IL VIAGGIO NEL VIAGGIO |
I |
Il rumore proveniva dall'esterno. Lo sferragliare ad alta velocità del treno era fortemente attutito nell'interno delle cabine dai finestrini ermetici. Il comfort dei passeggeri era assicurato. Ciò era particolarmente gradito - com'è evidente - nelle ore notturne, essendo quello un tipo di carrozze usate per lunghi viaggi di durata superiore alle sei ore. Come questo, in cui si trovava Phil. Egli era salito su quel convoglio per necessità lavorative la sera, per trovarsi, così, a destinazione l'indomani mattina. Contava di passare la notte in un modo non troppo affaticante poiché, pur se di solito prenotava una cuccetta, questa normalmente non riusciva a rilassarlo. Il suo lavoro lo considerava ormai di routine: riparava video, giochi virtuali sparsi per tutta la nazione, di cui era praticamente l'unico grande esperto della loro complessa architettura hardware. Era, inoltre, un ottimo, anche se non eccelso scrittore di codice virtuale, un particolare tipo questo di linguaggio applicativo necessario a far funzionare nel modo voluto quelle macchine meravigliose. Era stanco Phil di questo tran-tran. Non era più troppo giovane ed era ormai da parecchi anni che si trovava a girare per tutto il Paese per aggiustare, settare, modificare le caratteristiche di ogni macchina virtuale. Così anche quella notte non riuscì a dormire. Scese dalla brandina e vestendosi rapidamente - mentre ogni tanto osservava il paesaggio notturno che correva fuori dal finestrino - uscì nel corridoio, con l'intento di scambiare qualche parola con occasionali compagni di viaggio. Dopo aver sigillato la porta del suo scomparto si incamminò verso la locomotiva. Si ricordò, allora, di non aver avuto l'impressione che quel treno fosse affollato già dalla partenza; non pensava, però, di trovarlo totalmente vuoto. Tuttavia era certo che qualche altro passeggero doveva esserci, non era possibile - pensava - che quel treno viaggiasse solo per lui. Ma non trovò nessuno. Ritornò indietro verso la sua cabina alquanto deluso e deciso a percorrere anche il tratto che mancava a raggiungere la coda di tutto il convoglio. Ma pure da quella parte non trovò anima viva: sembravano rimasti a terra anche i controllori e il personale di viaggio al completo. L'immagine di tutte le cabine e degli scompartimenti vuoti, aperti, coprì con un'ombra di inquietudine il morale di Phil, ora sveglio più che mai. Si rintanò nuovamente nello spazio che aveva prenotato, si rispogliò e si adagiò sul lettino. Che strana sensazione, pensò. Quel treno gli appariva inverosimile, assurdo, dava l'idea di essere una sorta di proiettile lanciato a folle velocità nella notte con lui, Phil, passeggero alquanto interdetto. Doveva far passare quella notte! Non gli riusciva di pensare a niente ed effettivamente aveva ben poco su cui rimuginare. Non aveva famiglia, non aveva affetti particolari, i ricordi dei suoi anni passati preferiva dimenticarli per quanto erano fastidiosi, dolorosi a volte. Aveva, infatti, passato alcuni periodi della sua adolescenza in compagnia di pensieri distruttivi, di stati mentali alterati, in preda soprattutto alla misantropia, allora particolarmente acuta. Poi, in qualche maniera era riuscito a migliorarsi, ma quel modo di essere gli era rimasto dentro come un marchio a fuoco, come un qualcosa in perenne scorrimento nelle sue vene. Soprassedé a questi ricordi. Si spostò verso i suoi bagagli e ne aprì uno: era una valigetta dentro cui c'era un piccolo PC portatile, l'ultimo gioiello della ennesima generazione di Hands-PC. Tirò fuori tutti i cavetti, lo accese e si connesse ad esso tramite una piccola boccola che Phil aveva sotto al collo: questa era la parte esterna di un micro-chip che gli era stato inserito fin da giovane, per inquadrare meglio il suo comportamento ritenuto bizzarro e inconcludente. Selezionò sul PC portatile i settaggi necessari per impostare un programma virtuale che gli era testé venuto in mente. Il suo sguardo era serio e un'ombra di tristezza si fissava su di esso: sembrava, quella venatura di dispiacere, avere il centro vitale proprio tra i suoi occhi. Phil era sempre così. Il programma adesso era pronto, bastava dare l'input necessario alla partenza dell'emulazione - e al relativo stimolo visivo virtuale - che rappresentava quello stesso viaggio, fatto sulla stessa linea e con lo stesso treno, ambientato con le medesime condizioni di trasporto.
II |
Non poté fare a meno di notare la precisione di dettagli che quel PC offriva. Ogni tanto si sconnetteva il cavetto dalla base del collo e notò che dalla sovrapposizione delle due immagini - quella vera e quella virtuale - non riusciva a rilevare nessuna differenza apprezzabile. Passò molto tempo così, quasi divertendosi. I suoi pensieri correvano ora di fianco al treno reale, anzi lui stesso si immaginava al fianco di esso. Apprezzava lo schiaffo che l'aria gli regalava sul viso, respirava a pieni polmoni un'impressione di libertà, mentre si imbeveva nel paesaggio notturno: così misterioso sembrava, così culla di qualcosa che va al di là dell'umano. Era dispiaciuto, anzi, era indispettito dal pensiero che prima o poi l'alba sarebbe venuta a distruggere quell'incanto. Phil così, per una strana associazione, si ricordò che a volte nel passato aveva avuto modo di notare che la sua sensibilità verso la luce era estremamente fine. Gli riusciva di cogliere l'attimo in cui il primissimo fiotto di luce - impercettibile come può essere la luce di un fiammifero nel buio, distante - "sporcava" la notte. Gli piaceva paragonare questa sua sensibilità a quella dei vampiri, anzi era certo che si trattasse della medesima sensazione: immaginava ora, a quel punto della notte, quei forzati dello scuro in fuga attraverso i prati per raggiungere la propria dimora. E proprio su quei prati, che pensava di vedere fuori dal treno, si dilettava adesso a veder vivere le loro azioni: li immaginava consapevoli della condanna ad una vita senza sviluppo, fine a se stessa e tristissima. Phil abbandonò il fantasticare, abbandonò quelle astrazioni su esseri così improbabili. Il cavetto era ancora attaccato alla sua boccoletta, così vide, attraverso il PC portatile, l'approssimarsi di una galleria. Il buio totale, pensò. Il viaggio virtuale vi continuò dentro, senza più soluzione di continuità: qualcosa doveva essersi guastato nell'hardware del portatile o forse più semplicemente qualche settaggio era stato regolato male da Phil stesso. Anche il treno reale, quello vero su cui lui era, scomparve nella stessa galleria, nello stesso silenzio. Di Phil nessuno seppe più nulla.