LA FUGA


I


Stanco. Questa sera sono stanco. Quel diavolo di capo mi ha stressato tutto il giorno con tutte quelle richieste, tutte quelle lamentele... Ma poi perché se la prenderà con me! E poi le scadenze: "ricordati delle scadenze" - dice. E sì, tanto chi deve scoppiare sono io, lui sta sopra di me e se ne frega se devo fare le undici di sera, se devo uscire dall'ufficio con il mal di testa... Poi, però, la mattina devo essere sempre presente e puntuale... Fottiti! Il lavoro l'ho finito, il risultato è ottimo e per il momento non c'è nient'altro in vista. Basta, non devo più pensare a questo stramaledetto lavoro: è sera e mi voglio rilassare e divertire. Certo che fa un freddo cane! Sarà il caso di riprogrammare la gestione elettronica della casa perché l'accensione della caldaia è troppo ritardata: devo considerare che ormai è dicembre inoltrato. Toh, guarda un po': nonostante sia notte si riesce a vedere ugualmente la neve sulle montagne! Quella bottiglia di vino però era ottima, devo dire che ho fatto un buon pasto. Peccato però che debba sempre mangiare da solo e ubriacarmi per non sentire il freddo della solitudine. Quanto mi sento solo! E inutile, anche! Dovrò passare l'ennesima sera tappato in casa e senza compagnia, senza nessuna conoscenza in questa città deprimente, senza nessuno che mi telefoni o che abbia un pensiero almeno di cortesia, fosse anche un collega di ufficio. Che cosa potrei fare? Collegarmi al satellite? No, sono arcistufo di passare le serate a cercare qualcosa di decente per le stazioni televisive di mezzo mondo; e poi, spesso, neanche riesco a capire cosa dicono. Oddio la mia testa, quanto gira. Quel vino sarà anche buono ma è sicuramente forte... Perché continua a suonare quel PC!? Tutte le sere la stessa storia, tutte le sere alla stessa ora la pubblicità sulla rete ECOPC dei nuovi prodotti realware! Ma sì, fammi vedere cosa hanno tanto da reclamizzare. I soliti videogiochi, poi i soliti nuovi programmi universali, che universali non sono, messaggi, strategie aziendali, articoli giornalistici, teatro reale, spettacoli del figlioccio di Max Headroom e... Che cos'è questa dicitura: "teatro reale"?! Non riesco neanche a puntare bene il dito elettronico, sto facendo fatica a centrare la casella giusta sul video. Devo far assolutamente riparare questo componente altrimenti dovrò riconnettere il vecchio mouse. Ok, teatro reale. Un invito? Mi devo mettere gli occhiali perché è scritto troppo piccolo. "Indossa la maschera Q e connettila". La maschera Q? Devo averla acquistata poco tempo fa, me lo ricordo. Eccola qui. Devo solo infilarla nella boccola REal, così, e poi indossarla. Ecco, ora ho acceso l'interruttore e devo dare il login all'ECOPC. Cos'è, sembra un palcoscenico di teatro! E già, giusto, teatro reale... Ecco, vedo che sta venendo avanti un personaggio: sarà l'attore principale, sono curioso di sapere cosa reciterà.


