IL DISEGNATORE |
Piangeva nel sonno e si rotolava intorno le lenzuola, vortici di polvere sospesi nell'aria.
L'attimo di calma di immagini subissò il suo sonno: era sveglio, ritto.
Litanie lontane si perdevano nel cielo blu notte di Mosca proiettato sul suo soffitto, basso, ed erano dinamicamente percepite, codificate, allocate per cluster nella sua memoria, tante in tante reti Net-Art.
Subiva influenze o generava codici suoi? Sconvolto, sudato, non osò aprire finestre e nemmeno scendere dal letto, regolato da algoritmi esadecimali. Prese il mouse settato ad iper-frequenze, così da non essere preso da log-on esterni e disegnò figure atipiche sul fondo del video, asincrone bianche e nere.
Figure notturne in luce indistinta, frasi confuse quasi come codice macchina in archetipi locali - neanche fossero Net con vecchie PTF - e un indistinto, vago senso di paura. Questo era ciò che ricordava e vedeva raffigurato vivamente lì, sovrapposto a tutte le finestre e all'odore corrosivo, acido di semiconduttori.
Tenne la fantasia libera dai ricordi.
Disegnò in perfetto stile onirico, sporco di programmazione - logica descrittiva ad albero paranoico avrebbe relazionato lo psichiatra - ma quel senso di fastidio così profondo non lo lasciava, forse perché non si era ancora anestetizzato? Forse perché sproporzionati cavi coassiali non correvano sotto la sua nicchia, provenienti dal nulla verso il nulla?
Tante, troppe sciocchezze, pensò, stesse mettendo in comunicazione. Lasciò inespresso il disegno e lasciò nuovamente il sonno venire a lui, attraverso l'etere indirizzato tridimensionalmente in bit.
Senso di solitudine.
Sensi di quieta acquiescenza a qualcosa che lo prendeva e lo portava verso torri alte di cristallo, luccicanti come schermi di protezione nuovi, scuri.
Voci che gli dicevano "Servo tuo, matrona" lo istupidivano come virus di Ia generazione, lo gettavano da altezze strane, monodimensionali a 16 colori alternati, facendolo non arrivare mai ad altezza Low-Value. Era sospeso lì, in una parte non definita e subiva forti influssi non comprensibili, destrutturati, che lo trascinavano da fermo in cadenti case chiuse e demotivate, prive di impulsi.
Il senso parve apparirgli improvvisamente, per poi sparire in una nube dissolta di aghi di emozioni sintetiche, liquide, pronte ad essere iniettate. E l'ago penetrò a fondo nella sua pelle spingendo dentro tutto quel liquido così scuro.
Era terminato in preda all'orrore più puro, era in preda ad angosce primordiali di indiani e sciamani, di cattivi compagni mentali.
Nel torpore indistinto sentì la presenza di qualcosa di enormemente buio, malvagio che lo assillava e comandava in modo non definito. Gli stava ordinando ipertesti infiniti esplosi di log e parametri sempre nuovi, sempre diversi: storie del tempo antico gli sembravano essere, nozioni di nazioni psichedeliche che vorticavano pazze di casualità fino a sfiorarlo sempre più vicino, sempre più violente anche se discrete.
Infine lo travolsero.
Precipitò in allucinanti tunnel verticali senza sentirsi leggero: era pesante come mai gli era capitato, come mai si sarebbe aspettato.
Un'aurea di sensi di obliquità, definibili come visioni esterne in aree nascoste da stati mentali, deviati, lo avvolse.
Morì lentamente tra atroci dolori, in assenza di definizioni di path logici, pensò.
I particolari gli sfuggirono per ultimi così poté non nascondersi l'ultimo spavento: violente sbuffate di fumo drogato gallio si alzavano dalle fabbriche multinazionali e avvolgevano megabyte di atmosfera, trasferendo informazioni in emulazione cerebrale, raccontando oscurantismi estremi in decadenze e incubi esoterici.