GENESI E GESTIONE - FINALITÀ - DELLE SINGOLARITÀ


Ero attratto da una parola specifica. Non importava tutto il contesto che circondava quella parola-concetto. Non importava quanta profondità ci fosse in quel preciso istante intorno a me, in un momento chiave, uno di quegli istanti in grado di cambiare tutta un'esistenza. Quella singola locuzione risuonava costantemente come un mal di testa latente alla mia attenzione e lasciava tempo soltanto per approfondirne l'osservazione, per focalizzarla in un punto preciso di quel determinato angolo di visuale: una follia di concentrazione tipica d'alcuni stati d'animo indotti volutamente, artificialmente.
La parola era semplice, artefatta ma semplice: singolarità.
Al solo ripetere mentalmente quell'immagine riesco a provare tuttora la stessa intensa acutezza d'istinto. Riesco a muovermi con le stesse movenze feline e ideali. Riesco ad essere invaso dalla stessa presenza di spirito, tale da concentrare tutta la mia mimica facciale e comportamentale nell'indirizzamento non casuale del mio indice.
È, era una follia, di quelle che si è in grado di ideare, vivere e realizzare forse una sola volta nella vita - almeno, vita intesa come biologicamente standard, senza contare quelle aggiuntive date dagli innesti.
Quando ripensai per la seconda volta nel giro di un singolo secondo alle immagini che evocava il concetto di singolarità - una cascata rumorosamente e visivamente cacofonica d'oggetti minuti e tutti manufatti digitalmente - capii che il sentiero in cui mi ero cacciato pochi istanti prima, con un ardito movimento di alta scuola di eloquenza, aveva immediatamente chiuso la via del ritorno dietro di sé. Non potevo tornare indietro, era come se la mia esistenza nascesse in quel momento. Vivevo da pochi secondi.
Mi lasciavo dietro anni di errori non troppo evidenti e irreparabili, ma significativamente prossimi allo zero.
Ora la singolarità dei miei movimenti, delle azioni che potevo intraprendere, l'autodeterminazione di cui potevo esser capace era pari soltanto alla fine capacità di discernimento dei muscoli facciali, delle fasce addominali, dei miei adduttori e di tutte le dita, anche di quelle rinforzate con protesi software da interfacciamento.
Singolarità. Ripetevo la parola in un perfetto delirio e sorriso sornione. Mi esaltavo.
Le mie dita si portavano su ogni punto del mio corpo nudo e scansionavano attentamente ogni angstrom della pelle, anche quella più delicata o rugosa. Nel frattempo cercavo di esplorare la mia anima - non sapevo bene in quale layer parallelo ma non pensavo fosse importante, in quel momento, sottilizzare - cercando di realizzare una mappa quanto più dettagliata di me stesso per capire l'estensione che avevo raggiunto col corpo astrale - mi ripetevo, a mo' di limitatore, che la mappa non è il territorio.
Ci misi parecchio tempo soggettivo. Vivevo fuori dai dettami della cronologia tradizionale e, di questo, ne ero ben cosciente. Riflettevo costantemente accumulando come humus le conoscenze cui ero giunto precedentemente; facevo esperienza, nuova esperienza: digitalmente accumulavo Sophia riguardo il mio corpo astrale, di cui cominciavo ad essere completamente cosciente.
Sembra che siano passate soltanto poche ore, da allora.
Acutezza da sforamento di un muro di contenimento. Sfondamento di un mondo talmente vasto da esser rimasto sufficiente per millenni interi. Ma a me apparente come un cortile per pecore. Un prato verde da brucare stupidamente. Ho le protesi da connessione in ebollizione chimica per la comprensione cui si stanno sottoponendo; comprensione, ripeto bene, in grado di causare un cambiamento fisico nello stato materiale delle piste destinate al trasferimento dei dati, da me verso il resto dell'universo.
Il concetto di singolarità, reiterato nei miei circuiti neurali, mi raddoppiava ogni secondo soggettivo. Il livello era scavalcato.

Sono di fronte ad un dilemma.
Agisco come un defibrillatore, un decodificatore di fase in grado di analizzare l'onda informativa che si muove da un estremo prossimo a me, biecamente malefico.
Sono in grado di rispondere correttamente ad ogni sua mossa in modo da potermi portare in una zona franca ogni volta diversa. Posso non farmi mai trovare in fallo, se riuscirò ad essere sempre così affilato nella sintonia delle onde emozionali.
Posso anche rispondere. Prendere l'iniziativa.
Il dilemma si materializza tramite un'icona che si costituisce ogni cinque secondi - quelli standard - che è ben più di un'immagine statica: attraverso essa si stabiliscono contatti, ponti che danno possibilità di attraversare un ulteriore confine su altri due mondi. Quell'icona è una metaicona.
Quell'icona è attiva elettricamente.
Il dilemma è, banalmente: è lecito, per me essere nato mortale e limitato biologicamente - ora ex - aspirare a diventare una sorgente di oscurità perenne ma non malefica, tale da rabbuiare, inglobare, assorbire quell'infinita entità arcaica ferma davanti a me, in posa ostile, che cerca di riportarmi in un vasto recinto ovino.
Posso, io, disinnescare quella forma elettricamente, oppure devo retrocedere su un altro livello, un'altra compressione dell'estensione della mia anima/consapevolezza? Posso e devo vantarmi della mia crescita tecnologica e sperare di non avere, in futuro, il plafond costituzionale che contraddistingue ciò che ho davanti?

Con un guizzo finale arrivo, finalmente, al vero dilemma: siamo, io e quella cosa, in qualche modo vivi?