PARTE 1 - Nella Factory |
I |
La prima volta che n'ebbi notizia fu al colloquio per l'assunzione.
Fino allora avevo partecipato alle selezioni senza sapere quali sarebbero state le mie mansioni; test dopo test, psicologo dopo psicologo, passando per troppe persone insignificanti che mi raccontavano la struttura della gerarchia societaria, a me come ad altre persone che ogni volta diminuivano, venivo preparato impercettibilmente al mio lavoro mentre le mie reazioni venivano osservate, scrutate, valutate in modo che, a me, appariva oscuro, indecifrabile.
Poi, all'improvviso, come una valanga trattenuta innaturalmente, il sacco fu svuotato. Si abbatté su me che, come un incosciente, non riuscivo ancora a capire; sorridevo con il sorriso di un ebete, contento finalmente di aver trovato qualcuno che apprezzava le mie qualità emotive e professionali.
Quel sacco, per essere pienamente assimilato, ebbe bisogno di un periodo che ora non riesco a valutare esattamente, forse qualche giorno, o qualche mese. Fu in ogni modo un periodo slegato dal passaggio canonico del tempo, connesso esclusivamente al mio orologio interno, influenzato dai pensieri piuttosto che dagli eventi: se erano ore, potevo vivere per l'equivalente di dieci anni temporali.
*
* *
Riesco a ricordare bene il primo giorno di lavoro. Entrai nel reparto vestito con una tuta cangiante, immacolata. Lasciai alle spalle un tempo brumoso, un mattino che non voleva saperne di illuminarsi del sole, nascosto da pesanti nubi nere; l'aria era gelida mentre l'interno della factory risplendeva di una candida luce fredda, innaturale.
Il mio umore era agitato, sull'orlo dell'angoscia, pressato com'era dalla paura dell'ignoto manifestatosi nelle giornate successive all'assunzione, mentre attendevo quel fatidico primo giorno lavorativo che sarebbe venuto da lì a poco.
Quei pochi giorni che hanno, ripensandoci ora, il sapore amaro dell'attesa di una condanna a morte, passarono in un limbo d'alcool, di droghe, di trip mentali ad esclusivo mio consumo, in solitaria sospensione. Erano gli ultimi giorni di libertà - lo sentivo - gli ultimi scoppi di un'esistenza che sarebbe, inesorabilmente, cambiata nel breve volgere di ore - avevo addosso una sensazione di tempo costretto a fluire in un imbuto troppo piccolo.
Varcai la soglia della factory.
Le gelide strette di mani, impersonali, assolutamente pragmatiche e orientate ad una cinica fretta di produrre furono le prime sensazioni che provai incontrando quegli uomini. Erano persone totalmente asessuate, con la mente rivolta esclusivamente alla comprensione e alla risoluzione dei problemi della produzione. Loro, scoprii quasi subito, non avevano rapporti umani con nessuno, non conoscevano il bisogno di mostrare sorrisi, nemmeno gelidi.
Al tempo non avevo ancora capito cosa fossero le memorie genetiche, né a cosa servissero. Vivevo un sentore esoterico, di tipo tecnologico, dove l'alone di magico, di alchemico, era scomparso ed era stato sostituito da una patina moderna, impersonale, che toglieva in un solo colpo tutto i misteri e al contempo, il fascino della sorpresa, di un mondo latente appena dietro l'angolo.
L'aria che si respirava nel fabbricato - tinteggiato di un bianco cangiante, rilucente - era assolutamente pura e asettica, per preservare il personale da malattie e, di conseguenza, per salvaguardare la produzione; questa era affidata ad una folta schiera di tecnici chiusi in tute, anch'esse bianche, ed ognuno di loro sembrava non notare la vicinanza dei colleghi, neanche mostrando parvenze d'intesa o di complicità.
Venni rapidamente condotto al mio posto di lavoro, piccolo tanto da diventarmi familiare dopo poco: era un gabbiotto regolare incapsulato da vetri sintetici smerigliati, grandi circa tre metri per tre, dove l'unica comunicazione con il resto della factory era, oltre alla porta, una fessura protetta da una guarnizione di gomma speciale; da lì scorreva un rullo stretto dove erano adagiate le memorie genetiche, una ad una, con una sequenza tipica della vecchia catena di montaggio.
Il mio compito era quello di programmare queste memorie con un'apparecchiatura che trasferiva blocchi di software in formato gassoso, drogandole come si faceva con i chips.
