IN QUALE CONTINUUM?


Il punto di vista apparentemente sbagliato: osservare, con occhi spenti, un giardino che trasuda di sensazioni arcaiche trasmesse fin quasi al midollo della mia percezione, in un turbinio selvaggio d'emozioni contrastanti.
Vengo da un periodo di vuoto interiore, d'avvicendamenti esclusivamente fisici. Mi manca la psichicità, l'elaborazione di stati d'animo estremizzati. So, quindi, che l'osservazione del piccolo giardino non è un fattore errato ma un fattore di accrescimento, che può contribuire a portarmi verso uno stato di cose dove elementi prigoginici favoriscono un salto cognitivo, verso un livello superiore di esistenza.
Aspiro a quel livello. Aspiro, in linea generale, a tutti i livelli a me concessi. Trovo giusto evolvermi, comprendere sempre di più pur essendo conscio dei miei limiti strutturali; spesso faccio ricorso all'arte. Ogni forma d'arte o di speculazione mentale può essere preziosa, può essere fonte di beltà per chiunque decida di approfittarne connettendosi. Per questo m'isolo spesso dal mondo usuale, in modo pressoché totale, limando sull'uso delle parole e concedendo solo fugaci apparizioni: sono un eremita psichico, lascio aperte le mie comunicazioni ma non controllo mai i messaggi che si depositano nelle camere d'equilibrio comunicative - ho le mie routines di controllo, messaggi visivi lampeggiano su un angolo retinale di poco disturbo solo nel caso in cui ci fosse un avviso vitale. So di vivere un privilegio che nella storia nessuno ha mai potuto avere: isolarmi rimanendo disponibile. Ho intenzione di sfruttarlo questo vantaggio. Ho intenzione di portarmi oltre lo stato di necessità indotto e d'essere io stesso la necessità. Voglio sovvertire lo stato esistente per accedere ad un altro dove io riesco a modellare gli strati inferiori, come farebbe un dio. Lo stato psichico. Lontano parente degli stati psichedelici che stravaganti artisti oscuri teorizzavano nell'epoca dell'apertura mentale.
Divagazioni. Semplicemente ho lasciato andare l'attenzione sul fissare il mio stato psichico attuale: sono piccoli angoli di deriva che ogni tanto concedo ai miei innesti craniali per non sovraccaricarli troppo, per preservarli dal decadimento strutturale - troppe collisioni di giuntura, ho risparmiato un po' sulla qualità intrinseca dei cristallini che ho in testa; al tempo avrei potuto inserirmi dei chips di nuova generazione in grado di funzionare a regime misto, un po' a collisione un po' a generazione d'onda cinetica, ma non potevo rischiare un collasso economico/organizzativo. Così, per pochi istanti soggettivi non ho più pensato al punto di vista apparentemente sbagliato cui facevo riferimento poc'anzi. Ed ora esso torna prepotentemente alla mia attenzione. Mentre lo osservo con occhio nuovo.
Il giardino lascia crescere, davanti ai miei occhi deviati, losanghe di gusto antico in cui si riflettono istanti di vita dimenticati. Linguaggi cancellati si odono in un sottofondo che sa di tappeto orientale, ricami squisitamente bizzarri e infantili al contempo campeggiano sulle semplici costruzioni che vedo per brevi istanti nell'angolo d'attenzione, dentro la mia psiche modificata. Chiudo gli occhi, come se dormissi. Li lascio serrati in un disordine naturale che mi precipita in uno stato di sonno apparente, molto intenso. Ma non sogno. Non ho visioni direttamente da un mondo parallelo, assai vicino. Ho sviluppi inattesi della realtà basilare, ho scossoni che mi comunicano la necessità di accettare e interpretare ciò che mi si propone, che mi s'insegna.
Così tutto avviene in pochi attimi convulsi.
Il cielo si oscura, anzi, scompare, si dissolve e lascia intravedere un lastricato di punti lucenti, più o meno intensi ma tutti estremamente piccoli, che si estendono su un tappeto di assoluto nero, pregno di un freddo intuibile in grado di uccidere al solo pensiero. Sono dentro ad un pozzo gravitazionale, realizzo improvvisamente con un'onda di shock atomico intenso quanto una devastazione; il giardino è una proiezione olografica dei miei ricordi precedenti, estratti con cura ma con immensa fatica durante una seduta di medicina karmica. Sono nato sulla Terra un bel po' di decine d'anni fa, ho dimenticato quando esattamente ma il livello d'invecchiamento delle mie cellule indica un'età di almeno cinquant'anni il che, per interpolazione di calcolo sulla base dei miei processi di ringiovanimento, mi fa pensare di averne almeno novanta. Significa che novanta anni fa nacqui dopo aver vissuto altre esperienze, in secoli precedenti, millenni precedenti. Devo aver visto quel giardino in un preciso istante della mia vita psichica anteriore, percepibile adesso perché sono riuscito a collegarmi sul canale energetico ancora esistente dove io vivo, adesso, insieme al giardino stesso.
Un eterno presente. Che condiziona l'eterno presente dove vivo ora, nel pozzo gravitazionale, quassù, tra le stelle.
La scena che vedo rapidamente svolgersi nel giardino è agghiacciante.
Da una siepe che costeggia il recinto della mia modesta dimora fuoriesce un manipolo di predoni, faccia truce, abiti luridi e strappati. Hanno lo sguardo barbaro, gli occhi iniettati di sangue e brandiscono dei coltelli, alla vista assolutamente micidiali. Ho l'esatto tempo di aver paura, panico forse. Mi guardo intorno e scopro che lo stesso terrore assoluto avvolge la mia famiglia.
I briganti hanno dalla loro rapidità e precisione, oltre che la ferocia tipica di chi non ha nulla da perdere se non la fame. Cadono rapidamente i miei due figli, trafitti da colpi di daga sicuramente in dotazione all'esercito imperiale; il sacrificio di mia moglie, che ha parato col suo corpo il figlio più piccolo, è drammaticamente evidente a me che non ho avuto lo spirito, la forza, l'animo di gridarle "ferma, è inutile, salva almeno te stessa". Ho lo sgomento tipico del condannato a morte, so che ora è il mio turno.
Mi volto verso uno di quegli uomini e osservo in un turbinare entropico l'evoluzione dei suoi sentimenti: ferocia, determinazione, annebbiamento della coscienza, rabbia, vendetta, furore cieco, precisione.
È proprio quella che mi uccide, la precisione. Mi colpisce il particolare dei calzari, anch'essi militari, con sovraimpresso il bollo della XIV legione, la mia legione, dove comandavo una centuria laggiù, in mezzo ai Daci. Mi colpisce la daga di quell'ex legionario che forse ha saputo di me; mi colpisce dietro, sulla nuca, sfondandomi il cranio e urlando frasi di sconnessa esultanza e rabbia sfogata. Poi uno schermo bianco su cui nessuna immagine scorre più.
Solo dolore all'altezza del cervelletto.
Proprio dove le mie giunture da innesto sono state allocate, per un dolore persistente e intenso che fuoriusciva quando, sulla Terra, andavo per giardini. Che mi ha fatto preferire la vita eremita nello spazio interstellare anziché nel mondo nativo.

Osservo i due medici che ho di fronte manipolare i miei comandi neurali, intenti nel tracciare le evidenze lasciate da un mondo eternamente presente affacciatosi sul mio. Il dolore di allora si confonde, si sovrappone a quello odierno, e mi trovo in una tale intima confusione da aver smarrito la cognizione del continuum in cui dovrei essere.