RICHIESTA DI ANNESSIONE |
Accomunati da un senso di profondo. L'attimo precedente immerso in un paesaggio spettrale, in fondo ad un cumulo di campagna deviata, malefica, devastata da percezioni malevole, penetranti, il mondo diverso da come lo si vede, il mondo una calamita nera, profonda, malvagia, apparentemente innocua. Il mondo un oceano di oscuri movimenti, spesso impercepibili.
Poi, quando si riaprono gli occhi, il pozzo nero diviene lo sfondo spaziale e il desiderio di gelo eterno si fa stringente addosso a me. Le stelle puntinano l'orizzonte che, a perdifiato, preme, dà vertigini per la sua vastità. Che rovescia gli occhi. Fa aprire la bocca. In un singulto da congelamento rapido, da occlusione. La bocca piena di vapore condensato espanso.
Ho paura d'entrambe le immagini.
Le sento aderire a me, alla mia anima, al mio spirito, al mio percepire. Qualcuno buca insistentemente la mia fantasia con ping di attenzione; mi scuoto e guardo con occhi nuovi. Mi scuoto e guardo con occhi nuovi. Rinnovati. Plastica da innesto. Ridenti movimenti per sottolineare il nuovo che è parte di me, parte di me. Come un'ossessione ripeto: parte di me. Un giro musicale si fa strada nella mia psiche ed è un arpeggio di suoni profondi, ritmati, complessi che ricominciano sempre dal punto dove finiscono. Affascinano. Ammaliano. Stupiscono. Aggrovigliano.
Ritorno per un attimo alla campagna. Stordito da un momento di fascino retrò.
Il sole irradia l'intero orizzonte, fa quasi rumore per la sua preponderanza; l'inquietudine di non trovare nessuno con cui interloquire, condividere due passi per scrollarsi di dosso questa paura subliminale mi fa vedere le vibrazioni luminose con un passo negativo. Gli alberi appaiono improvvisamente bianchi e il cielo sembra nero; risaltano gli oggetti di un lucore sbagliato, e alcuni movimenti a lato degli occhi, quasi impercettibili, si affacciano sulla soglia d'attenzione inconsapevole.
Perché nessuno attorno a me. Se ci fosse qualcuno, si accorgerebbe dello stato di pericolo imminente che vige ora?
Bussano.
Ancora.
Attutito dalle pareti dimensionali riesco tuttavia ad apprezzare lo sfregare delle venature d'altri esseri; sento la loro porosità darmi i brividi. Roteo lo sguardo, mi sembra che l'aria manchi e inspiro affannosamente, cercando di rapire quanta più aria possibile. Sono letteralmente fuori dal tempo, dal mondo, da me. Per pochi istanti davvero. Infinitesimali. Poi riesco a riprendere parte del controllo di me stesso, per precipitarmi di nuovo nello spazio più profondo, più buio perché le stelle sono assenti, perché le stelle sono sfuggite al controllo occulto e stanno slittando verso altre realtà più compiacenti. Idealmente forti e libere.
Hanno smesso. Non bussano più.
Sono entrati.
Panico intenso. Da urlo.
DA URLO!
Un sentiero parte da un campo coltivato, immerso in una mattinata soleggiata e anomala, e si perde nello spazio interplanetario. Sono troppo spettrale per raccontare, per uscire da questo stato di trance. Qualcosa che non riesco ad esplicare si impianta come una coltura ideale nell'humus del mondo da me controllato a fatica.
Chiamano. Continuamente.
Il freddo atroce che penetra in me parla di eoni interminabili e dilatati. Dal freddo capisco quanto è prezioso mantenere dentro di sé un alito di vitalità, fosse anche la cellula più recondita del proprio essere fisico. In comunicazione coatta col proprio intimo impalpabile come software. Quello che cola dalle mie boccole di accesso esterno - retaggio ora inutile di livelli prigoginici inferiori.
Freddo atroce.
Freddo essenziale.
Prudono i residui di sensazioni vitali come labili impressioni di film, visti anni fa o raccontati per immagini dentro la boccola craniale.