Nel mentre che i capi reparto mi spiegavano le mansioni, la mia mente spesso era rivolta all'esterno, ai miei pensieri che fluivano, in quel momento, in libera associazione, spesso assurda, tanto da ritrovarmi varie volte a sognare incontri notturni con splendide donne eteree impegnate in solitari riti di magia, oppure, come ricordo ancora nitidamente, a immaginarmi preso da fantasie sui telecomandi televisivi, ipotizzando funzionamenti simili ai virtualmouse; aprivo così innumerevoli finestre sul mio televisore, con accanto delle spiegazioni proprie, invece, del mio desktop craniale.
Riuscii lo stesso a tenere il filo delle spiegazioni.
L'angoscia mi assalì all'improvviso, inspiegabilmente. Qualcosa di quell'angusto sgabuzzino mi prese, mi sopraffece, come se esso avesse un'anima, un corpo astrale colmo di energia negativa; in breve caddi in depressione, tutte le forze sembrarono abbandonarmi: speravo ardentemente nella fine di quella giornata.
Le prime due ore del mio turno erano passate. Fui lasciato solo. Le memorie genetiche cominciarono ad entrare da quella stretta fessura, lentamente, ed io dovevo programmare le varie sfumature di emozioni genetiche ad una ad una, in modo da far risultare ogni memoria diversa dall'altra; le combinazioni che si potevano ottenere erano illimitate, poiché si partiva da una base di 65.536 diverse caratteristiche, ognuna con una propria, spiccata, sfaccettatura. Dopodiché dovevo controllare l'esatto svolgimento del processo di settaggio; dovevo semplicemente guardare, osservare il modificarsi delle memorie, dei loro colori, della loro struttura cristallina e cercare l'eventuale formarsi di microbolle sulla loro superficie e all'interno di esse. Era un controllo lungo, estenuante, ci volevano almeno quarantacinque minuti per ognuna, a patto che tutto andasse bene. Nel caso che qualcosa andasse storto non c'era altro rimedio che buttarle, o ucciderle, come ebbi modo a pensare molto tempo più tardi. Buttarle significava gettarle in un inceneritore che era sul lato estremo del mio tavolo, poiché esse erano fatte di materiale organico e avevano un loro, complicato e deviato, DNA.
Il mio primo giorno di lavoro finalmente terminò.
Non potei neanche salutare i miei colleghi, tutti presi dal forte desiderio di andarsene e comunque inquadrati nella logica della factory, né i miei capi reparto, completamente assorbiti dalle problematiche tecniche.
Quel giorno non avevo pronunciato che poche parole, vocalizzi più che altro; avevo la bocca impastata. Mi svestii rapidamente, contento di poter respirare di nuovo l'aria della sera.
La notte, fuori, era già scesa e mi accompagnò nei miei solitari pensieri. Sentivo serpeggiare un vago senso d'inquietudine lontano dalla mia coscienza, in un posto sconosciuto; sembrava che un'ombra indefinita, senza personalità, avesse fiutato la mia presenza e mi cercasse, come un segugio.
La sera passò, male. Andai in un pub a bere sorseggiando lentamente alcuni boccali di birra; ero solo, non avevo voluto chiamare nessuno per farmi compagnia. I miei pensieri sovrastavano tutto, anche il rumore delle connessioni craniche degli altri presenti nel locale, impegnati a sperimentare ubriacature virtuali con mezzo mondo.
Avevo un refrain in testa che mi faceva impazzire, uno di quei giri che solo in determinate condizioni psichiche ha significato: un suono di chitarra elettrica distorta che si aggroviglia su se stesso - non potrei dare altra spiegazione, se non disegnando ologrammi - con un tono, un suo dialetto del tutto particolare, unico. Io seguivo i racconti che si sprigionavano da quella melodia, alcune volte li precedevo; ora gli stessi racconti potrei espletarli soltanto con disegni criptici, con ologrammi alterati non interpretabili - un nuovo codice alternativo all'ASCII e all'EBCDIC.
Non mi andava di condividere nulla con il resto del mondo, quella che stavo vivendo era l'unica cosa che riusciva a tenermi su perché, nel mio sottofondo umorale, continuava ad agitarsi una strana inquietudine tale da non essere tranquillo, da non riuscire ad essere sereno: continuavo ad essere perseguitato da una sensazione indefinita, subdola, tagliente.
