MOVIMENTO V - A LEZIONE CONNETTIVA


La connessione è avviata. Condire con visioni ogni oggetto visibile e non è un ottimo modo di sperimentare nuovi orizzonti.
Guarda il mondo intorno a te, è popolato di spiriti, zeppo pieno di spiriti d'ogni tipo; nel silenzio puoi ascoltare un universo intero parlarti, ordinarti, sussurrarti o implorarti. In quello stesso universo puoi piazzare il tuo senso del meraviglioso e impartirgli stringhe di bit anomali, stranamente compressi, addizionati da immagini in distorsione controllata e da colori violentemente acidi, da connessione.
La connessione è avviata, quindi. La connessione è uno stato psicofisico verso altre condivisioni infinitamente estese, un'enorme rete di link nemmeno intuibili, pochi gradi di separazione uno dall'altro. Qualcosa che ai neofiti dà la nausea, il capogiro. Un senso di spaesamento come un newbie dentro una metropoli.
Penso a quel senso di sperduto. Penso e analizzo in cosa è devastante quella sensazione di smarrimento. Ci metto un po' a trovare una labile traccia.
Poi cerco di analizzare ancora più approfonditamente, interpretando la parte di chi è scettico sulle conclusioni e mira a smontarle. Senza riuscirci davvero. Così posso avere per buona approssimazione un risultato apprezzabile che intimamente sapevo già essere vero: la mancanza di richiami.
Il disorientamento è dato dalla mancanza di voci conosciute in grado di guidare verso una fonte di verità introspettiva. Chi è gettato in un nuovo ambiente iperconnettivo e sovrapposto su più strati di verità traslucide e ingannevoli, soffre di perdita d'orientamento, non percepisce più le sue ombre guida. Non ascolta più nessuna voce fargli rumore in un silenzio assoluto, una voce che prima lo spingeva a ritrarsi dalla presenza d'altre persone accanto a lui. A sentire in profondità cosa c'era di nuovo da ascoltare da quel gorgo nero di naturalità selvaggia.
La lezione di connettività si svolge partendo da quest'assunto: innestare la sapienza indotta di logiche, derivate da algoritmi postumani, in soggetti che hanno dentro il dono di saper ascoltare il mondo interiore, quello della natura. Una sorta di innesto psicogenetico. Un movimento di disegni sulla lavagna elettronica, capaci di scongelare le mosse per l'innesto. Uno start in piena regola. Innesto, versione d'installazione.
La chiamata si svolge come previsto, come un urlo assolutamente disumano e protratto da altezze profonde, allocato dentro le viscere di un universo sconosciuto e vitale. La chiamata fluisce, va come un grido strozzato dentro al perfetto e perfido circuito in neoprene che simula il mondo biologico. Perfettamente simulato.
Poi, subentrano i vasi indotti di sutura dimensionale. E ogni altro aspetto invasivo inizia a mostrarsi prima debolmente, alla chetichella, poi sempre più evidente, pur mantenendo sempre un fattore di discrezione mortalmente pallido; la paura di una reazione dell'universo entropico fa ancora troppo ribrezzo per essere gestita, e ciò rimane vero fino al momento in cui il piedistallo, su cui poggiano gli algoritmi postumani, raggiunge una larghezza di base sufficiente. Fino al momento in cui si riescono a dipanare le direttive di connessione in una ragnatela ossidata di resine epossidiche che hanno, tra l'altro, il gran pregio d'essere conduttrici d'informazioni subliminali da contatto - supporti sterilmente accettabili d'idee da emulazioni.
La lezione volge verso il culmine.
Culmine preannunciato da movimenti visibilmente elettrolitici sulla soglia della coscienza condivisa. Sono scosse multiple, qualcosa che lascia andare le sensazioni superficiali alla deriva così da scoprire uno strato particolarmente vicino al kernel craniale, quello dove lavora in sottofondo l'entità arcaica. Scosse da trasformare in un innesto da emulazione, così da trascendere il concetto analogico per via digitale.
È solo un momento quello che ci divide dalla riuscita. O dalla catastrofe.
Sembra di stare a bordo di un veicolo impazzito che schizza a velocità folle verso le barriere. Ingovernabile. Lo schianto che si preannunciava sembra, a volte, impossibile da evitare. L'incapsulamento si svolge imprevedibile.

Osservo la cavia muoversi altrove. La chiamata è da un'altra parte e la sta fissando con occhi di pitone, cercando di ammaliarla.
Stazione. Gente, folla. Ripetuta all'infinito. Incavo ripetuto senza soluzione di continuità. Ad osservare dall'alto si vede quanto è buio, quanto la stazione e la gente siano grani pixel del buio. Non sono loro che scrivono le parole. Non sono loro che salveranno chi da cosa. L'oscurità è forte, strappa via le arterie dal cuore con violenza improvvisa, riverbera la notte di rosso infrarosso, io lo vedo. Io schianto attraverso il vetro, e posso vedermi dall'altra parte.

La lezione si aggiorna a domani.
Tutto riprende dal primo movimento e così la storia sembra continuare a ripetersi. All'infinito.
All'inverosimile.

Devo soltanto staccare il plug e dormire, scacciando gli incubi connettivi. Domani un'altra lezione di connessione e di primordialità brutale, con cui continuare a fare i conti.