IL MALE DA ME


Tutto il nero esce da me, come se fosse una sorgente inesauribile. Mi sento asciutto, devastante nella perfidia che trasuda dalla mia pelle. Sono affilato nell'interpretazione dell'empia sintesi. Loro mi guardano come se fossi il Male in persona. Mi osservano ed io mi sento imperioso nell'essenza furiosa, come se volessi distruggere con grinta e senso del crudele coloro che non sopporto.
Corro come un folle per le strade, guidato solo dal mio istinto furente e dai binari a basso attrito pneumatico. Sono sicuro che non posso schiantarmi, ho dalla mia la cieca e lucida rabbia; affronto gli individui con un piglio spavaldo, sicuro che nulla potrà accadermi. Che nulla potrà scalfirmi: l'involucro carnale che mi rappresenta custodisce bene la mia anima nera.
Bevo.
Alimento la mia forsennata follia cristallina.
Un tormento di forza nervosa satura riempie i dispositivi ad empatia matematica, di cui mi doto ogni volta che i valori psichici tendono ad uscire dalla norma. Mi osservo, mi piaccio, sono filiforme nella prestanza mentale, che posso offrire come se avessi lotti d'attracchi a reti neurali.
Nero profondo.
Un pozzo, che mi colma.

- Non vuoi parlare?
- Non ne sento il bisogno.
- Pensi sia necessario resettare i tuoi apparati?
- In realtà posso considerarmi davvero me stesso. Ora.
- Lo hai già detto prima, è nei tuoi log…
- Se ne parlo è perché non posso farne a meno. Non contrariarmi.
- Nessuna intenzione di contrariarti.
- Nessuna voglia di starti a sentire.
- Vuoi chiudere questo canale comunicativo?
- Voglio soltanto soffermarmi ad ascoltare il nulla.
- Raccontami…
- No!
- Cosa devi fare, ora?
- Correre. Non perdere tempo. Devo realizzare.
- Cosa?
- Non ti riguarda. Ma devo muovermi.
- Verso dove?
- Non ti riguarda.

L'ambiente descrittivo è un etereo stanzone dove posso metterci ciò che voglio. Vedo un'ombra di flebile, percettibile paura nei tuoi occhi. Quel lampo ti ha percorso come una scintilla d'alto potenziale. Distogli lo sguardo da me perché non ho detto più nulla.
Io non parlo. Non più.
Sono giunto alla perfetta sintesi di ciò che voglio farti performare: guardami negli occhi così da leggere il tuo senso di sudditanza. Il tuo fremito del timore.
Ho la perfetta possibilità di rendermi dispotico sull'essere inerme che ti contraddistingue. Vivi alla periferia della mia personalità e ciò mi galvanizza. So che non potrai più sfuggirmi. Né potrai più assaporare spensierati momenti esistenziali.
Alzo la voce. Urlo.
Alzo la voce. Ti urlo di piantarla perché sei ridicolo.
- Piantala sei ridicolo.
E ancora, ti dico di piantarla perché sei ridicolo.
- Piantala sei ridicolo.
Rincorro il mio eco negli angoli di questa stanza e m'imbevo del senso di profondo nero che ispiro. Dovrai aver paura di me, quel tipo di sgomento sottile. Ti schiaccerò.
Ti acciaccherò come uno scarafaggio. Il rumore delle tue zampette spezzate come fuscelli alimenterà in gran segreto la mia rabbia furente.

Non c'è nulla di positivo in me. Né sento di doverti raccontare altro. Sono superiore a te; dal profondo del pozzo nero dove sono guido la mia esistenza come se fossi un istruttore di perfidia.
Ti rimane soltanto la possibilità di convertirti. A me.