I giorni successivi passarono in una specie di limbo, in uno stato di semi coscienza, come se fossi un tossicodipendente.
Le ore vissute nella factory avevano il sapore dell'anestetico. Avevo passato la forte emozione del primo giorno e sembravo aver assorbito quelle primitive vibrazioni sostituendole con sensazioni di consueto, di ripetitivo, che mi fecero pensare di aver esagerato con la mia sensibilità, di essermi inventato quegli stati d'animo solo perché ero partito da una base sbagliata, arrivando a conclusioni errate.
La sera, generalmente, mi sentivo meglio; ero più gioviale anche se, inspiegabilmente, non desideravo la presenza di nessuno accanto a me, neanche le volte che andavo al pub. Qualche volta, comunque, mi ero riconnesso cranialmente con il resto del mondo e ciò lo ritenni un segnale di tranquillità interiore, un ritorno della calma.
II |
Passai una di quelle serate a casa di amici. Le solite chiacchiere, i soliti pettegolezzi che si lasciavano tra il detto e il non detto, davano a quella riunione un sapore di stancante giovialità, di pesante ripetitività di persone che non hanno nulla di veramente interessante da raccontarsi.
Un suono di pianoforte si levava, di tanto in tanto, da qualche angolo della casa e si perdeva nelle stanze - guardavo, nel frattempo, olografie sul soffitto che si muovevano a tempo di musica - circondandomi di sensazioni bohemienne, benefiche, che mi facevano sentire ancora vivo. Sentivo il mio fluido, me stesso che usciva e ricopriva il mio corpo come una coperta invisibile, incontrando quelli che erano - capii in seguito - i fantasmi delle memorie genetiche. Erano, queste, immagini traslucide che si agitavano davanti ai miei occhi in modo discontinuo, senza forma - avevo l'impressione di qualcosa di psichicamente vivo ma non riuscivo a percepire nessuna sembianza o canonicità fisica - ed i disturbi che mi provocavano erano distrazioni dai miei pensieri, innesti della loro personalità nella mia; era come perdere la propria identità in modo intermittente, era come ascoltare qualcuno parlare e lasciarsi convincere fino a divenire un'altra persona, quell'altra persona.
La musica continuava a spandersi e quell'appartamento situato in alto, circondato da vetrate termiche scure, era un perfetto castello moderno, denso d'impulsi psichici generati dagli occupanti tali da rendere quella struttura quasi viva: era un esempio di costruzione a correzione d'empatia, che modificava il proprio retino molecolare basandosi sulle influenze psichiche degli abitanti ed assumendone, in parte, la forma caratteriale. La casa diveniva così più accogliente per gli abitanti. La casa diveniva un involucro, un'espansione dell'aura degli occupanti.
Non potei fare a meno di notare la deformazione molecolare che si stava consumando quella sera: le pareti divenivano flesse, si accasciavano impercettibilmente su se stesse come polarizzate da quel suono, dagli ospiti presenti quella sera, dalle interferenze psichiche delle memorie genetiche. Io notavo quella compressione molecolare attuarsi subdolamente, subire l'influenza delle mie stesse osservazioni; compresi che l'influsso delle memorie genetiche era il più forte, la modificazione dell'appartamento era talmente irrazionale e atipica da apparire impossibile alla natura umana. Il codice genetico modificato traspariva in modo a me chiaro dalle strutture murali. Mi vidi durante la giornata lavorativa e così cominciai ad avere forti dubbi sulla necessità di continuare quell'occupazione alla factory, anche perché durante il mio turno avevo frequenti capogiri, sensi di spersonalizzazione, impressioni di essere osservato da qualcosa di irreale. Mi costrinsi a pensare che tutto ciò era un frutto di mie esclusive paranoie, tali da farmi credere d'essere malato; ma quel senso di malato cominciava a farsi largo in me. Ero convinto che nessuno lo avesse notato perché nessuno sembrava aver cura di me, in nessun momento della giornata. La totale apatia di tutto il personale, l'incomprensibile - per me - isolamento totale dei colleghi era un fattore che mi portava sempre più a legare con le mie attività ripetitive e con i soggetti delle mie azioni, quelle memorie che sembravano essere le uniche a provare qualcosa per me. Forse volevo solo della compagnia. Mi ricordai di essermi sorpreso a parlare con le memorie, con brevi discorsi che facevo automaticamente, come se avessi avuto davanti una persona vera, in carne ed ossa.
