SUICIDIO |
I |
Steam provava, in tutti i modi. Non riusciva a terminare i suoi istanti. Sentiva una forza disperata dentro, un desiderio totale di morire.
Il pensiero di tagliarsi le vene era sempre presente. Già altre volte aveva provato, conosceva il fastidioso senso di tagliente sui polsi, il bruciore sottile che lasciava per giorni. Il suo cuore batteva aritmico, sperava in una crisi terminale.
Pensò di uccidersi inalando gas dal mobile della sua cucina ed ebbe una crisi improvvisa di pianto, uno scarico nervoso, dei singhiozzi violenti, mentre la solitudine intorno cresceva spropositatamente, insopportabilmente.
Si ritrovò con una lama nella mano mentre cercava di tagliarsi l'altro polso. Affondò pesantemente quella lama, con un atto deciso, dettato dalla momentanea incoscienza. Il bruciore, il solito bruciore, gli fece capire ancora una volta che sarebbe stata una cosa dolorosa, molto.
Poi, dopo un momento di esitazione, riprovò ad affondarsi nelle vene quel gelo strano, atipico, così diverso dal freddo che immaginava potesse essere la morte. Pochi altri tagli, con la stessa decisione del primo, poi scoppiò di nuovo a singhiozzare.
Si stese su una sdraia, il colore della sera gli appariva in tonalità sobrie di grigio. Il suo corpo era attraversato da ondate di freddo, continue, che lo scuotevano; si fumò alcune sigarette, una dietro l'altra, mentre riprendeva di tanto in tanto a disperarsi.
Si alzò, si diresse verso la cucina. Pose dalla sua console tutti gli switch dell'erogazione energia a off, e si chiuse dentro. Aprì tutti i rubinetti del gas, ascoltando quel sibilo sinistro entrargli dentro alla sua mente - in quel momento tutte le sue protesi da interfaccia erano spente, aveva attive solo le sue funzioni native. Si adagiò su una sedia, appoggiato al muro ed aspettò, deciso a finire.
Dall'esterno arrivavano rumori di pioggia scrosciante, rumori di tuoni. L'odore acre del gas si cominciò a spandere, era sempre più percepibile. Steam attendeva paziente i primi sintomi dell'avvelenamento, mentre il tempo passava in modo innaturale. Non esisteva più il concetto di futuro per lui, tutte le persone che aveva conosciuto erano un fatto lontano, insignificante; tutti i sentimenti erano già morti, andati da un'altra parte.
Un ondeggiare della sua testa, in realtà immobile. Un ondeggiare a scatti, due scatti distanti tra loro novanta gradi, ripetitivi, tale da dargli l'impressione di girarsi a vedere prima a destra poi a sinistra, furono le prime avvisaglie dello stordimento. Subito dopo ebbe l'impressione che la sua anima fosse sollevata, staccata, forse, dal suo corpo, ma solo un poco. Gli sembrò di vedere, nel buio, dei batuffoli di ovatta nera che si frapponevano alla sua normale visione delle cose, tenendolo allo stesso tempo sollevato; un senso di vertigine, non potente, lo colse.
Le immagini si sostituirono ai pensieri. Immagini casuali, senza senso o significato, che andavano e venivano lentamente, mentre il sibilo e l'odore acre si acuivano. Pensò di essere un passo più vicino ai suoi propositi, sempre più vicino. Provava un senso di infatuamento per una donna, vestita di nero, quella donna che sapeva essere l'interesse di quell'istante, di quegli istanti: l'innamoramento di Steam della fine, della morte...
Il tempo passava, e nessun altro sintomo sembrava appesantirlo anzi, aveva la sensazione che scemassero. Un senso di sconforto, diverso dagli altri, lo assalì: non riusciva a morire. Aspettò, aspettò ancora altro tempo con la speranza che il veleno, alla fine, gli salisse fino al suo cervello ottenebrandolo.
Ma questo non avvenne.
Alla fine si alzò, provando stordimento, giramenti di testa. Ormai non riusciva più ad essere concentrato per quel tipo di fine, non sapeva quanto altro tempo ci sarebbe voluto, se ci sarebbe riuscito; aprì la finestra per far uscire l'aria viziata e capì, in quell'istante, che avrebbe dovuto stare molte ore in quell'ambiente prima di riuscire ad ottundere i propri sensi, a cadere in stato d'incoscienza, poiché la testa gli girava fortemente, poiché il senso di stordimento non gli era passato.
Rimaneva nei suoi pensieri in forte desiderio di morire.
Passeggiò per la casa ancora un po', fumando, tremante, una sigaretta. Pensò di coricarsi. Era sfinito psichicamente, svuotato; avrebbe voluto solamente non esistere più.
Tutto il tempo che passò nel suo letto prima di addormentarsi fu un tormento. Provava delusione, delusione acuita dal non essere riuscito a portare a termine i suoi propositi, delusione per il suo stato d'animo, vergogna, senso d'impotenza; sentiva se stesso una nullità minuscola, insignificante.
Cadde in un sonno senza sogni, amorfo, pesante.
II |
L'albeggiare lo svegliò. Un amaro risveglio.
Scese dal letto, si infilò sotto una doccia bollente; le piccole ferite sui suoi polsi gli bruciavano, si gonfiavano sotto l'effetto del calore.
Gli ritornarono alla mente tutti i suoi shock, i suoi mancati adattamenti allo stare con altre persone, le sue mancanze di affetto che si risolvevano in manie oppressive per chi voleva vicino... Tutta la sua infanzia si srotolò come un tappeto di immagini, solitarie, richiamandolo alla sua incapacità di vivere normalmente un rapporto.
La nausea si impadronì di lui e vomitò a getto sul pavimento; ci vide dentro tutta la sua voglia di morire, tutta la sua voglia di ricominciare dall'inizio, con una nuova vita, con un nuovo corpo. Pensò che tutto era solo rimandato alla prossima occasione, alla prossima crisi...
Il giorno splendeva tra le nubi mentre si vestiva, preparandosi per un appuntamento; si vide per un attimo allo specchio e provò un senso rivoltante verso se stesso. Non si diceva: "passerà". Non aveva più voglia di pensare a ciò che sarebbe avvenuto, al futuro che non lo interessava, che anzi lo indisponeva.