DROGHE


I


Scene di un'indisposizione mentale.

"La solitudine in una casa mentre il tempo fluisce in modo irregolare. L'imbuto degli istanti si dilata improvvisamente, si rilassa. Alcune ore dopo un senso di disperazione atrofizza la sensibilità ritmica dei momenti tranquilli, lasciando il posto ad eventi consumati in fretta, tutti quanti insieme".

Steam giaceva sul letto. La voglia di prendere pillole, di tutti i tipi, in gran quantità, avendo poi paura che facessero solo star male, non uccidere. La voglia di non risvergliarsi. La voglia di fuggire, ancora una volta, verso posti sconosciuti, ricominciando da zero, non conoscendo nessuno. Il senso di disperazione. Il senso di sentirsi nulla. Troppa follia in quei pensieri. Troppa incoscienza nei suoi gesti. Ferite, tagli sul suo corpo che con il loro fastidioso pizzicore gli ricordavano la sua... Indifferenza. Verso tutto. Verso molti, forse tutti. Nessun ricordo di qualcuno veramente importante, in quel momento, nemmeno se stesso. Gelo nella camera, in tutta la casa. La pioggia cominciava a cadere, copiosa, a volte furente. Era come se un senso di paura penetrasse nel suo corpo, nei suoi sentimenti, e lo lasciasse in balìa di qualcosa di soprannaturale, qualcosa che Steam sapeva non esistere in quel momento. Il soprannaturale era dentro di lui, il soprannaturale erano i suoi pensieri, il suo estraniarsi dalle comunicazioni. La sua paura era la paura di se stesso. Fine di una giornata. Scrisse.



Uscire, uscire di scena
e sentire, sentire il brivido
il brivido di un attimo perdersi
nella notte, la notte infinita.

Cercare, cercare la luce ma accorgersi
accorgersi del buio più nero
non più sognare
non più respirare
non più giocare.

Fino all'infinito
girare e girare
dolersi e dannarsi.
Qualcosa di triste.



Si mise sul suo letto. Si girò lentamente su un lato. Cadde in un sonno profondo: il sonno che aveva i connotati di una piccola fuga.


II


Le comunicazioni erano off. Il mondo continuava ad interagire con se stesso. Tutti tranne Steam. Discorsi ricorsivi nella sua mente, al risveglio. Volontà di chiudersi nel suo nucleo periferico di RAM scollegata, tutto impiantato nel cranio. Un piccolo circolo vizioso, claustrofobico, che gli procurava piacere paranoico. Il piacere come morfina, il piacere dato in regalo dalla paranoia stessa come contentino. La paranoia vampirizzava Steam. I suoi occhi vedevano ora in bianco e nero - troppa energia assorbita da quella RAM, non ce n'era più per altre attività - e la luce solare era un filtro sfocato, dava un aspetto agli oggetti diverso, da anni arcaici. Si alzò. Lo squallore di un'altra giornata da passare senza stimoli lo colse impreparato, lo fulminò nell'atto di vestirsi; ma ancor prima qualche avvisaglia fatta di flash dei giorni precedenti lo aveva investito, rapidamente, lasciandolo pensoso. La sua anima, in quegli istanti, era come se fosse stata rapita da lotti di energia negativa. Flashback. Lontani nel tempo. Lontani nel suo spirito. Tanti Steam ora morti che si affacciavano alla sua memoria, reclamando una porzione di attenzione, fosse solo per comunicare stati d'animo sepolti, storici. Chiuse anche questi collegamenti battendo su un tasto della sua console periferica, da comodino. Il vuoto mentale diveniva così latente, pericolosamente incombente. Seppe che anche quel giorno sarebbe stato senza stimoli. Si finì di vestire in fretta. Uscì. Entrò nella sua vettura e prese a guidare velocemente, verso paesaggi solitari - così aveva settato il proprio visore cranico, dopo aver collegato alla sua SCAN il cruscotto dell'automobile. Alberi. Alberi tutt'intorno alla strada vedeva. Alberi che pendevano verso la sede stradale, che davano un senso di oppressione. Nessun'altra vettura circolava, nessun passante, nussun animale visibile. I pensieri di Steam prendevano vita, simili ad ectoplasmi opalescenti. Li vedeva seduti accanto a lui, lo fissavano muti. Cambiò mentalmente lo scenario intorno, facendolo divenire brullo, scozzese. Il verde smorto adagiato sulle ondulazioni del terreno, aderente. Stava guidando molto velocemente. Un black-out emozionale. Improvvisamente non aveva più ricordi, emozioni, percezioni. Il buio totale era nella sua mente. Accostò in prossimità di una curva e staccò il cavetto. Scese dall'autovettura e si accorse di essere sull'orlo di un dirupo, in riva al mare. Stava iniziando a piovere, di nuovo. Il mare era minaccioso, in tempesta, le onde apparivano schiumose, di un bianco sporco non di verde ma di qualcosa simile al grigio - la sua RAM si era nel frattempo liberata, aveva ripreso a vedere a colori. Guardò quel paesaggio cupo, malinconico. Accese la prima sigaretta della giornata, provando un senso di sbandamento. Gli sembrava di percepire il ronzio satellitare delle comunicazioni in atto in quel momento, vedeva quasi passarsi tutti i bit presenti nell'aria davanti, in codifica compatibile fuzzy. Si unì mentalmente al coro digitale, emettendo mugugni medianici. Si lasciò andare. Pianse. Si liberò della sua paranoia sentendosi stanco, devitalizzato. Rimontò nel suo veicolo dirigendosi verso casa, settando come scenario la notte polare.


III


Un istante ancora di angoscia mentre rientrava nella sua casa. Prese istantaneamente delle pillole digitali - preparate per chi aveva impiantate protesi cibernetiche - che lo polarizzarono immediatamente sull'incoscienza. Si mise seduto davanti alla console. Si inserì di nuovo il cavetto dalla SCAN verso l'entrata indipendente della sua workstation. Si beò della disposizione, dell'allocazione dei dati su tutti i dischi condivisi che poteva consultare. Le ore passarono, i suoi occhi chiusi vedevano paranoie digitali.