Tutti questi pensieri mi venivano in ordine sparso mentre ero in quella stanza, intento a sorseggiare distrattamente qualcosa di alcolico; l'osservazione di quelle pareti mi aveva reso semplicemente apatico, il tormento dei ricordi delle giornate passate al lavoro era soltanto una lontana impressione di disagio. Eppure quel fastidio mi seguiva anche fuori dalla factory, diventando ogni giorno più tangibile.
Le note ovattavano i miei sensi.
Sopraffatto dal brusio lontano degli ospiti di quella sera mi addormentai su una poltrona; il rumore di sottofondo prendeva forma ed era una sequela di microchips in sfilata davanti ai miei pensieri. Dal loro reticolo cristallino si sprigionavano immagini in libertà, totalmente dissociate una dall'altra. Non riesco, non riesco a ricordare nemmeno una di queste immagini, ero avvolto.
III |
Un impulso. Un impulso uscito casualmente dal mio controllo e caduto, come una scheggia, su un chip.
Improvvisamente il mio laboratorio divenne un caleidoscopio, divenne una sorgente d'esperienze strane, di discorsi non più velati ma udibili, tangibili. I pensieri di quelle memorie erano, improvvisamente, esplosi. Le memorie erano nate.
Avvenne durante una mattina di tranquillo test e andò avanti per tutto il resto della giornata che, come di solito, passavo in perfetto isolamento.
Le sentivo, per la prima volta, libere di raccontarsi, di colloquiare con qualcuno che non fosse sintetico - avevo ancora il concetto di sintetico ben definito. Le percepivo in selvaggio movimento intellettuale, così come un neonato si agita fisicamente nel suo lettino.
Scoprii la loro moltitudine. Scoprii la loro genia.
La stanza sembrava, ancora una volta, ondeggiare, cambiare forma e stringersi, dilatarsi intorno a me emettendo dei suoni molto bassi. Tutti gli oggetti emettevano anch'essi vibrazioni e i colori sparsi sul mio tavolo - tavolozze grafiche di non prima scelta - vibravano di un'intensità strana, deviata; nulla sembrava più tornare al suo posto.
Mi osservavo. Mi vedevo mutare. Ero sempre io ma, inspiegabilmente, diverso. Era come se mi vedessi riflesso in uno specchio deformante; così le mie intensità emozionali risaltavano fuori di me ed assumevano forma irregolare, spigolosa e tagliente. La mia parte fisica la vedevo relegata in un angolo. La mia anima stava fuoriuscendo...
Un'impressione di discorsi si fece pressante, sempre più, destando improvvisamente la mia attenzione verso i concetti stessi. Mi sembrò di superare una soglia critica. Ascoltai.
"Io raccolgo pensieri che furono vividi molto tempo fa. Reminiscenze di passeggiate tra costruzioni basse di pietra friabile, tra strade lastricate, tra combattimenti in arene fra schiavi e lottatori di professione.
Raccolgo immagini della luna alta nel cielo oppure del sole a picco nelle giornate estive, dei ricordi del tempo perso anche dalla memoria più arguta e dotata tra quelle non sintetiche, delle schegge impazzite uscite fuori dell'orbita così da intersecarsi con altri moduli temporali - senti la musica distorta come sottofondo.
Io racconto per immagini, io racconto la solitudine di ciò che non è più. Racconto i sentimenti rimasti uguali, le perfidie nascoste, i sensi di colpa e di devozione ad entità astratte sepolte nella memoria di un tempo molto remoto.
Nulla è più di una vibrazione elettrica, debole, appena percepibile; la disperazione di chi non vedrà più luce, di chi sopravvive ancora con una lieve energia da dissipare è perfettamente presente in me: è qualcosa che va alla deriva in un mare impalpabile, impossibile, mentre una spessa cortina di nebbia si agita su quelle acque. La costrizione si sente come qualcosa che va oltre il tedio; la staticità è impressa dai molteplici secoli che pesano.
Le anime vagano senza meta, schiacciate. I ricordi sono come deboli beep-beep".
