DIARIO |
2 aprile '34
Gli esiti di un lungo soggiorno: il soggiorno sulle sponde mentali.
Non esiste giorno, nemmeno notte né tenebre. Esiste soltanto un vago senso di crepuscolo che accompagna gli istanti, che protegge come un'armatura inutile.
Tutte le forze sono prossime al nulla. Tutti i desideri sono poltiglia incolore, insapore.
Diventa palese la sensazione spiacevole che a volte nulla, nulla rimane appiccicato alla propria anima per più di pochi istanti, mentre in altre occasioni le impressioni scivolano via come se fossero su vetro asettico e gelido, impersonale. E' la delusione di scoprirsi, scomodamente, tetramente indifferente. E' la voglia di gettare tutto il proprio tempo dietro le spalle, tanto è il tedio che si ha addosso. E' una sensazione profondamente lugubre anche se non ha colore.
Sembra di essere profondamente refrattari anche al tetro. Forse non esiste nulla di più macabro che questa morte mentale e spirituale allo stesso tempo. Forse l'appiattimento è l'ultimo stadio prima di annientarsi. Forse, forse...
Questo log dimostra che qualcosa di selvaggio, d'alieno, era entrato in me improvvisamente. Potevo dire d'essere me stesso ma, allo stesso momento, sentivo uno scollamento dal normale fluire del tempo; sì, centrando i miei pensieri, focalizzandoli, potevo esser sicuro che il punto era proprio quello: il mio tempo fluiva in modo diverso.
Da diverso tempo pensavo di dover tenere un diario, qualcosa che scandisse i miei movimenti; ora era diventata una necessità, il tempo mi sfuggiva totalmente dalle mani e vi ritornava all'improvviso, a suo piacimento e non più in modo lineare.
7 aprile '34
La notte è così profonda. La notte è così lenta a passare da lasciare la bocca impastata. I sensi sembrano innalzarsi con improvvise impennate delle frequenze di idee, tali da far fibrillare le sinapsi - vibrazioni strutturali. La testa diventa un enorme mortaio, il colore rosso della febbre sfoca tutte le immagini percepibili.
Ho visioni d'oppio, le mani sembrano palloni in rapida essiccazione; sento croste leggere di sale alle estremità delle dita tanto da tagliarmi il corpo come lame affilate. Poi, altrettanto improvvisamente, quelle percezioni scompaiono ed il sangue torna a pulsare con forza usuale; il senso di malessere si dissolve. L'idea d'innesto pare divenire probabile: mi sembra, ricordando i sintomi appena passati, di aver avuto un fenomeno di rigetto.
Vedo immagini ennesime nella mente di costrutti virtuali, ardite vette di neometallo - in emulazione anche di colore, bruno, veramente cupo - che tempestano con jingles la catena logica delle associazioni spontanee…
Non penso a qualcosa di definitivo, almeno spero. I ricordi delle memorie genetiche mi tormentano.
12 aprile '34
C'è qualcosa di un sogno che si fissa nella memoria. Tutte le sfumature diventano ininfluenti ma solo, solo quella immagine rimane importante, decisiva: sono mani di scheletri che accarezzano vogliose le parti sensibili di un uomo, e attraverso quella sollecitazione raccontano i ricordi erotici, le fantasie morte, malate, porche di chi era vivo; narrano le esperienze di donne che mostrarono il corpo, che lo donarono a chi più ne aveva voglia o a chi aveva più denaro.
Erano, quelli, ricordi che prendevano forma dentro una casa, la casa del vento e dei rumori, in cui viverci diventava un'esperienza sempre importante, sempre strana, giorno dopo giorno. Le pareti lì dentro si tinteggiavano di arabeschi immaginari mentre lo spunto era dato da linee appena accennate, collegate a qualche main sparso chissà dove cui ognuno poteva associare tutto quello che la propria mente suggeriva. I sentimenti, quando si entrava in quei locali, cambiavano, chissà perché, in qualità abrasive, grattando casualmente più o meno il cuore dell'anima, il suo interno davvero intimo, introducendo situazioni irreali di compressioni di stanze, di modifiche immediate di muri, d'improvvisi vani che si aprivano sotto il pavimento e che davano accesso a stanze remote dove si nascondevano oggetti inutili o, addirittura, il nulla.
