RUDERI, LASSÙ |
Ogni zolla di terra è calda. Cammino tra gli elementi della natura come se fossi alla ricerca di qualcosa. Il buio è un brivido che risuona da un posto lontano, ma in avvicinamento. Il buio è dietro le colline pronte ad accogliere il sole che sta per adagiarvisi. Dove vi annegherà.
Io cammino. Solitario. Annuso l'aria, sento la densità dei brividi sulla pelle, lungo la schiena. Parlo con me stesso, credo di aver perso l'uso istantaneo della parola, probabilmente avrò un lag nel momento in cui dovrò relazionarmi verbalmente con qualcuno - un ritardo di pochi istanti, necessari al linguaggio per aprirsi di nuovo una strada verso la comprensione.
Dal mio cranio una pletora di cavi che ondeggiano, non connessi. Da ogni albero, filo d'erba, coltivazione, angstrom del terreno fuoriescono microconnessioni in fibra bioottica, pronte ad interfacciarsi. Il mio protocollo è il più versatile. Con una rapida scansione all'infrarosso comprendo istantaneamente quale di quelle unità da interfaccia è meglio non usare.
Mondo postconnettivo.
Notte incipiente. Sempre di più.
Un suono sordo di coro inverso, sbagliato, sale dalle colline. Sono convinto di riuscire ad udirlo solo io, nessun altro potrebbe accorgersene, nemmeno se lo volesse. Accanto al suono, la notte urla la propria selvaggia forza.
Tremo. Dentro. Nell'intimo della mia anima.
Non ricordo perché sono qui. In fondo, non è importante. Sono aggredito marginalmente, ancora, da qualcosa di crudo, nemmeno mortale ma predatore, terribile, superiore al punto da considerarmi come un insetto fastidioso.
Lo sguardo mi va su un albero.
La connessione proprietaria di quell'ecosistema bioconnettivo cade in un modo invitante verso il basso, assume una piega morbida che sembra nascondere lievemente un messaggio di sensuale vita interiore.
Ne subisco il fascino. È irresistibile. Mi connetto.
Boato.
E l'esplosione.
Mentre il primo buio troneggia dalle cime delle colline qui dietro. Invade. Vibra. Fa paura. Ed io non posso far altro che tremare, come un bambino lasciato solo in una stanza a luci spente.
Messaggi in successione. Crudeli.
Ho toccato qualcosa che non dovevo. Qualcosa che mi chiamava deridendomi, in modo amabile e orrendamente serio. Io ho accettato, non potevo far altro.
Io ho accettato. Senza capire esattamente la portata del mio atto, come se fossi in trance, guidato. Instradato da una forza potente. Risoluta.
Le ondate sono rapide, in successione. Calde.
Mi parlano visivamente di istanti storici, che acquisisco tramite battiti di palpebre in overload. Il calore che emanano quelle visioni è tangibile, ma è incontrovertibilmente gelido, agghiacciante perché hanno qualcosa insito, a mo' di messaggio subliminale, che mi informa delle condizioni di uscita dal buco in cui mi sono cacciato: nessuna.
Non ho scampo, mi dicono. Usano immagini di ruderi. Di un rudere.
Cadente.
Fatiscente.
Il rudere campeggia davanti a me, su un'altra collina.
È terribile, infame. Storto nel suo errore. È angosciante con le pieghe dei suoi muri, e si riflette nelle curve del terreno che sorregge l'albero cui mi sono connesso. Le fronde della pianta pesano davvero troppo per l'esile fusto. Annerito. Amaro del malvagio che è dentro.
Dalla connessione mi vedo portato irreversibilmente verso quel rudere. Non voglio entrarci. Per nessun motivo. Ora ho davvero paura. Lo urlo.
ORA HO DAVVERO PAURA.
PAURA.
E lo urlo. All'infinito.
Per minuti interi. A squarciagola. Dentro la connessione, nel canale bioottico in cui viaggiano i dati.
Per ore, forse.
Giorni.
Non smetterò più di urlare. Sovrapponendomi anche alla vibrazione orrida della notte. Che mi sovrasta.
Urlerò per anni. Credo per sempre.
Dentro questo rudere. Chiuso su me.
Nel buio pesto della connessione perenne. A questo albero. Connesso a questo rudere. Demoni e forze suicide in network. Malvagia perfidia.