LA STANZA


I


Un evento che si sussegue ad un altro. Gli schiocchi di dita insanguinate, attutiti dal cupo liquido che si spande lentamente in schizzi, sul pavimento, sulla carta da parati autopulente. Altri schizzi li aveva già sul volto. Ricordi. Frammenti di ricordi che si cristallizzavano su piccoli display da comodino, comodi perché potevano cambiare continuamente l'immagine che si voleva perpetuare, lasciando sensazioni di spiacevole enfasi, di febbricitante fastidio sui denti, sulla bocca intera, facendola sembrare più gonfia di quello che in realtà era e raschiandola dall'interno fino a trasformarla in una poltiglia di carne anomala, innaturalmente gonfia. Quei piccoli display da comodino si lasciavano polarizzare, se opportunamente installati. L'installazione era poco laboriosa, ed era affidata alla fantasia di chi voleva vedere gli attimi che più riteneva importanti della propria esistenza; bisognava solamente eseguire trasferimenti di piccoli blocchi del proprio software sulle matrici fotosensibili, presenti in forma di cellule - migliaia - sul retro dei display. Era possibile, ovviamente, resettare queste cellule con altri ricordi, altri impulsi elettrici che riordinavano completamente "a zero logico" gli stati di polarizzazione. La sequenza di visualizzazione era totalmente casuale, la caratteristica dei ricordi poteva essere selezionata con switch cromatici partendo da "Select All" per giungere ad una data, ad uno stato d'animo o a qualsiasi altro particolare evento che si desiderava, passando per tutte le possibili combinazioni di query intermedie. La stanza era silenziosa, in quel momento; il lieve ronzio lasciato dalla sequenza di visualizzazione dei piccoli display - posizionati su "Select All" - era temporaneamente cessato. Le strisce di luce provenienti dall'esterno si affievolivano, annunciando il crepuscolo, lasciando riposare deboli pennelli di energia luminosa, per qualche istante, sulla carta fotosensibile da parati - ogni ora ogni colore, lo slogan per pubblicizzarla che era su tutti i collegamenti neurali - sempre più acolore, sempre più grigia.

Gli istanti si erano susseguiti, uno sull'altro; la luce era presto scomparsa lasciando il posto alle lievi ombre prodotte dai fosfori dei display da comodino. Il ronzio si era ripetuto ad intervalli regolari: sensazione di tempo uguale, aveva pensato Steam. Sensazione di continuità e di presenza all'interno di un continuum, sentiva di confermare a se stesso. Lo sguardo si posava alternativamente sui display, sull'LCD appeso al muro, spento, sul catalizzatore di attenzione - un infernale dispositivo generatore di disegni subliminali, lasciato da Steam in un angolo, sul pavimento - su una pila di CD musicali con le loro nenie scure annunciate in piccole demo non appena si apriva il loro contenitore; c'era anche anticaglia varia, anticaglia che riguardava persone che non erano più ma che un tempo, facenti parte di una cognizione di tempo ormai dimenticata - continuum troppo distante preferiva pensare Steam - vivevano come vecchie sveglie cigolanti. E poi, tic-tac ossessivi, ammennicoli ludici serviti a far divertire qualche bambino ormai troppo cresciuto: macerie, in definitiva, di qualcosa che non esiste più se non nei ricordi appannati, pieni di quella luce giallognola tipica di arcaiche foto in bianco e nero. La stanza finiva lì. L'arredamento era compreso in quelle poche cose appena visibili. I display mostrarono una nuova scena, preannunciata dal solito, lento ronzio di formazione immagine. I primi istanti furono confusi, lasciarono in Steam un diffuso sentore di indefinito. Poi, il chiarore che si effondeva dai fosfori fu netto, delineato, e lasciò un'impressione di focalità sulla carta da parati, riconducibile a fotogrammi staccati - temporalmente - uno dall'altro, tale da dare la sensazione di una sequenza disarticolata, non continua. Ciò che si andava producendo sui display da comodino era un ricordo generato, un evento mai realmente accaduto eppure verosimile, di sequenze di movimenti di Steam - fotogrammi, snapshot - campionate ogni 5 secondi, che introducevano situazioni spiacevoli, eventualità di non ritorno da atti estremi cominciati per caso. Era come un segnale codificato, uno start. Le pareti della stanza si dilatarono, la coscienza di Steam sembrò distaccarsi dallo scorrimento usuale del suo tempo. Si trovò a forzare lo sbattimento delle palpebre per mantenere un piccolo punto di contatto con il suo corpo, mentre nel tempo successivo - interrupt indefinito, il tutto, di un istante - era a rincorrere fantasie, fantasie volatili che si intrecciavano, coscientemente, con i lividi bagliori ora impressi sulla carta da parati.