Il raccontare tutto questo appena svegli, finché l'influsso onirico rimane forte e la mente leggermente spostata, coinvolta, diventa un imperativo. Bisogna cercare di capire, capire perché nel proprio subconscio si produce una tale fantasia e soprattutto, capire da quando quella fantasia è latente, se è veramente qualcosa d'intimo o se è indotta. Occorre nascondere il timore che essa sia veramente indotta, che non sia propria, che sia stata suggerita da qualcuno, o da qualcosa.
L'ombra delle memorie genetiche si allunga su di me, sulla mia anima. Quell'ombra diventa sempre più spessa, impercettibilmente più spessa.
Il disagio cominciava a farsi sentire.
La paura sgorgava come in una sorgente, impetuosa, non continua ma a fiotti. Sembravano bolle di un geyser rovente che sapeva di vivo, come il vivo non più sintetico di ciò che pensavo aver dentro, nell'anima.
Potevo essere stato soltanto impressionato da quel laboratorio dove lavoravo? Potevo soltanto aver esagerato con la mia fantasia? Il sogno mi rimase in testa per tutto quel 12 aprile... La notte successiva pensavo sarebbe passata in modo migliore, convinto che il giorno fosse bastato per decantare le strane impressioni di quella oniricità; ero, invece, nel pieno svolgersi di un periodo dove i sogni si accavallavano uno sull'altro durante la stessa notte, dove sognavo più storie nella stessa notte, dove la stessa notte veniva riprodotta nelle altre. Ero esposto ad una miriade di immagini che bombardarono la mia mente per lunghi periodi, che lasciavano disorientato il senso della realtà durante il giorno.
13 aprile '34
Descrivo ciò che vedo: un prato enorme, spighe gialle divenute quasi bianche, colline e dolci declivi, dall'altra parte un bacino d'acqua con le onde increspate. Il vento lo sento forte.
Qualcuno camminava verso di me, verso me e altre persone sconosciute sbagliando poi direzione. Ci dirigiamo verso il prato e scopriamo con le mani, casualmente, reperti di roccia incisi di strane parole, con disegni occulti sopra...
Provo un senso d'intrusione nella mia personalità. Delle persone perfettamente sconosciute mi sono intorno. Ricordo qualche particolare di terre lontane ed ho un vago sentore di paura, di sinistro latente mentre possiedo la perfetta sensazione di essere in bilico su due mondi con il calore, il calore che manca, che esce dai reperti di roccia.
Ho la forza di non mollare e di immergermi ancora nel sogno, fino a sentirlo sopra di me; i colori sono vividi.
Sento il bisogno di fuggire, sento la necessità di non urlare, neanche di mugugnare lamenti, e così sollevo le gambe, alternativamente, da fermo, mentre le altre persone mi guardano stupite e scopro allora la loro natura diversa, la loro natura che sa di sintetico. Mi chino di soppiatto mentre loro sono girati; scatto con il movimento di un canguro e stacco il collegamento craniale andando finalmente via, sulle creste di quelle basse colline, sorridendo al vento che sa di fresco.
14 aprile '34
Ho un'immagine dall'alto di un cunicolo puntato verso il centro, il centro della terra. Qualcosa da me esce e comincia a precipitare, cade e aumenta la velocità di caduta rapidamente. Capisco che è il mio umore; mi sento vuoto, inutile.
Improvvisamente ciò che è intorno a me si decolora e scivola via verso il basso con tutte le sue tinte e sfumature; istantaneamente poi si erge e mi circonda con un muro di pietra scura e umida.
Ciò che è uscito da me mi rende ora leggero; fluttuo. Un'impressione di disagio mi prende come un attacco di ansia così decido di togliermi la spilla dalla nuca, scollegandomi da tutto un arco di conoscenza che non ho dovuto imparare...
Il senso di sogno è una seconda pelle molto viscosa; fatico a respirare. L'impressione di morire è così forte che comincio davvero a crederci. Decado lentamente verso il pozzo, so già che non potrò mai più raggiungere il mio umore, già sciolto nel magma dei cadaveri ormai poltiglia.
16 aprile '34
Sono in uno sterminato spazio aperto che si estende oltre l'orizzonte, che imprime un senso di disagio. La voglia di essere connessi con dei network musicali, di ascoltare un riff sonoro direttamente nella propria testa, è forte.
Ho la sensazione di un viavai di persone anziane lungo la linea.
