A CASA |
I |
Spossato. Ero totalmente spossato e demotivato.
Riflettevo su quel periodo di sogni, vividi, che aveva offuscato il passaggio dei giorni nel mio orizzonte. Avevo subìto tutto, sia le giornate sia i messaggi visivi che giungevano dal mio subconscio e da quelle memorie. Correvo il rischio di rimanere giornate intere a contemplare i ricordi delle nottate e così lavoravo in laboratorio, cercando di prestare più attenzione possibile alle mie mansioni. Era un'attenzione che giudicavo meccanica, gelida, totalmente professionale.
Le serate, poi, erano divenute piene d'attesa, di malinconia, di scoramento per il tempo che stava scorrendo via da me. L'impressione di soffocamento mi sopraffaceva a volte, mi lasciava senza pensieri mentre ero davanti ai miei network da connessione. Avevo dei pensieri ed erano semplici appendici dei lavori ripetitivi, risucchiati verso un fondo inesistente senza tempo né dimensione. Non c'era via d'uscita, nemmeno parziale. Non esisteva nemmeno un barlume di volontà che riuscisse a durare, che riuscisse a bucare le banalità della giornata.
Così, mi ritrovavo ad avere sensi di nausea mentre soffocavo, accorgendomi di cominciare a pensare con logica sintetica, propria di quelle memorie genetiche. Mi sorprendevo a voler sbattere la testa contro il muro per il solo desiderio di rompere quella coerenza così oppressiva, con l'intento di trovare soltanto dei buchi nel mio software.
Cominciai a pensare in quei termini, trovando sempre più similitudini con we are software, un famoso pezzo degli industrial_neo_gothic, band alla moda nei circoli underground di quel momento. Cantavano con voce sofferta, sintetica, urlata: siamo software, software sofisticato. Un sogno, un'idea. Siamo software, decadente un attimo prima, prima di cancellarci. Milioni di link possibili. Un sogno, un'idea possibile.
Tendevo ad andare oltre, a capirli. Il loro look era estremamente tecnicizzato, impercettibilmente cablato - come se sotto la pelle avessero infinite possibilità di nuovi circuiti da trasmissione neurale - e mi martellavano le tempie coi loro ritmi, con le loro nenie. Intravedevo nuovi sviluppi fisici mentre la mente, la capacità elaborativa e cognitiva del mio cervello, mi appariva più o meno la stessa di milioni d'anni fa.
Sentivo ben distinta la necessità di qualcosa che travalicasse i limiti imposti dai nostri o dal nostro creatore. Sentivo il dovere di espletare, a me stesso, teorie di creazione totalmente fuori linea con tutte le religioni: pensavo a qualcuno che nel passato ci aveva clonato, costruito come si realizzano ora le unità elaborative, applicandoci rudimentali alberi di logica a tre soli stati, pieni d'incongruenze.
Ecco, il punto nodale s'incentrava su questo: ero, da qualche tempo, giunto alla conclusione che il creatore fosse soltanto un'entità potente ma non onnisciente, che aveva usato una logica propria dei tre stati instillandola in molecole generate da nanotecnologie, arrivando a coltivare estremizzati ecosistemi d'atomi trattati - nostra base genetica.
Qualcuno prima di noi sapeva già tutto. Qualcuno ci aveva realizzato come macchine biologiche, raffinate ma non perfette.
Troppi pensieri e teorie giravano per la mia testa. Era come se avessi subìto un drogaggio da semiconduzione ma in realtà il mio condizionamento era più subdolo, non misurabile: si trattava di drogaggio mentale da induzione psichica.
Le sere, in definitiva, passavano lente. Non c'era nessuno che osasse più farmi visita. Cominciavo a provare ondate di freddo intenso ma allo stesso tempo subivo inspiegabili fremiti d'elettricità, generati dalla logicità dei miei pensieri; sembrava come se, aumentato il raziocinio aumentassero anche le mie funzioni vitali. Tutto sembrava un elogio, un incoraggiamento interiore alla ricerca di qualcosa che mi appariva come una nuova religione non rispondente ai soliti crismi o dogmi; era quello il nuovo credo che doveva spiegare tutto da inediti punti di vista e che non chiedeva di essere riverito bensì dimostrato, esibendo non parabole ma nuovi algoritmi, densi di desuete trascendenze dimensionali che intrecciate tra loro fornivano una mappa inedita, valida per interpretare innumerevoli eventi, anche quelli paranormali.
Non osavo divulgare quelle idee anche se, dopotutto, il mio isolamento non poteva certo aumentare più di quello che era.
Nel frattempo, i miei abbassamenti d'umore divenivano più frequenti e profondi.