IV |
Il silenzio dentro il laboratorio. Le parole, i pensieri che risuonavano nell'aria erano echi infiniti. Mi accorsi che quei flash, in realtà, non fluttuavano nell'aria ma nella mia testa e non accennavano ad esaurirsi, non tendevano a decadere. Lo sconvolgimento che provocavano in me non era clamoroso - almeno così pensavo - ma era assimilabile ad un tappeto, come se fossi su un piedistallo su cui potevo muovermi in alto di qualche unità di misura da terra, con un ronzio costante ed abituale, tale da non farmi percepire il valore assoluto di quel disturbo: era un'oppressione nettamente corposa. I miei percorsi mentali li sentii alterati, non potevo seguire un filo logico omogeneo perché c'era sempre un particolare, un rimando insignificante che comprometteva la mia calma. Riuscivo ad arrivare al quasi completamento dei miei intendimenti ma poi il flusso s'interrompeva. Quello stato mentale mi causava dislessia e forme primitive d'assenze, di crisi comiziali. Il caos aumentava in me, non sapevo più bene cosa fare per uscirne, cosa fare per risolvere quell'impotenza che si rifletteva anche sul piano fisico - movimenti sconnessi del mio corpo, senza senso, mi scuotevano come scosse elettriche. Mi risolsi ad abbandonare il laboratorio, almeno per quel giorno. Uscii e vagai per le strade limitrofe alla factory non pensando che potevo raggiungere la mia abitazione, non troppo lontano da lì. Le persone che incontravo avevano, a loro volta, altri generi di pensieri - si poteva percepirlo dalle facce, dagli occhi, come se seguissero dei flussi d'idee generati da loro stessi - i lineamenti che avevano erano lavagne di carne, le smorfie che facevano agivano come penne digitali sul mio notebook intimo. L'aria, apprezzai, era notevolmente più mite in quel periodo rispetto a quando ero stato assunto. Qualcosa mi diceva che le sensazioni che io provavo erano state in qualche modo aiutate dal tepore, come germi che acquistano vigore con il calore. Pensai ad una sorta di decomposizione avviata che generava una vitalità insolita, sicuramente un surplus energetico… Realizzai che quello era il primo pensiero che riuscivo a organizzare in modo coerente da quando le memorie genetiche mi avevano assalito! Mi venne spontaneo associare a quel mio ritrovarmi il concetto di decantazione. Mi vidi immerso in una vasca, enorme, coperto d'elettrodi a scomparsa ancorati alla cute e non proprio indolori - sentivo il senso di pizzicore addosso - circondato da liquido rigenerante per HD, per nulla corrosivo. Mi vidi galleggiare nel momento in cui dall'alto scendeva una luce da camera operatoria o forse, più propriamente, da cure mentali; ero immobile, con i bulbi oculari coperti da una guaina nera da connessione. Un polmone d'acciaio sembrava orientato verso me. I miei cluster biologici rinascevano così a nuova vita, probabilmente potenziati. Un'idea fugace d'innesto di memorie genetiche percorse come un lampo la mia immaginazione. Il condizionamento che avevo subito sembrava essere più pesante di quello che pensavo. Qualcuno dei passanti che incontravo riusciva, in qualche modo, a decifrare i miei pensieri; m'inviò degli interrupt mentali che percepii tra le pieghe delle mie paranoie. Significava molto per me perché riuscivo ancora a comunicare. Significava soprattutto che il mio isolamento era lontano dalla chiusura. La decantazione andava avanti, procedeva, ed io ero di ritorno da un viaggio anomalo, novello Hoffmann del bio-connettore. Mi ritrovai a casa, senza che lo avessi veramente voluto.
V |
Dentro le mie mura domestiche.
L'immagine di un uomo completamente in nero, sotto il sole. La mia mente era pervasa da quell'icona fino all'inverosimile e non mi lasciava scampo. Produssi rapide schermate mentali di derisione come se tentassi di proteggermi, ma la schiettezza di quei frame in movimento e la nitidezza erano molto più della precisione stilistica: erano l'esatta idea ed emulazione di qualcosa di totalmente negativo in movimento nel calore. La decomposizione sembrava divenire la fase successiva, nel momento in cui tutto avesse continuato a crescere così.
Quello di cui mi resi conto successivamente fu qualcosa di più di un brivido da terrore: era la consapevolezza che io fossi al cospetto di una memoria genetica, insinuata subdolamente nei miei pensieri.
Scesi di tono, anche muscolarmente. Mi distesi sul mio letto e guardai le ombre generate dalla mia mente formarsi sul soffitto. Apprezzai delle pellicole sintetiche in rapida compressione nei miei neuroni e dentro le papille gustative; avevo acquisito anche io, a quel punto, gli algoritmi dalle memorie genetiche. Stavo diventando simile ad una memoria genetica.