Mi soffermo a guardarli mentre passano in parata: qualcuno è triste, qualcuno è rassegnato, altri sono visibilmente distratti dai propri pensieri. Ne vedo uno con i tratti somatici alterati, con il volto incorniciato da capelli candidi, totalmente bianchi e lucenti. Le rughe disegnano mappe di canali aridi sul cui fondo riesco a leggere, più che negli occhi così pungenti e gelidi, significati di sfuggente malvagità... Sembra l'ultimo degli hippies rimasti, il più tetro e magico; qualcosa in me risuona più o meno così: gli anni che passano affinano le arti, soprattutto quelle più agghiaccianti.
Muove poco le sue mani.
Scorgo un'impressione di movimento nei suoi pressi, quando il cielo diventa ancora più plumbeo: è un feto reso rigido, granitico dal gelo; le piccole estremità inferiori sono macerate dal freddo. Sento i rumori dei cristalli in liquefazione sempre più decisi, sempre più forti e le sensazioni di movimento di quel corpicino farsi sempre più decise.
Odo, infine, il pianto e il disgelo di qualcosa che pensavo fosse morto; il suo trascinarsi mutilato si va completando. Sento il cuore, il mio cuore, strapparsi e la mia anima divenire carta accartocciata, sfaldata.
Il bisogno di essere un semplice bridge, essenzialmente stupido, tra più mondi di trasmissione mi prende. Credo di sentire tra i vapori onirici l'eco di tutte le transazioni telematiche.
17 aprile '34
Il sangue fluisce veloce in un condotto e diventa, nel suo scorrere, un fluido sempre più denso di elettroni, che si sostituiscono al plasma. Il colore del fluido corporeo è sempre rosso cupo, non ha odore. Enormi fiotti di quel liquido viscoso investono impressioni d'identità, imprecisate; le travolgono, le formattano.
Ho sapore d'elettrolisi in bocca.
Scopro angusti nascondigli, mi devo arrampicare su gradoni scivolosi - coperti da rimasugli di plasma del passaggio precedente - mentre ricorsività software tempestano le ondate di sangue, quelle attuali. Improvvisamente immagini clipdoc si cominciano ad associare al flusso d'elettroni, così come l'ossigeno si associa al plasma; sempre più copiose le immagini pendono in modo innaturale, a bandiera, mentre solo alcune si saldano a grumi di particelle elettriche. Sono visibili livelli fisici e software della combinazione, tutto sembra assumere le peculiarità di un protocollo tecnico...
La grand'onda si profila all'orizzonte. Credo di essere in un condotto fognario.
Ecco l'impatto. Il dolore fisico è enorme.
Sento distintamente il momento in cui l'analogico cede il posto al digitale, il momento in cui il fluido diventa denso di elettroni. Provo un intorpidimento delle membra inferiori che sale, sale su per il mio corpo come un formicolio.
I dati sul mio display interno, intanto, danno la percentuale di formattazione, di riconversione dei settori danneggiati in cluster disponibili.
Vedo qualcosa in fondo al condotto e sento l'influenza di una polarizzazione mista - elettronica e biologica, comprendo subito. Loro, le entità straniere, stanno avanzando ed il terrore dentro di me è una codifica neo-ASCII...
17 aprile '34 - sera
E' l'affascinante morbosità di un'idea.
Ho il dovere di esplorarla fino in fondo rincorrendo tutti gli ideali, rincorrendo icone fantasmagoriche.
E' anche plasticità di movimenti. E' svolgersi d'eventi in misure non comuni. E' teatro. E' pura finzione idealistica. E' solamente un concetto portato all'esasperazione che non lascia nulla alla quotidianità.
Sono, dopotutto, idiozie visive. Ho necessità di condividerle con qualcuno, da qualche parte…
Era questo che pensavo guardando un film concettuale, direttamente nei miei visori freschi d'impianto. La noia che provavo era direttamente proporzionale alla complessità del concetto, qualcosa che anch'io avevo cercato d'inseguire quand'ero giovane, qualcosa che reputavo non più utile di una semplice masturbazione mentale: era un puro esercizio di fantasia che lasciava il tempo che impiegava.
Allora perché continuare a sperimentare idee, perché passare il proprio tempo in elucubrazioni che non portano a nulla, che non fanno altro che spostare il confine del pensabile solamente un po' più in là, in un'area che, per sua natura, non può essere usufruita che tra qualche anno soltanto, o tra molte generazioni?