Una sera, durante una connessione, mi capitò di capire lo scollamento dal reale che si stava producendo in me...
*
* *
Ascolto una linea di basso proveniente dalla rete. Sembra un respiro perso in una casa abbandonata; un senso abnorme di fresco cresce innaturale in me.
Il respiro disegna la fantasia di un torace che si alza e abbassa nel buio: è il mio stesso torace, visto da fuori, da una prospettiva di sogno.
Penso: forse non sono io che lo vedo.
Provo a seguire ciò che la linea di basso suscita nella mia mente. Dei puntini appena visibili, multicolori, si frappongono tra me e il resto, immerso - il resto - nella penombra. Capisco che la scena si sta svolgendo nella mia camera da letto dove riposo in perfetto isolamento; o almeno così mi sembra perché, improvvisamente, una sensazione sinistra di sgradita compagnia si posa sul mio corpo, lo avvolge e pian piano penetra nella mia anima indifesa.
L'allerta è suonata ormai. Delle particelle condivise da tutta la mia coscienza svegliano le sensazioni autonome: è un continuo richiamo. D'un tratto mi vedo immerso nella stanza mentre ho un fremito; sento degli irrazionali versi di poesie che mi esplodono in mente mentre mi osservo: è qualcosa d'ermetico, non saprei enunciare di nuovo le parole ma potrei soltanto raccontarne le immagini lì per lì evocate, simili a suoni di... Fraseggi della personalità.
Vedo delle immagini di placide suggestioni agresti circondate da recinti elettrificati. La notte è un contorno incombente, un uccello predatore; mentre l'esplosione di quei versi si attenua, la luce fioca della stanza dove sono immerso prende il sopravvento, si accende di luce polarizzata nel mio nervo ottico. Vedo.
Vedo.
Esistono intorno a me semplici algoritmi di logica, posti come un'aurea intorno al mio corpo; li associo a qualcosa di viscoso che mi cinge...
La linea di basso s'interrompe di colpo. Tolgo la connessione via etere con la mia mente, risolvendo gli indirizzi della locazione dove mi trovo come sbagliati. I tentativi di chiamata li porto tendenti a zero.
Lo spostamento dalla realtà sembra non annullarsi. L'angoscia diventa un termine di paragone col passato. I sentieri della fantasia si allargano, diventano praticabili come se si trattasse di un'autostrada amazzonica. Il calore mentale è qualcosa che sa di sgradevole perché nauseante, qualcosa di difficilmente sopportabile a lungo.
Non è soltanto la musica a portarmi lontano su un'altra dimensione; percepisco l'allontanamento dalle usuali percezioni anche senza un vero trampolino di lancio, come se fossi configurato anche per ricevere e trasmettere su un'altra lunghezza d'onda non standard. Il ricevere, soprattutto, mi sconvolge.
Improvvisamente ho di fronte a me la visione di qualcuno che cammina verso la mia figura - io mi vedo in terza persona, sono fuori dalla coscienza ordinaria - e che, con passo barcollante, mi mostra tutte le mie facce possibili agitandomele inspiegabilmente davanti; sono sorrette, tutte quante, da fili invisibili.
Quell'individuo non barcolla in realtà, scopro con disgusto; sono io ad ondeggiare come in un video realizzato con una telecamera roteante, muovendomi con andamento da ubriaco, non riuscendo a fermare le immagini nella mia testa: ho delle visioni dall'interno di un'automobile senza ammortizzatori.
Egli ora sembra sorridere di un sorriso beffardo, si muove testardamente verso di me senza incontrare ostacoli ed è tronfio nei suoi vestiti scuri, con un cravattino nero che spara sulla camicia bianca; ha i capelli corti, c'è abbondanza di gel e acqua ossigenata sulla sua naturale pettinatura.
Non serve stropicciarsi gli occhi né cercare di piegare la mente in curvature innaturali per sentirne le sensazioni; inaspettatamente il tempo torna rapido a fluire normalmente ed il personaggio, così improbabile, scompare di nuovo nelle pieghe invisibili di un'altra dimensione, appena contigua alla nostra ma nascosta a noi.
Rimane solo il ricordo di un sogno ad occhi aperti e la sgradevolezza di un gradino sceso male; il dolore è più interno, è dell'anima piuttosto che fisico. La noia è quella di una giornata da passare tutta in laboratorio, mentre si ripensa al calore mentale di chi ci si ostina a non credere vivo, che ti ha appena salutato e detto che ci s'incontrerà presto.
