L'INDIFFERENZA |
I |
Quella notte riprese a scrivere. Dettava intere stringhe al suo registratore di impulsi, essendo egli collegato in presa cranica. Raccontava di sé, del suo sentirsi sull'orlo di un baratro così profondo da spaventarlo, da spaventarlo per ciò che gli faceva provare dentro, dentro i ricordi delle sue emozioni, delle sue emozioni e di ciò che avrebbe desiderato, desiderato di provare sulla sua pelle. La sua pelle, la sua pelle ora capiva, capiva rivestire un ruolo troppo importante per la sua salute psichica. Provava disagio, disagio del suo istinto profondo intrappolato nell'involucro esterno: ed era quanto di più di ciò che poteva sopportare. Scrisse allora di un filo labile che univa alcuni rapidi flash, flash di idee malate che percorrevano del tutto casualmente la sua mente. Impressioni di schizzi realizzati da Leonardo da Vinci associati a melodie ipnotiche, ispiratrici di visioni fantastiche: questo, visto attraverso patine di irrealtà, nascondeva nella sua psiche Steam, sapendo in modo distaccato che essi erano, in realtà, coperture di problemi psicologici profondi... Improvvisamente, inaspettatamente, dimenticò tutte le sue immagini, perdendo il filo dei pensieri. Qualcosa era mutato nell'equilibrio elettrico della sua mente; prese a scrivere programmi con nuova logica strutturale, non più in codice ma attraverso iconografie. Più iconografie descrivevano un ramo logico di procedure applicative, più procedure applicative erano un tipo di problematica da interfacciare con l'IA, estremamente ricorrente. Seppe programmare bene. Seppe descrivere bene con le immagini le modalità di un modus vivendi. Provò a disegnare delle istruzioni che, associate, avrebbero costituito una macro; più macro potevano, forse, aiutarlo a stabilire, a quel punto, un link con le sue immagini di un attimo prima, quelle che gli avrebbero permesso di scrivere di una storia. Ciò che non era più in grado di sapere era se il suo humus emozionale rimaneva uguale oppure no, se il suo substrato di macerie psicologiche era ancora lì.
II |
Pensò che non aveva più voglia di raccontare, nemmeno a se stesso, ciò che poteva aiutarlo a disinnescare qualcosa di potenzialmente distruttivo. Delle parole affiorarono:
Un importante freno
quello che si prova a navigare
in acque insapori, inodori,
insipide perfino.
Niente ha profumo nulla ha doveri di riconoscimento,
nessuno.
La bocca diventa oggetto inutile,
la bocca appare come vecchi organi, vetusti,
come vetusto si configura il delitto,
il delitto di snobbare le ore che passano.
Pensò: suicidio.
Pensò cattivi pensieri, ancor prima.
Pensò a una profonda stanchezza, mentale.
Era consapevole che nessun bio-chip gli stava crescendo dentro.
Suppose che questa, forse, poteva essere la causa maggiore dei suoi disagi; così, nessuno che lo sorreggesse nella sua crescita così come, con dei paletti, si faceva in tempi passati con gli alberi giovani, prima che essi fossero coltivati con colture al silicio, totalmente programmate attraverso genealogie di V° livello - spinotti nelle tenere cortecce...
Pensò, infine, che la notte, come il giorno, era totalmente inutile. Raccolse del sangue, suo sangue, in un catino di materiale epossidico fino a che non raggiunse un buon livello; si sciacquò ripetutamente il viso con esso, pronunciando mentalmente promesse a cui era indifferente, che erano, in realtà, fantasmi della sua psiche, un savescreen sul suo visore mentale. Le fantasie impresse su quest'ultimo, ghirigori di lontana fattura psichedelica, presero a scorrere.