DEL VIAGGIO |
I |
Quando la sera discende,
e le tue parole insieme,
e le cortine sui dolori,
e i suoni, suoni scoscesi,
in ipnotici pensieri,
tutto allora trasmuta in un altro luogo,
e le comprensioni, allora, diventano diverse.
La sera implodeva.
Il suo essere implodeva.
I suoi pensieri, un fungo avariato cacciato giù nella gola, nello stomaco, nell'esofago, nei polmoni; nel suo cervello.
Non aveva più idea del suo viaggio, le facce che aveva visto erano milioni di tratti somatici, persi in eleganti nullità; la sua fuga nel deserto dei sentimenti, dalla polvere incandescente verso il freddo, era diligentemente in corso.
Quelle parole le teneva fisse sul suo visore accanto al tachimetro a matrice dissolta, occupando talmente poca RAM da dissolversi spontaneamente se non fosse intervenuto mentalmente. Steam straccio, Steam pezza da piedi, lanciata sull'asfalto a velocità di contatto, radente.
Ipnotizzato.
La musica lo ipnotizzava. Il silenzio si specchiava nei suoi pensieri, ora, e lo stordimento cresceva esponenzialmente. Un guado della fantasia, un attraversamento del sottile confine tra il reale e ciò che si credeva reale, e gli rimase la sensazione di sé soltanto perché capiva di pensare.
I movimenti gli apparivano inutili, solo atti che differivano dalle visioni di se stesso impegnato a guidare, per andare verso il nulla. L'irreparabile, l'imponderabile, sembrava essere successo. Risucchiò anche l'altro se stesso nell'irreale, il potere dei suoi pensieri era totale, erano ordini e si avviò verso visioni incarnate palpabili velocemente, palpabili come nuovi ologrammi sintetici e compatibili, che gli parlavano reiteratamente di niente, muovendo la bocca a soffietto dall'alto verso il basso.
La visione sembrò calmarsi, ma poi tornarono a fluire da una crepa impalpabile migliaia, milioni di volti che gli illustravano tutti i momenti della sua vita, tutti gli incontri della sua vita; sensazioni di essersi perso, emozioni di un qualcosa che gli sfuggiva dalla sua potente comprensione e dispiacere di non poter approfondire veramente nulla.
Il superficiale, la superficialità lampeggiava impazzita nel suo cervello, o ciò che credeva fosse. La compagnia dei due sé si confuse presto, tendeva a ridiventare una sola come accoppiamenti delle seriali, il corridoio stretto; capì di stare ancora guidando, presente a se stesso, ma un'altra parte di Steam era rimasta in quel periodo irreale. La sensazione di navigare su un filo ibrido di software ideale si coniugava ora con un piede in due staffe, una virtuale, improbabile, e l'altra dolorosa.
La strada era... Scorrevole. Il cielo brumoso, carico di un blu elettrico sicuramente non polarizzato, lo aspettava e lo guardava allo stesso tempo. La sua fantasia era carica come tabelle sottodimensionate in loop perpetuo; Steam era in loop perpetuo, in bilico su qualcosa che gli era sfuggito di mano guidava in modo forsennato quel mezzo in quella febbre di sé che lo portava in insensibile depressione, infida.
Non riusciva a confortarsi, a espletare in modo concreto le sue immagini mentali, neanche le parole visive che concepiva si fissavano più sui suoi .CRD. Ciò che prima, paradossalmente perché esisteva, l'aiutava a tornare in sé, ora, proprio perché scomparso, lo trascinava in bui baratri.
II |
Il senso distorto dell'autunno incipiente lo prese in contropiede, falsandogli tutti gli ormoni digitali con logiche dispari, improprie. Il suo cuore era percorso da un'energia di infatuazione, amava qualcosa o qualcuno ma le tenebre brumose ogni giorno più sovrane lo rendevano confuso, consapevole solo di desiderare la fuga in spazi concentricamente distorti, irreali di fantasia. Era di nuovo solo. Era ancora solo. Si sfrugugliò come un bambino il suo petto provocandosi svuotamenti ventricolari; l'impressione di abbandono crebbe...
III |
Il paesaggio intorno al suo viaggio era decostruito, ritornando al suo antico splendore. La pianura era tornata desolata, selvaggia. L'aria era di nuovo pura, di limpidezza cristallina.
Steam non se ne curava, almeno non così come tutto ciò che lo circondava si meritava.
I suoi pensieri si erano concentrati su un disegno concentrico, a tinte scure, e si accorse a fatica del giorno quasi esaurito; era un collegamento marcato alla polarizzazione dell'atmosfera che lo avvertiva stancamente, era soltanto la parte di sé rimasta nella parte SIDE che continuava a guidare con un basso livello di priorità, un basso livello di attenzione.
Si fermò. Erano troppe ore che non riposava i suoi sensi. Non bastò però a scacciare quel senso di sintetica disperazione solitaria.
I colori del suo tempo erano così marcati verso gradazioni di grigi mal miscelati che non si accorse di dover apprezzare la qualità dello scenario che guardava, ben oltre le stringhe di reiteratività che poteva assorbire.
Era ancora una volta in dispair.
Parlare. Parlare anche da solo, fosse pure all'altro sé; improvvisi fiotti di Must annegarono in black-out nervosi e i suoi ricordi presero il sopravvento, almeno visivo, coprendo il paesaggio agreste. Rimappò tutta quanta la sua storia, sé reale e sé perso nel buio pozzo di sintassi; qualcuno che doveva non esserci più lo illuminava con gesti plateali, gli mostrava la compagnia di cui si circondava, lo mandava a muoversi in false idee di stabilizzazione e lo feriva invece con i suoi lamenti - Steam riprese in quel momento il viaggio - con i suoi ideali. Steam era destrutturato dai suoi stessi sensi, così dispiaciuto che quel qualcuno fosse soltanto nei suoi ricordi, soltanto lì davanti alla strada a mostrargli cartelli fosforescenti di improbabili pensieri.
Ancora confusione. Ancora Step-by-Step per giungere a disostruzioni digitali della sua psiche, una psiche ormai di nuova generazione, ennesima autogenerazione dai codici da egli stesso scritti; poi il delirio. Un delirio che sapeva di ferro contorto nella sua bocca, succhiato, assorbito in fretta per non farsi scoprire, per non farsi morire di nulla.
Giunse, finalmente, dopo un tempo che non seppe valutare, in spazi abitati senza ricordare che nel frattempo era stato nell'ovunque integrale dominato - era sicuramente il termine più adatto - da fantasmi stroboscopici in movimento asincrono, shapeless, che cercavano di inserirsi selvaggiamente nella sua SCAN fisica - tre entità, quattro, cinque, n presenze dispiegavano influssi di polarità definita infida sugli sprazzi di sereno, invisibile perché ormai notte - senza riuscire veramente a comprendere dove veramente egli si trovasse.
Per Steam, uno dei due sé, nulla era accaduto: la ennesima dimensione lo aveva soltanto sfiorato.
Le case sembravano aperte in una abbraccio innaturale.