La presenza delle memorie genetiche mi aveva portato a pensare in quel modo così conservativo. La paura che esse mi prendessero, la sola loro esistenza m'impauriva. Avevo bisogno di rannichiarmi nel mio essere, come in una fortezza per non essere espugnato…
Il film era come un sogno: lento, ipnotico, serrato nella sua paranoia. Era formato da sequenze d'incidenti d'auto in cui le lamiere si chiudevano sui protagonisti, da simulazioni di coiti con la nuova tecnologia e col nuovo mondo. Consciamente compresi quanto in modo subdolo avevo già percepito…
Le tinte scure di quel film mi aiutarono a scivolare nell'onirico della notte che dovevo ancora vivere, nei miei sogni che già si configuravano attraverso quelle immagini.
18 aprile '34
Un'auto nera precipita dall'alto di un burrone. Il volo è perfetto, senza urti né interferenze. L'auto nera si accende soltanto quando impatta con le rocce sottostanti, illuminando il buio pesto della notte.
Rivedo da più prospettive quel volo. L'esatto filo a piombo cui era sottoposta quell'auto diviene ipnotico, ricorsivo, come un loop di software, come un giro musicale campionato all'infinito.
Dispongo ingrandimenti successivi dei miei fotogrammi onirici.
Guardo dentro l'automobile, sempre più dentro, sempre più nel piccolo, nell'infinitesimale. Sono aiutato dai microchips inseriti nel cruscotto per dare il controllo ideale a chi è a bordo, per arrivare a destinazione.
I microchips sono di fattura biologica, lo capisco dalle loro onde. Percepisco quelle onde codificare nuovi codici software generazionali - generazioni di software più evoluto - che scompaiono presto nel substrato, nella melma dell'usuale, per poi ricomparire quando servono, quando sono richiamati; essi sono acquisibili immediatamente, la loro potenza biologica è superiore a quella prettamente matematica.
Rivedo l'istante del crash: la struttura dell'auto si flette, si accartoccia e si modella al suolo, alle rocce sottostanti; il terrificante impatto è espletato dalle onde sonore che riesco a vedere. Gli ultimi atti d'emissione di codice da parte di quei microchips sono associati a frequenze altissime, penetranti.
Trasmissione di geni per via aerea.
Cerco di fuggire arrancando, incespicando sui sassi, sperando che quel rogo bruci tutte le eliche strutturali del software oltre che il reticolato fisico di quei chips. Cado un'ultima volta. Un lieve ronzio e una vibrazione che non comprendo sono sulla mia pelle, che assorbe...
Qualcuno che mi rincorreva mi ha trovato, mi ha preso.
Urlo. Urlo nel sonno. Urlo e mi sveglio. Un cristallo di silice nera è comparso sul mio comodino. Il cristallo cambia e ridiventa un portaritratti; le due visioni, la reale e la virtuale, si sovrappongono e mi danno un senso di dislessia totale.
Il sonno finisce lì mentre continuo a guardare l'alternanza della silice nera e del quadruccio fusi in un abbraccio innaturale.
Il primo bagliore dell'alba fa sì che il cristallo si dissolva. I miei occhi rimangono chiusi.
Mi sveglio totalmente e la prima cosa che guardo - mentre capisco i miei successivi livelli di sogno - è il portaritratti, incastonato da cristalli di silice nera che non riesco assolutamente a ricordarlo lì ieri sera, prima che mi addormentassi.
19 aprile '34
Fase due... L'orizzonte era corto e rugoso; sequele di gocce acide, grosse, dall'alto.
La corrosione era ricorsiva mentre quelle gocce si adagiavano sul terreno. Tutt'intorno risuonava lo sfrigolio della decomposizione veloce; il Sole era oscurato da una nuvola di polvere e intorno si poteva vedere quasi lo stesso spettacolo di un cadavere scaraventato dentro una botte d'acido cianidrico, quando i resti esplodono verso l'alto con tutte le interiora in rapida putrefazione. Quella nuvola di polvere sul Sole era formata da tutto l'organico presente in quel territorio, rapidamente trasformato in una poltiglia marcia, maleodorante e fetida.
Quando tutto divenne una melma acida, quando tutto si stabilizzò, qualcosa lampeggiò debolmente sul mio visore craniale, parallelo alle sinapsi: fase tre. Il mio visore era alimentato con energia mentale - fiotti di debole corrente alchemica, iconica.
Si delineò, allora, qualcosa di vivo: una massa informe che poteva autoalimentarsi, che poteva avere in sé algoritmi elementari d'intelligenza. Quella potenzialità divenne presto qualcosa di cui aver paura, che cominciava a lanciare deboli segnali di potenza mentale; mutava consistenza, si stava sublimando in liquido che poteva essere assorbito, si stava muovendo verso me.
