IL DESERTO CHE VIVE


Un'onda di sole a perdita, di occhio,
le rifrazioni si frantumano sulle visioni di sabbia,
lontane uguali, potenti calorose.

Il deserto dei movimenti si muove a suo modo,
intorno a noi,
il deserto è polvere di tempo e cose andate e abbaglia con il
presente, ci tempra di luce...




Caldo. Insopportabile. Una luce così potente non l'aveva mai vista, era qualcosa che sembrava violentarlo in tutte le sue parti, non c'era più nulla che pensava poter nascondere all'evidenza. Gli vennero in mente quelle parole, lette chissà dove, che recitavano così: " Il calore ci ha accolto tra le sue braccia, ci mostra la via ma non sappiamo per dove... ". Egli era un ricercatore scientifico, un italoamericano che aveva fatto rapida carriera - per esclusivi meriti professionali - nell'organismo scientifico finanziato, segretamente, dal Congresso degli U.S.A. Il suo nome in questa missione era John, mentre in quella precedente era Simon. Ricordava ancora lo pseudonimo che gli era stato affibbiato in occasione della sua prima escursione, anche quella con obiettivo militare: Mick Giovannetti. Quanti ricordi da allora, quante peripezie aveva affrontato, ma questa gli risultava la più pazza, la più imprevedibile, la più massacrante. Gli era stato ordinato, in breve, di preparare precipitosamente i suoi vestiti e i suoi macchinari e di andarsene, da solo, nel deserto dell'Egitto a far rilevamenti. Così aveva fatto e così, da tre giorni ormai, vagava per le dune completamente solo. Quel calore lo stava consumando, lo spossava più del camminare, gli faceva avere dei miraggi fin dal primo giorno: erano, tuttavia, illusioni assai strane quelle che aveva subìto. Cominciavano con l'offuscamento della vista insieme a un lieve oblio di tutti gli altri sensi. Seguiva poi un intorpidimento della testa, mentre essa sembrava diventare sempre più pesante, mentre i piedi parevano trasmettergli un senso di moto proveniente da parecchi metri più sotto a dispetto, John lo notava subito, dell'apparente immobilità della sabbia che stava calpestando. Lontano, poi, vedeva formarsi una caligine strana, oleosa e polverosa allo stesso tempo, che gli veniva spontaneo collegare, chissà perché, a un'idea di passato che aveva in testa fin da bambino. Questo stordimento durava pochi secondi, poi gli riusciva facile riprendere il controllo di se stesso. Continuava così a camminare, a far rilevamenti finché il sole non calava dietro l'orizzonte; preparava, allora, il vettovagliamento e il sacco a pelo, che utilizzava subito dopo una buona cena. Gli capitava, quel terzo giorno, di sentirsi stordito più del solito da quell'onda di luce e calore, e di subire più volte degli abbassamenti di pressione che lo facevano barcollare: gli sembrava di essere un poveretto in preda ai deliri di qualche droga potente, con la quale poteva mantenere un certo distacco dalla realtà sentendosi intorpidito, rapito da qualcosa di indefinibile, mistico.

Il suo misticismo consisteva in visioni che gli raccontavano di carovane scomparse e di dialetti non più usati, sospesi nell'aria, qualcosa di detto secoli addietro da gente che non gli riusciva di idealizzare, di immaginare. Era diventato, John, una macchina del sogno, improvvisamente. Il suo era a tratti un delirio. In certi istanti gli riusciva quasi di provare delle sensazioni di uscita dal corpo, un intorpidimento che gli faceva conoscere in modo esatto tutto il contorno del suo organismo. Premeva, premeva fortemente contro quelle pareti, e la sensazione di pesantezza dei suoi arti, della sua testa aumentava costantemente il senso di stordimento. Ed era proprio in quegli istanti che un velo sottile si sovrapponeva a tutte le sue emozioni: velo molto sottile, di una impressione che John ricollegava appunto al misticismo e alle percezioni distorte, sognanti, a volte paranoiche, che alcune droghe sanno donare. Ne scaturivano sensazioni di buio, inspiegabilmente buio, anche se gli era chiaro che intorno il sole splendeva in modo potente. Apparivano così immagini fuggenti di sagome di cavalli in corsa, immersi nello scuro e appena visibili, che si affacciavano all'orizzonte, mentre aleggiava intorno a loro un discorso lieve, pronunciato da forze sconosciute, arcaiche, invisibili, che acuivano quel senso di stordimento, paradossalmente più vicino a certe impressioni che John, lo sapeva istintivamente, riconosceva essere vere per il loro colore, per le loro vibrazioni, per il loro porsi come verità lontane dai verdetti scientifici delle apparecchiature che si portava appresso. E come un pugile che picchia, che sta chiudendo nell'angolo l'avversario a suon di colpi micidiali, così quelle strane visioni si susseguivano, una dopo l'altra, facendogli perdere progressivamente il contatto con la realtà. "Devo non farmi indagare", pensava inspiegabilmente, e parallelamente sentiva vicino a sé lo spirito dell'antico popolo egizio, le loro usanze, le loro credenze e le loro magie, i loro riti; si vedeva a capo di un gruppo di sacerdoti, mentre officiava strane messe per scopi non ben comprensibili. Adesso ricordava che quella non era in realtà la prima volta che aveva quella visione così particolare: già nel passato, in situazioni che non rammentava più, era stato colto da quei rapidi flash che svanivano rapidamente. Ora no, tutto il rito scorreva come un film, lo vedeva racchiuso in ognuna delle molteplici gocce di sudore che gli colavano dalla fronte. "Devo non farmi indagare. Devo non farmi indagare". Se lo ripeteva in modo meccanico, inspiegabile, di continuo durante quei frangenti. Capì improvvisamente che quel messaggio che si dava reiteratamente era, per assurdo, l'unico filo che lo legava alla realtà, a quel suo continuare a camminare tra le dune di quella sabbia finissima, rovente, che faceva da contraltare a quel senso di sospeso nell'onirico e di torpore, di oppiaceo che gli annebbiava la razionalità. E proprio grazie a quel filo che riuscì a veder emergere dalla sabbia, prima considerandolo come ennesima allucinazione, e poi, finalmente, come cosa reale, un foglio scritto a mano. Meccanicamente lo prese, capì che era scritto nella sua lingua e cominciò a leggerlo.

