AL DI LÀ DELL'OCEANO


Mi siedo in preda ad un momento di stanchezza. Ho appena attraversato un oceano di pensiero liquido, ho motivo di credere che le orme dei miei percorsi siano solo affondate nel magma viscoso, non scomparse.
Ho ancora addosso, dentro, un freddo intenso. L'oceano è estremamente denso, racchiude in sé il buio e la glacialità dello spazio siderale. Attraversarlo è un'esperienza sempre nuova, anche se ho ormai perso il conto delle volte che ho affrontato la prova. Prova. Non è esattamente una prova. È un bisogno. Una necessità data dalle proprietà intrinseche d'alcuni funghi che devo assumere, per scoprire cos'è quel qualcosa dentro di me che si sregola. Sregola, perché il ciclo vitale del software che mi è stato impiantato decade, senza un motivo apparente. Allora ho vuoti di memoria, vuoti funzionali. Non so più bene chi sono, cosa faccio.
La cura è lontana un oceano, quell'oceano.
In tutte le volte precedenti ho sentito affondare le mie orme in quel magma, lentamente, ma esse non perdevano definizione, semplicemente divenivano meno visibili, via via meno colorate, sbiadite, un pallido ricordo. Ed era come perdere parte di me, come se qualcosa si scollasse da me impercettibilmente, inesorabilmente.
Poi, improvvisamente, quando passavano un po' di giorni dalla traversata, mi accorgevo che le orme tornavano a far parte di me, si reintegravano. Forse era decisivo l'aiuto datomi dai funghi, che mi raccontavano di paesaggi autoctoni - scene fantasiose di cactus, solo cactus: in ogni racconto dei funghi esisteva, in qualche modo, un cactus. Forse il peso che io davo a quelle creature micologiche era eccessivo; forse, come un placebo, mi bastava pensare alle proprietà miracolose di quelle muffe per sentirmi di nuovo intero, perfettamente unito e funzionale, nel pieno possesso della memoria potenziata.
E ora, come mi sento effettivamente?
Guardo la distesa immensa, a perdita d'occhio, di funghi. Mi volto e sono sbigottito dalla quasi totale placidità - pesante - dell'oceano. Apprezzo qualche guizzo che riesce a sfuggire a quella pesante gravità che governa i flutti, vedo che gli stessi guizzi ricadono pesantemente su se stessi, assorbiti esattamente come le mie impronte che giacciono - ne sono proprio sicuro - ormai sul fondo. Ho freddo, sono stanco. Davvero troppo.
Mi sdraio sotto un generatore di calore mentale, provvidamente installato qui da chissà chi; vorrei che l'intensità fosse prossima a infinito. Vorrei che parte del buio oceanico venisse trasdotto in onde sonore per ricavarne compagnia, consiglio, loquela, immagini, parole, istinto, forza, calore, calore, calore… Freddo. Mi sovrasta. È soverchiante.
Mangio. Mentre i miei denti battono per il gelo. Non ricordo le altre volte così intensamente dolorose.
Mangio. Ancora. Sradicando ciuffi di muffe in questo sterminato campo. E intanto sento le mie routines indotte farsi farinose, sottili come sfoglie; le vedo scartarsi come se fossero fatte di carta invecchiata, pergamena di bassa qualità, quasi polvere. Schegge delicatissime, antichi manoscritti, molte mie routines sono irrimediabilmente perse, illeggibili. Il preavviso della catastrofe sembra netto, delineato. Ma non voglio crederci.
Non vedo.
Non mi accorgo della diversa consistenza di alcuni funghi, più gustosi degli altri. Li mangio avidamente, come se fossero giorni che non mi nutro più. Non mi accorgo che si stanno gonfiando i miei circuiti neurali, che si stanno ingolfando. Smantellando, accentuando i fenomeni di perdita della memoria e di funzionalità.
Forse è un fenomeno indotto.
Forse è solo un'allucinazione aggiuntiva. Sto vedendo formarsi una figura strana, bizzarra. Nerovestita. Non fa paura ma semplicemente ammalia. Si muove con grazia accattivante, parla di qualcosa che ai miei sensi stravolti assume significati strabilianti, avvolgenti. Soffusi. Dolcemente veri.
Ho troppo freddo. Decido di non lottare ora. Decido di fissarmi sulla contemplazione mentale dell'oceano. E di seguire il disfacimento tecnico delle mie facoltà mentali, native e artificiali, con un senso di ineluttabilità, di fatalismo indolente. Spore di funghi sono su di me, spuntano sulla mia pelle. Sono sdraiato sulla terra nuda e nugoli di muffa mi ricoprono senza darmi troppo fastidio.
Vedo la quasi totalità delle mie routines disfarsi e traslocare verso le cellule spugnose delle spore. È un fantastico migrare. Mi dovrei scuotere ma non ha più importanza. Non ha davvero più importanza. Posso soltanto pensare, sperare che i miei processi mentali siano ancora integri fino al punto di trasmettersi a colui che mangerà i funghi. Posso soltanto capire che l'ultimo umano che si trovava nella mia posizione era qualcuno che dava notevole importanza ai cactus, per chissà quale motivo. Posso solo respirare affannosamente, in preda ad un vuoto cerebrale che culminerà in qualcosa che non sono più in grado di comprendere.
Di combattere.
Di rendere graficamente come un costrutto a losanghe di matrici. In espansione.