SEMBRA TERRA


Sembra terra
sembra un cadente crogiolo
si inghiotte in un doloroso autoreferenziarsi
in implosione dettata soltanto da noia, da software inutile
isterismo di non vedere più le linee verdi malate



Odore di terra. Dal cielo pioggia a getti, sporca di lordura buia. Fa senso averla addosso. Dà fastidio come una coperta non desiderata quando si suda, in primavera. Ed ora è primavera. Ora l'innocenza del verde fresco che circonda emana bagliori che sanno d'antico. Antico. Antico…
Mi guardo intorno, ho bisogno di stare da solo. Svolgo un piccolo nastro colorato, lo faccio lentamente e le mie dita si riempiono di stoffa fastidiosamente ruvida ma non importa, socchiudo gli occhi e continuo a lasciare andare il piccolo nastro, come se tutto dipendesse da esso, come se la mia sanità mentale fosse un gesto da visualizzare in fondo ai pixel meno importanti del mio schermo nativo. Il mio schermo nativo è un comodo apparato biologico che sa di passaggio d'elettroni ed è allocato proprio sotto il cervelletto, ma un disguido tecnico lo ha messo in comunicazione con i centri gustativi: ho dei disturbi evidenti solo quando mangio troppo avidamente oggetti croccanti - risuonano nella mia scatola cranica frequenze non facilmente assorbibili dagli elementi morbidi dentro la testa.
Ho ucciso il tempo.
L'ho fatto un momento fa. Ma un momento, ora, è un'unità non coerente, non quantificabile.
La distanza di tempo passata da allora mi ha fatto dimenticare perché l'ho fatto. Ho dimenticato, a grandi linee, pure come l'ho assassinato. So soltanto che io sono l'assassino.
So che non c'era nessuno a guardarmi, a fermarmi.
Provo a scavare tra gli ammassi informi delle mie memorie. Barlumi di verità emergono come chiazze oleose e poi riaffondano pesanti della loro colpevolezza. Faccio fatica a recuperarli, faccio fatica addirittura a riconoscere la loro oleosità - ho dei seri problemi di configurazione da qualche parte, nel kernel o forse nello strato applicativo definito, dai tecnici che mi hanno aiutato a vivere, come applicativo di base. Riconosco una sequenza temporale brevissima, che acquista nella mia bocca le connotazioni di un pranzo abbondante di cibi sciapi. Mi accorgo che la mancanza di sapori ha scatenato una reazione incontrollata d'ira, una sorta di rabbia tipica degli stati mentali in cui l'ancoraggio con la realtà è latente; è evidente che l'ingozzarsi gratuito, senza nessuna gratificazione e motivazione, ha indotto in me uno stato di ribellione che non sono stato in grado di dominare.
Per una fortuita casualità, riesco ad agganciare un raggio di ricordo strettamente connesso alla memoria affondata nel brodo grasso della mia lorda coscienza. Devo lavare quel brandello del mio passato, devo ripulirlo da ogni singola molecola di proteina digerita malamente per riuscire a guardarlo degnamente, senza che io storca la bocca o provi del sano disgusto. L'operazione, per qualche sconosciuto motivo, non riesce del tutto, così ho bisogno di reimmettere tale ricordo nel mio circuito bioelettrico e di visualizzarlo come entità esterna, sul visore nativo; scopro che l'atto successivo all'ingozzamento - non so bene quanto successivo, è evidente che mancano momenti di unione - mi ha portato a correre su un prato, in fuga da qualcosa che non riesco a vedere. E giorno, l'erba è soffice ed emana splendidi riflessi verde intenso; il sole picchia sui miei capelli scomposti dal vento, quello sì, intenso. Imponenti mura di antiche dimore in rovina si ergono improvvise, inspiegabili davanti ai miei occhi, cariche di ogni possibile dolore terreno, dense di ricordi delle persone che hanno animato quei locali, in anni diversi - immagini statiche percorse da scariche elettriche, come di sincronizzazione non perfetta.
Nella visione mi fermo di colpo. Osservo. Inorridito.
Quelle mura sono minacciose. Mi trattengono innaturalmente in un luogo sollevato dagli oneri del tempo e cominciano, stranamente, a parlarmi tramite canali mentali della necessità che io condivida con loro gli stessi drammi visivi patiti da chi ha abitato lì; la condivisione, capisco con un attimo di troppo, è di carattere fisico. È violenta. È tale da sfilacciarmi l'anima come farebbe col mio corpo una bomba ad alto potenziale distruttivo - elementi bioelettrici sparsi sulla terra, indistinguibili dalle chiazze sanguigne e dalla materia organica.
Ricordo di più ora.
Riconosco le tonalità di verde della Natura, caratteristiche di un antico passato. Lo sento riemergere, quest'ultimo, perché io sono appartenuto a quella casa vista poco fa. Così, da quel piccolo spiraglio sento dirompere la muraglia d'immagini ricordate. Come la rottura di una diga, dilaga nella valle della mia coscienza la consapevolezza che continuo a vivere dentro quella casa. In quel territorio. In quel tempo. Sento brividi intensi. Anima multipla. Il tocco dell'infinito mi attraversa. Esplode dentro di me come una carica esplosiva. Mi dona la consapevolezza d'estese entità che posano la loro fisicità su di me, in ogni istante del giorno. Anche ora. Anche ora che sento calore sulla mia guancia - interruttori termici segnalano intensità localizzate…
È stato in quel momento che ho deciso. Ricordo perfettamente ora.
È stato in quell'istante che ho deciso che il tempo poteva essere azzerato. Strappato via. Cancellato dalla mia vita perché io sentivo di appartenere ad un eterno presente.
Così ho strappato dai miei occhi la visione della casa. Perché l'avevo dentro.
Così mi sono rannicchiato su me stesso e ho spento ogni periferica a me interna con semplici comandi mentali - ho ignorato i messaggi d'allarme.
Così ho guardato dritto nel kernel del passato, decidendo l'istante giusto - quello che sembrava avere la traiettoria più rettilinea, da dove potevo guardare il fondo del pozzo nitidamente, senza paura o distorsioni.
Così mi sono lanciato da quell'altezza incommensurabile, teso a raggiungere il basso dove il tempo strisciava lentamente per non essere visto, in un mare verde acido da visione notturna; l'ho raggiunto e malgrado i suoi tentativi di depistarmi sono riuscito a cogliere i suoi punti vitali strappandoli via, mangiandoli come feticci, assimilandoli come se io fossi un enorme organismo, più grande di lui, più comprensivo di lui, più etereo di lui.
Sono riuscito a fare tutto questo al volo, gettandomi da lassù e atterrando proprio nel suo punto mortale, uccidendo all'istante il tempo. Ora vige l'eterno presente.