... Bè, ora che sai tutto, dimmi che ne pensi. Lo so! Preferisci non esporti, lasciare il giudizio a me che sono l'unico a conoscere tutta la storia... Insieme a lei ovviamente. Però, un giudizio dato da te per me significa... Significa avere una direzione verso cui muovermi: sarebbe molto importante ora che credo di aver smarrito la bussola. Tutto, tutto sembra proprio come quella volta che si rideva insieme, ricordando di quando eravamo bambini: gli scherzi fatti, quelli subiti, le situazioni comiche in cui ci siamo trovati... Anche allora stavo male, ricordi? Anche allora mi hai detto - o fatto capire, non ricordo - "segui il cuore". Lo seguii, e mi sposai felice come un bambino, perché avevo capito che quella era la via giusta per me, e per lei. Tutti i sorrisi e il colmo della gioia che traboccava dalla mia anima li passai idealmente a te, in gran segreto, perché anche tu ne potessi godere. Ma tu rammenti quella volta che vagammo ubriachi fradici per il paese, traballanti eppure lucidi, in vena di telepatia? Sì, sì, la telepatia! Come fai a non ricordare quella sera? I pensieri di uno erano i pensieri dell'altro, avevamo le stesse idee riguardo i modi di vivere, ci si creavano nella mente addirittura le stesse immagini... E, ora vedo che cominci a rammentare! Certo che fu strano, veramente strano ma intenso: doveva essere questa la bellezza, la potenza dell'adolescenza. Tutto aveva sapore di sconosciuto, ogni cosa sembrava avere un suo odore particolare, unico, irripetibile. E poi, ricordi le serate passate ad ascoltare musica, a viverla... E quelle vissute ai concerti dove ci strapazzavamo, ci spintonavamo e urlavamo a squarciagola, mentre il caldo ci faceva quasi sentir male? Che emozioni! Irripetibili. Legate ai nostri anni migliori, come lo sono le fotografie che avevamo in camera dei nostri idoli: la forza che ti davano, che sembravano trasmetterti credevamo fosse apprezzabile solo da noi. Ci sentivamo unici ed in grado di sbeffeggiare tutti per quanto sentivamo di vivere un'esperienza unica! Quanto, quanto tempo così abbiamo passato... Sembra questa quasi, se ci penso, una commemorazione di noi morti e fatta da noi stessi. In un certo senso, però, ciò è vero: quei due ragazzotti non ci sono più, svaniti nel tempo, e il gioco che sentivamo ancora come sfondo a tutti i nostri pensieri è andato, ci ha fatto diventare seri, terribilmente seri e pesanti. Vedi, vedi che ho ragione: sorridi anche tu! Vorrei poter dire "non prendetemi troppo sul serio", ma ho paura che neanche io riuscirei a farlo. E' tardi, è già tardi e devo scappare... Ho molto da fare. Prima però, mi vuoi dire o no cosa ne pensi di ciò che ti dicevo prima, o devo proprio fare ancora tutto da solo?>>