II


Si era formato un nuovo quadro sui display. I contorni divenivano via via più delineati insieme alla definizione dell'immagine, materializzando ologrammi, in lieve rilievo, di un portalampada da muro. Il portalampada era di fattura antica, forse in emulazione; raffigurava fiori sbocciati, fiori con petali come coppe frastagliate, rivestite in oro - Steam decise che l'oro era solo colore, anch'esso in emulazione. La polvere del tempo vi era sopra, ricopriva come un velo pietoso le impronte di tutte le persone che avevano solo sfiorato quelle coppe, come si fa con un reliquiario di un santo troppo venerato. I sogni di tutte quelle entità del passato prendevano forme appena accennate - colori sfocati uniti a definizioni simili ad ectoplasmi - e raccontavano scene di vita e improvvisi episodi arcaici, sogni anch'essi di un passato mai vissuto. Steam osservava con un senso di possessione quelle icone mobili, si lasciava impressionare le retine fino al più profondo dei suoi neuroni. Le voci di quegli attimi di vita andati poteva sentirle generare nella sua mente - sapeva di aver fatto un collegamento di natura coassiale con il suo impianto cranio-acusticale - ed apprezzò, così, tutta l'opulenza di un tempo divenuto solo percezione di un atto già compiuto; tutti gli anni aumentavano di frazioni apprezzabili il peso di quella scena - illuminata ora dalle lampadine inserite nel portalampada - scoprendo angoli prima sconosciuti della stanza. La solitudine aveva sembianze palpabili. Il tempo assumeva, improvvisamente, uno spessore che bucava i rilievi onirici degli antichi. Tutto veniva inglobato dal tempo, riduceva in forme amorfe le vecchie entità per poi incorporale, fagocitarle; dopo pochi iati il senso di pieno della camera era di nuovo in equilibrio statico, con l'equilibrio dato solamente dal tempo in unione con la solitudine.

Steam osservava la polvere degli anni aumentare sulle coppe dei portalampada.

C'era, capì definitivamente, qualcosa di prettamente malvagio in quegli angoli semibui, c'era l'essenza di un senso di dominio che non lasciava spazio ad un'escrescenza, seppur lieve, di pietà sincera. I display stavano decidendo i ricordi. I display stavano affogando le fantasie malate di Steam. Tutta la stanza dov'era Steam prese a gracchiare visivamente - per induzione della carta da parati - la forte personalità che viveva, in quel momento, nei display, nella stanza fiocamente illuminata dai boccioli di lampade. Ciò che sembrò destare maggiormente la sua attenzione fu, invece, la trasposizione di quel senso di malefico sui suoi sensi, come un'oppressione che gli si chiudeva lentamente intorno. Poi, il pensiero di una notte da passare insonne in quell'ambiente, lo scosse. Provò un brivido, seguito dalla percezione di qualcosa che stava mutando nell'intorno più vicino. Un apprezzabile ronzio era appena iniziato, i fosfori dei display stavano mandando in dissolvimento l'immagine, o meglio, quel livido senso di oppressione senza forma, quella stanca consuetudine di manifestarsi, troppo uguale iconograficamente a se stessa col passare dei secoli. Il tempo non sopporta più se stesso: questo poteva essere il titolo di quel quadro olografico, che sarebbe rimasto per qualche istante ancora sulla pareti - caratteri neogotici - se solo Steam avesse saputo come manipolare i fattori emotivi indotti - catene logiche elementari, drag and drop per formare emozioni complesse.


III


Un senso di obliquo. Un senso di oscurità emozionale, latente, posizionato proprio immediatamente dietro le tenebre della stanza. Il quadro formatosi sui display illustrava ora il ricordo di un sogno andato, quasi dimenticato, di una villa accogliente persa in vegetazioni di abeti e felci, una veglia funebre al suo interno. Coloro che erano al suo interno sembravano non essere in preghiera, né in quieta disperazione; una mesta gaiezza serpeggiava, invece, tra loro, lasciando spazio ad un'impressione di volontà testamentaria di chi non era più, che così, con quello stato d'animo, voleva essere salutato. Steam, ricordandosi e un po' immaginandosi il seguito, vide nascoste in un angolo tre urne cinerarie, di diverse dimensioni ma esteticamente simili - quasi classiche gli apparivano - teche circondate da due colonne doriche. La manifestazione delle loro volontà. Le vide impresse nel suo subconscio, il desiderio di essere dispersi, le loro ceneri di essere disperse, al largo di Giant's Causeway, al vento pagano di quei luoghi. Dialoghi immaginari. Le pareti riflettevano le impressioni oniriche dal profondo delle loro polarizzazioni riconvertite, lasciando un senso di ubriachezza in Steam. L'idea, improvvisa, che i sogni servivano a dividere stato focali, s'impossessò rapidamente di Steam - dandogliene subito la certezza intima, inspiegabile. Rimase in attesa. Gli eventi potevano morire nei display, gli eventi potevano anche continuare senza fine, lasciando degli spazi vuoti, come una proiezione di diapositive...


IV


Quel senso di obliquo, percettibile dai display, non riusciva più a trasmettersi: era come decaduto. La lenta formazione delle immagini rifocalizzò la stanzetta con il portalampada a boccioli d'oro. La scena aveva acquisito importanza, era nettamente più in rilievo, era più "ologramma attivo". Ogni dimensione tridimensionale aveva la giusta proporzione rispetto alle altre due, anche i colori erano ora della giusta tonalità. L'improvvisa implosione dei display, l'improvviso dissolvimento delle polarizzazioni dei fosfori distrussero la scena, per sempre. La fantasia autogenerata era andata, ormai, ben oltre le condizioni di orientamento atomico: era, in realtà, un nuovo stato fisico di indirizzamento, di mutamento attraverso tecniche sconosciute di criogenia, provenienti da altri iati dimensionali. Steam non seppe; Steam non poté. Steam non riuscì a far altro che raccogliere i frammenti dei display senza vita e a tenerli stretti in mano - si tagliò impercettibilmente - per tentare di assorbire tutta quella paura inespressa, tutto quello stato emotivo che stava per dissolversi dall'"olo". Rimase a guardare gli ultimi bagliori spegnersi sulla carta da parati, mentre anche la notte andava spegnendosi nei primi istanti di un nuovo giorno.