Mi mossi, rapido. La poltiglia liquida era più veloce di me.
Continuai a scappare. Continuò, essa, ad essere rapida più di me.
Mi raggiunse, infine. Ebbi violente convulsioni e conati di vomito. Provai la netta sensazione di essere invaso da qualcosa di malefico, d'arcaico eppure nuovo, collegabile all'inizio di qualsiasi creazione di questo mondo. Quella cosa era talmente potente e invadente che riuscivo a pensare solo che un nuovo ordine si stava instaurando in me, che cominciava una nuova vita per me.
Le nuvole divennero alte nel cielo. Il cielo si sforzava di essere lo stesso mentre tre lune stavano sorgendo in un punto imprecisato della volta celeste. Il paradosso dell'esistenza si stava spiegando in tutta la sua grandiosità: io che continuavo a vivere in un altro posto, in un'altra vita, in un'altra mente dentro di me. Mi sentivo shiftato in qualcosa che mi apparteneva in ogni modo, senza che sapessi esattamente come.
La fase quattro, in ultimo. La terra su cui mi trovavo divenne improvvisamente instabile; un processo irreversibile di evisceramento si stava attuando velocemente, cosicché ciò che si trovava prima nel sottosuolo, completamente ricco di vita inespressa, poteva ora trovarsi sopra, pronto a rigenerare il nuovo ciclo esistenziale. Sentivo di trovarmi in un momento violento, qualcosa di quella melma corrosiva era in me e tutti i pensieri che provavo a visualizzare - icone di svariati pixel multiformi - avevano i margini arricciati, bruciacchiati e corrosi.
Misi un piede in fallo; precipitati verso una falsa luce, con un grado basso d'oscurità: era la fine del sogno, realizzai in qualche parte recondita della mia coscienza...
Non sognai più. Improvvisamente.
Stetti molte notti con un black-out emozionale. Nessun pensiero mi attraversava più la mente. Nessun flash, nessuna immagine nelle mie sinapsi.
Un buco nero, fatto di nulla, mi risucchiava veloce ogni volta che mi addormentavo. Cadevo vittima di un letargo cupo, impersonale, come il sonno di una macchina.
Le mie giornate erano un fremito elettronico: frenesia allo stato puro, adrenalina.
Il senso d'onirico, di sospeso era andato; non esisteva più la magia di qualcosa di poetico, di qualcosa che impregnasse l'aria che respiravo di stupefacente. Il tedio era violento, totale.
Qualcuno, qualcosa, all'improvviso, resettò il mio switch onirico su on. Il giorno era stato anonimo nel laboratorio e la sera anche, ma un imponderabile oggetto si smosse in me quella notte, facendomi riprendere a sognare.
10 maggio '34
Le lingue di fuoco si muovevano tremolanti ma insistenti. Il freddo era anch'esso insistente, dolorosamente presente a folate - rasoiate taglienti - e proveniva da tutti gli angoli possibili. Aggrediva il fuoco, lo faceva soccombere, lo stava uccidendo.
Una voce di lamento, un tristissimo ritornello paranoico si alzava dalle fiamme, forse dalle ceneri. In quel momento le fiamme si abbassarono immediatamente, si spensero; l'insistenza la vedevo volare via, dissolversi.
Le folate di freddo turbinavano ora, si alzavano e abbassavano ritmicamente, pressavano l'ambiente di un giocoso mortale, stavano schiacciando tutto. Fui eviscerato, fui scuoiato.
La stanza in cui mi trovavo fu ridotta a icona e il freddo lì contenuto implose anch'esso, divenendo un albero logico con le caratteristiche del gelo. Io mi trovai disteso ad un metro d'altezza dal mio letto e mi guardavo dormiente lì sotto, coperto di ghiaccio. Guardai i pensieri dentro la mia testa viaggiare a velocità subsonica, favoriti dal gran gelo; osservai i colori di questi pensieri cambiare continuamente tinta, sfumatura. Vidi le polarizzazioni dei miei umori convertirsi continuamente in stati da on ad off e viceversa.
12 maggio '34
Ho un disturbo dentro di me che sa di ferro; quel sapore è fissato sulla lingua, sulle labbra. Tutto sembra essere finito. Le stelle cadono. Le stelle si stanno semplicemente spegnendo.