Finito che lo ebbe trasalì. Ricordò immediatamente che quello era stato uno degli ultimi colloqui che aveva avuto con un suo carissimo amico, prima che egli morisse. Ciò che lo fece impallidire fu che nessuno era a conoscenza di quella conversazione, e che, per quanto banale e priva di segreti particolari, era pur sempre un fatto sconosciuto ai loro conoscenti. Quell'ordine mentale continuava intanto a perseguitarlo: "devo non farmi indagare", si ripeteva. E le visioni ripresero sullo sfondo di quel comando, come un film scorre sullo schermo appeso alla parete. Lo stesso senso di rapimento era portatore dell'immagine di lui, John, che continuava ad officiare quello strano rito fatto - particolare nuovo - per piegare uno spirito della natura ai voleri di non si sapeva chi. Una scena violenta seguiva quella messa, e questa gli provocava sensazioni piacevolissime, poiché raffigurava se stesso mentre faceva l'amore con la donna che più aveva amato in vita sua. Quell'atto, che ricordava e che svolazzava impalpabilmente davanti ai suoi occhi, rappresentava il ricordo di una notte in cui tutti e due avevano fumato un'enormità di spinelli, facendo l'amore, passando il tempo in uno stato ipnotico piacevolmente mistico, con la comunicazione tra loro affidata soltanto ai pensieri: era senza dubbio - John lo afferrava in modo scostante - una similitudine a ciò che gli sembrava di percepire ora. "Devo non farmi indagare. Devo non farmi indagare. Devo non farmi indagare!" Una goccia di sudore gli colò dentro un occhio, così il bruciore, la lacrimazione, lo riportò alla realtà, giusto in tempo per fargli notare che lo zaino, che aveva appoggiato momentaneamente e che conteneva tutti gli strumenti e anche il suo PC portatile, stava scomparendo sotto un cono vorticoso di sabbia. In verità quel cono era assai strano, poiché non ne stava scaturendo una montagnola anche se le apparenze erano quelle: era come se la cuspide di quella dannatissima polvere, appena formatasi, scomparisse nel sottosuolo, portandosi appresso man mano anche lo zaino. Era qualcosa, quella scena, di cui non aveva mai sentito neanche parlare: la spirale di sabbia era circoscritta intorno allo zaino così, in men che non si dica, esso era scomparso non si sapeva dove. John era esterrefatto anche perché, contemporaneamente come in un delirio, gli sembrava netto ed evidente un tramestio sotto i suoi piedi di esseri sconosciuti, che parevano dare una rivelazione alle sensazioni che aveva percepito sotto le dune nei giorni addietro. Non sapeva più dove fosse il confine del comprensibile, tutto sembrava oscillare tra le tinte incerte del sogno e quelle fosche, cupe dell'incubo, mentre era in cammino sotto un sole opprimente, immerso in un calore che toglieva il respiro. "Devo non farmi indagare. Devo non farmi indagare." Il rito magico riprese improvvisamente nella sua immaginazione, sempre sospesa nell'irreale, nel mistico sapore di oppio. Ricordò che il sottomettere quello spirito naturale significava avere potere, potere anche nei secoli a venire, nelle vite future. Lo spirito da sottomettere era quello del deserto, che sarebbe stato, così, condannato a vagare sotto la sabbia, impossibilitato a vivere libero, impossibilitato a fare le sue esperienze, i suoi errori, impossibilitato a crescere per la perfezione. Ricordò anche che era stato lui, John, in quell'esistenza precedente, a compiere quel rito, proprio come le immagini gli stavano suggerendo. Capì che quel senso di torpore mistico e drogato che provava era lo stesso passare del tempo: tanti secoli sommati, addossati uno sull'altro, potevano solo dare quella strana emozione fuggevole, lieve. Capì che doveva nascondere i suoi pensieri, il più possibile nel suo più profondo perché se lo spirito, lo spirito del deserto rinchiuso lì sotto lo avesse scoperto, si sarebbe vendicato, assorbendogli tutta la sua anima, la sua conoscenza. Senza dubbio lo avrebbe annientato. "Devo non farmi indagare. Devo non farmi indagare..."

Un moto di sorpresa, di muto terrore, di fredda consapevolezza prese John, mentre, svegliandosi da quella sonnacchiosa droga dei secoli, vide una colonna di polvere, di sabbia turbinosa oscurare il cielo e puntare verso di lui. In breve una spirale di quel micidiale elemento prese a vorticargli intorno e, spalancando gli occhi per l'orrore puro che lo stava sopraffacendo, si vide sommergere e sprofondare lentamente proprio come il suo zaino. Il Deserto non aveva fatto errori. Pian piano aveva appurato che John era l'involucro dello spirito che cercava. Il sole continuava a sovrailluminare uno scenario sempre uguale, senza vento. Si perdevano all'orizzonte distese immense di sabbia placide, apparentemente uguali ai giorni precedenti e arroventate dal calore, capaci di liquefare un uomo vivo.



...Tanti ricordi,
draghi e scintille si rincorrono lasciando
scie, vistose,
tanti ricordi si materializzano durante la notte dei pensieri,
nei rumori di deserto,
dentro le vibrazioni di deserto.