MOVIMENTO II - LA VISIONE DI AUGUSTO |
Il frastuono era quello tipico della Roma imperiale.
Un ammasso di case fatiscenti, costruite male e accatastate peggio, una sull'altra, che dominava la scena nei luoghi adiacenti il palazzo imperiale. Intere famiglie, e disperati d'ogni tipo vivevano nei piani superiori di quei casermoni popolari, pagando affitti spropositati.
Il desiderio d'intimità, di poter respirare un minimo d'isolamento dai rumori caotici di quel presente, si mescolava ai disagi e alle intemperie di un vivere così precario. Tutti cittadini di Augusto, erano. Tutti presi dall'esigenza di svernare la giornata e di avvilupparsi dentro un telo immaginario che preservasse loro l'anima e la carne, fino alle soglie della morte. Fino alle soglie dell'esser Lari. Dell'esser memoria e voci allo stesso tempo.
Era un gran giorno quello che si annunciava.
Augusto avrebbe parlato della grandezza di Roma.
Da una terrazza che dava sul Circo Massimo.
Dal più importante posto del mondo allora conosciuto.
Un discorso fatto dall'uomo più importante del mondo di allora.
Qualcosa di unico. Di irripetibile. L'illuminazione per intere generazioni.
Posso ascoltare. Ora. Posso sentire ogni cosa, da qui.
L'ora suonava, annunciata da un infinito squillare di trombe della Guardia Palatina. Augusto era ancora perso nei suoi pensieri in un maestoso alternarsi di potere e timidezza, qualcosa che cozzava irrimediabilmente con l'impressione che i sudditi del suo Stato provavano verso lui. Verso la sua onnipotenza. Verso il suo esser Dio governante e pronto a trascendere la materia, dalla carne verso lo spirito.
Posso sentire lo stato d'animo del monarca. Qui. Ora. Come se gli fossi davanti.
Augusto si alzò dal suo comodo triclinio, lasciando andare la veste come se fosse il fato a dover decidere le pieghe da assumere. Un'improvvisa vertigine lo colse, inspiegabile e inedita nella rappresentazione visiva che riusciva a svolgere nella sua mente.
Io, nel mio canto. Cerco di giocare meno possibile con i comandi del mio joystick craniale. Lascio andare Augusto verso una deriva che non potrà mai capire. Gli lascio, però, ascoltare le voci che gli rimando. Dal mio mondo. Dalla mia nicchia di tecnologia a lui incomprensibile.
Voci, quindi. Solo voci.
Desiderio di conoscere la temperatura che ho intorno. Interrogazione craniale. Sguardo su Augusto, da lontano. Definizione tremolante ma comunque nitida. Mi chiedo cosa stia girando nella testa di quel despota illuminato. Mi chiedo chi egli fu veramente.
Mi passo le dita sulla presa a scomparsa, lievemente, per non generare onde elettrostatiche che possono rendermi incomprensibile l'intero quadro degli avvenimenti.
Poi afferro, con un lampo d'intuizione che, non avendo capito da cosa si origina, mi lascia interdetto e forse spaventato: Augusto era semplicemente stordito dalla visione che aveva avuto. Stordito da uno scorrazzare di strani carri senza trazione animale, a bordo persone vestite bizzarramente a colori; stordito perché in mezzo c'era confusione generatrice di un frastuono per lui indefinibile, come se tanti fabbri fossero al lavoro contemporaneamente. Augusto era immerso in quella visione, e futuro gli venne istintivamente da definirla. Egli non poteva raccontare tutte quelle immagini al suo popolo, loro lo avrebbero preso per un dio piazzo. Mi avrebbero preso per un despota del futuro, una sorta di semidio col potere su tutto, anche sulle decisioni, anche sulla capacità di vita o morte pure su quegli insignificanti mercanti dell'universo antico. Quando la vita era intesa come meschino, losco traffico di merci pregiate dall'Oriente.
Posso vedere lo stato d'animo di Augusto, qui, sul mio desktop craniale.
Posso contargli ogni singolo capello. Quelli che sono dispersi tra le foglie d'alloro.
Tra le foglie di un benaugurante lauro.
Scendo e guardo le visioni che ho, insieme al Principe di quel potentissimo Stato. So che l'Imperatore non ha voluto impegnarsi. Era così schoccato da ogni immagine che gli passavo da non poter più parlare. Nemmeno davanti ai suoi sudditi.
Nemmeno davanti a se stesso.
Augusto si scuoteva come meglio poteva ma il futuro gli stava parlando. Tramite le mie protesi craniali. Tramite le mie visioni in transito su un circuito neurale, in collegamento col passato e direttamente con Augusto: simbiosi.
Augusto sentiva le voci e il frastuono di questo presente farsi avanti, e lui non sapeva come gestirlo, nemmeno istintivamente.