Ora guardo intorno, le mie spalle sono riflesse nell'ombra della luna. Un brivido, inspiegabilmente, mi assale e una sensazione di movimenti così infinitesimali mi sopraffà, mi uccide tutte le convinzioni più leggere. L'impressione di solitudine sembra alleviarsi ma in realtà si accresce, lavora nel sottobosco delle emozioni embrionali, di quelle che ancora devono formarsi - sono già presenti nel retroterra mentale che si muove dentro di noi ignari.
Provo senso di stupore, di fuga. Improvvisamente capisco che è la notte fugge, che si rinchiude in se stessa comprimendosi, che si nasconde.
Le figure sono adesso meno sfocate, in un crescendo di visione non lineare, a volte assurdo. Astratte formule matematiche si materializzano su uno sfondo rossastro, forse viola del cielo, e la fiaba torna a ripetersi all'infinito, fino al punto che chi sa leggere impara di nuovo, come in tutte le mattine, accresciuto però di una variabile caotica densa d'impalpabile dolore. Ora tutto sembra fuggire, di nuovo.
E' un sogno nel sogno. La potenza dell'espressione è così evidente, così dirompente. Sembra così indefinito lo scenario in cui mi muovo ora ma, in realtà, è tutto minuziosamente calcolato da leggi oscure eppure presenti: l'intero può essere codificato da regole matematiche come i movimenti dei banchi di memorie improprie che, improvvisamente, diventano patrimonio di una, di più generazioni future - è l'immaginario collettivo aumentato, velocizzato con clock di svariati GHz. Apro gli occhi improvvisamente.
Quella notte l'ho vissuta come un delirio.
Le perline di sudore colavano innaturalmente dalla mia fronte verso le mie labbra mentre dormivo supino; qualche forza sconosciuta le tratteneva sul mio volto, non le faceva scendere sul cuscino - come se nulla di me dovesse perdersi - ed io così mi trovavo a nuotare in un sogno umido, in un sogno doverosamente fradicio di dolore trascendente di paganesimo tecnologico, bestemmiando tutte le costrizioni morali che sapevano di religione - religione oppio dei popoli.
Quell'ombra che sapevo essere vagamente la proiezione delle memorie genetiche mi stava espandendo la mente, mi faceva capire molto più di quanto, durante i millenni, miliardi di persone avrebbero capito.
Ero scevro da qualsiasi superstizione. Ero finalmente libero e mi trovavo nel sogno percependomi potente e tecnologico; ero il sacerdote, lo sciamano, il creatore insieme all'ombra... Anzi, per meglio dire, ero esattamente il Creatore insieme alle memorie genetiche.
Potevamo essere scambiati per una banda di Dei o per un'accozzaglia di banditi intossicati da pensieri e da droghe ideologiche, stanchi di governare il mondo, che si affidavano solo al proprio istinto e forza atomica. Potevamo riemergere proprio in quel momento pieni d'energia proveniente dal passato e dal nucleo della materia, dall'origine del tutto così inspiegabile.
Il sogno continuò, a vele spiegate, non appena richiusi gli occhi.
L'alba era un semplice simbolo anzi, un segnale. Il viola divenne presto azzurro, e il rimbombare del mare, del bagnasciuga divenne dirompente.
C'erano canoe disperse verso l'orizzonte. Si udivano urla che divenivano rapidamente semplici striduli, lontani.
La bocca impastata era ora una necessità, rappresentava il presente che irrompeva nell'onirico, rendendo ancora più surreale l'atmosfera. Mi trovai perso tra gabbiani incredibilmente neri.
Il Tempo si era ormai dilatato, aveva approfittato senza ritegno del privilegio momentaneamente concessogli.
Nulla sembrava riportarmi indietro.
Alcune molecole stravolte, riprogrammate e riconvertite, rigenerate e ridefinite erano sicure sentinelle dei miei confini psichici; non stavo precipitando senza rete, non ero solo. Delle memorie genetiche, per la prima volta dichiarate apertamente anche nei sogni, mi sorvegliavano, mi proteggevano anche da me stesso, anche dalle mie immagini malate e dal subconscio.
Pensai, risvegliandomi, che il senso di solitudine fosse diventato esponenzialmente più grande. Il solco tra me e i miei simili sembrava aumentato, appariva incolmabile. In mezzo a queste due forze c'erano soltanto pochi micron d'intelligenze estranee, sintetiche ed altere, che mi avevano eletto come mentore: ero l'unico legame col loro strano universo sintetico.