II


Il personaggio aveva un volto anonimo, tetro. Indossava un lungo poncho nero con cui si copriva parzialmente il viso e che lasciava trasparire carisma, palpabile anche attraverso la maschera virtuale progettata per le caratteristiche tecniche del network ECOPC. Ad un lieve movimento della sua testa, illuminata dall'unica luce che faceva risaltare il totale buio della scena, l'ambiente virtuale fu invaso da una musica dissonante, dura e cupa allo stesso tempo. Veniva visualizzato su uno sfondo, allo stesso modo di un oscilloscopio, un disegno tridimensionale costituito da guglie vettoriali: sembravano tante stalagmiti aventi le caratteristiche del cristallo del quarzo ma opalescenti e particolarmente nere. Tuttavia si aveva la sensazione che, se vi si fosse camminato sopra, le punte si sarebbero alzate e abbassate a tempo di musica, tanto da renderne impossibile l'attraversamento. La polvere intanto scendeva dall'alto e turbinava, sembrava avesse un odore stantio che rimandava a tempi andati, mentre il tutto lasciava idealizzare nello spettatore uno scenario romantico, forse decadente e vecchio, come spesso si poteva trovare in certi racconti di Poe o di Stoker. Il personaggio prese a recitare con voce grave e sofferta, quale solo un vecchio sciamano indiano può avere, questi versi: << Voci, bisbiglii, sussurri, respiri e sospiri che abitano fuori, dentro di te. Dubbi che tu sia diventato insano ti governano. Dubbi che non sia io a parlare, che non sia tu ad ascoltare. L'estraneità che provi a scacciare da te stesso ti fiacca, ti rimanda a tempi andati; ricorda, ricorda mentre diradi le nebbie dei tempi, dei momenti. Voci fuori, voci dentro la tua testa. I rumori ti accompagnano e ti disturbano, ti distruggono la tranquillità, ti aprono con i chiavistelli. Senti, senti i loro rumori e il cigolio dei portoni - assorbilo. Sei corroso dalla fatica, dalla fatica di pensare, di ricordare. Le tue idee sono stanche ma libere e stai volando sul tuo corpo, ora lo vedi. L'abrasione delle tue emozioni è dolore quando guardi la luce puntata sul mio volto, sui miei occhi e così ti muovi a spirale lontano da me, impercettibilmente più lontano da me. Non aver paura! Nulla ormai può farti più paura di te stesso, nulla può ucciderti più di quanto abbia fatto tu in tutta la tua vita: il teatro che hai interpretato è un misero spettacolo di provincia e tu, tu sei stato il grande attore, il più giusto e bravo di tutti. Lascia il dolore fuggire da te come sta fuggendo dagli altri, tutti pupari della vita altrui, tutti pupari di se stessi e se stessi nullità negli altri teatri, te stesso nullità negli altri teatri. Alzati e ascolta, alzati da questa polvere e ascolta ancora questi rumori. I tuoi modi sono assorbiti e apparentemente scompaiono nel fiume sotterraneo e riappariranno con te giù, nella valle. La coperta che ti stendo ora sopra ti scalda dal freddo che senti: è il freddo del tempo, oltre ogni banalità della frase è il freddo del tempo e di chi è rimasto impigliato in esso, è il freddo di chi ha camminato a lungo con le sue gambe ma non abbastanza, è il freddo del male che si muove, sì, si muove con ampie aperture delle braccia che agitano la polvere degli anni, così come ora io sto facendo, agitando il freddo che arriva a te, a te, a te! Tu non lo senti più, non senti più il tuo corpo e sei nelle mie braccia. Queste figure si agitano intorno a me, queste lugubri figure intorno a me ti vogliono con le loro bocche, spalancate. Osserva i miei occhi, osserva il buio intorno, osserva la solitudine. Apprezza la tua sensazione di leggerezza e di partenza: stai fuggendo da ciò che non ti appartiene più, da ciò che non ti sostiene più e in compagnia di questo suono, di queste immagini. Tu l'interprete, tu l'ideatore, tu la vittima! >>. Il volto del narratore si allontanava pian piano e lasciava intravedere, sotto il poncho, una maschera di pelle che copriva il mento, tale da lasciare scoperta soltanto la parte superiore del viso e la bocca: quest'ultima sembrava una voragine apertasi in un terreno uniforme e vasto, un pozzo che mostrava velatamente le viscere del sottosuolo cupo e misterioso. Alla fine scomparve qualsiasi figura, le luci e la voce. Rimasero sempre più indistinguibili e inesplicabili i rumori evocatori di strane essenze e di paure mai sopite: essi ricordavano il lutto altrui, la dissoluzione propria in balia di esseri, neri e mortali.


III


E adesso il mio capo mi sta cercando al telefono, si preoccuperà che non rispondo ma non è che non voglio, non posso! Non riesco a togliermi la maschera, non riesco a muovermi, non riesco a parlare né a trasmettere un messaggio di aiuto con l'ECOPC; riesco solo a pensare, a vedere me sdraiato sulla poltrona, immobile. Stanno bussando alla porta ed è già giorno. Non ho più avuto amici che mi cercassero, che mi aiutassero; chi potrà mai essere? Già, i vicini! Non è che il teatro reale non sia ancora finito anzi è il contrario, ne sono sicuro. E' rimasto qualcosa che va oltre i rumori, i bisbiglii e i sospiri, ed è qualcosa che è fuori e dentro me allo stesso tempo, qualcosa che mi rapisce e mi stordisce e mi porta lontano. Le analogie con gli infermieri che coprono il mio corpo si fermano qui, ora ricordo tutto in questa polvere e so che sto andando via su qualcosa di terribilmente bello e impalpabile, fuori di qui.