, ancora stordito da quelle esperienze, così inciampò nei suoi stessi piedi. Imprecò più per abitudine che per convinzione, senza che ciò disturbasse il corso dei suoi pensieri. La sua tristezza era profonda, non riusciva ad organizzarsi neanche per preparare la colazione, tant'è che inciampò di nuovo nei suoi piedi. Poi fu colpito dalla particolare bellezza del sole che si stava alzando nel cielo: era una grande palla che si ergeva maestosa oltre le nuvole lasciandole quasi al buio, così da formare un forte stacco di luce, come si può vedere spesso negli istanti che precedono un forte temporale estivo. Decise così di dirigersi verso la vetrata, ed incespicò di nuovo quando, oramai, vi era giunto vicino. Perse l'equilibrio proprio verso l'esterno, ruppe la vetrata, precipitò al suolo. Non emise un solo lamento durante la caduta, aveva solo il tempo di capire che era arrivata veramente la fine. Si schiantò sul marciapiede. Caduto dal 14° piano, egli morì all'istante e, subito dopo la sua morte, Joint cominciò a ricordare, a ricostruire tutta la sua vita, iniziando dai suoi primi anni passati, dopo tutto, in una mesta gaiezza fino a giungere alla sua pubertà con tutti i suoi problemi, per arrivare proprio alle ultime ore, a quel suo gioco finito in modo così anomalo, così sospetto. Ricordò le frasi incise sul muro durante il suo ultimo sogno, cominciò a capirne il significato di presagio, di destino tracciato da qualcuno. Sentì anche le frequenze radio su cui stavano viaggiando le notizie del radio giornale, le quali riportavano che proprio quella il Grande Computer aveva avuto una grave défaillance, che i tecnici erano riusciti a risolvere solo nella tarda mattinata. Gli era tutto chiaro ora, ora che il tranello in cui era caduto non poteva più ottenebrargli la mente, ora che lui, Joint, non esisteva più. Rimase sul suo volto un'espressione di sorpresa, un'espressione di angoscia per chi rimaneva, un forte odio per i computer.