*
* *
Si prova disgusto avendo a che fare con quelle memorie, continuamente, per tutte le ore da passare ancora lì in laboratorio. La casa diviene, infine, un lontano rifugio ma soltanto fisico…
Ripensando alla mia dimora non sembravo più avere la percezione di qualcosa che mi salvasse, che mi proteggesse da quella che cominciavo a sentire come una persecuzione; delle volte mi sembrava di scendere in un costrutto armonizzato di sensazioni non artefatte bensì fluide, discendenti, melliflue.
Percepivo però il senso d'organizzato. Annusavo l'impressione di dolorosi cicli reiterati di logica, di passaggi necessari di uno schema impalpabile, insondabile: un costrutto appunto, legato fortemente in se stesso, dentro di sé, da legami sottili e nervosi come nylon, resistenti. Era come se tutt'intorno a me - realizzavo improvvisamente - fosse avvolto da numerosi fili di quel nylon, chiaro, trasparente, che mi toglieva il respiro.
L'idea di trovarsi su una barca nell'oceano, così, senza motivo, mi tormentava spesso. L'impressione di andare giù per ritrovarsi subito dopo su provocava in me dolore dentro lo stomaco; la sinistra consapevolezza che tutta quella massa d'acqua salmastra poteva far imputridire molti corpi in pochi istanti, senza far emanare il minimo fetore, mi lasciava disorientato. Era così fastidiosa quella visione del mare, così assurdamente presente e insistente che a volte sembrava non abbandonarmi mai per tutto il giorno; l'odore marino sembrava salirmi improvvisamente nelle narici, dopo insistenti ore di pensieri e di navigazione mentale.
Altre volte, invece, avevo flash di mondi latini o ricordi di serate passate in limbi assurdi fatti d'alcool e solitudine morbosa.
Così, cavalloni discreti d'onde emozionali si susseguivano come in un viaggio acido...Acido...Acido. Un'aura con connotati di psichedelia digitale, ormonale quasi, si levava dal mio più profondo Io, lasciandomi certo dei sensi.
Visualizzai, in una di quelle situazioni, proprio queste parole: tutte le volte che ho sensazioni tali so esattamente che la convinzione è giusta. Erano, quelli, pacchetti di totale scansionatura di emozioni, costituiti da archivi che ricostruivano un intero viaggio, a volte troppo distante dal punto di partenza. Mi sembrava di perdermi su Orione, o di affondare in galassie troppo lontane perché potessero essere descritte; nel mentre vedevo parole claustrofobiche uscire da una bocca per poi essere sputate e urlate, declamate pubblicamente a me che non ricordavo di chi fossero quelle labbra davanti a me né cosa dicessero, fin nel loro significato più profondo.
Chi era? Chi era?
Non dovrebbe essere qui.
Era come ritornare da un sogno, da un viaggio; mi avvidi del mio accerchiamento nel laboratorio, tutt'intorno c'erano compagni - o compagne - immaginari. Provai allora un senso di perdita di profondità, un apprezzabile senso di vertigine che sembrava cogliermi e così mi ritrovai seduto sul pavimento, perdendo fiotti di sangue dal naso e scandendo i minuti che mi separavano dalla pausa successiva. Senza sapere come mi ritrovai con un fazzoletto in mano, cercando di tamponare l'emorragia.
II |
Il Sole si muoveva rapido, innaturalmente e si nascose dietro l'angolo estremo della finestra; riflettendo mi sembrò di aver guardato l'intero arco solare svolgersi davanti ai miei occhi in pochi secondi, quasi che quel giorno non avessi fatto altro che guardare il cielo. Decisi di uscire da laboratorio - ero, ancora una volta, l'ultimo rimasto nelle stanze di collaudo. Uscii. La confusione degli avvenimenti mi sovrastava, mi prendeva alla gola lasciandomi intorpidito. Non mi accorsi subito di quello che avevo intorno, dello strano paesaggio che mi si strinse addosso, claustrofobicamente; stavo camminando nella notte in una città che sembrava Venezia, o forse soltanto in un'emulazione olografica molto fedele. C'erano flash improvvisi di costruzioni che si ergevano solitarie davanti a me; intorno vidi giardini recintati chiusi da inferriate con altri caseggiati dentro, immersi in tenebre profonde. Mi mossi circospetto. Un'impressione d'intollerabile angoscia, simile a paura, mi assalì. La paura diventò, nel breve volgere di pochi minuti, più compatta mentre entravo in una piazzetta; quel senso d'esteso - così vuoto - di vitalità mi angosciava, paradossalmente, più del senso d'oppressione dei vicoli stretti e degli angusti corridoi che separavano vecchi palazzi cadenti - l'odore d'antico, di muffa, si fissava nelle mie narici. Quegli slarghi, adornati da panchine disposte come se accogliessero persone, risuonano tuttora in me di richiami, di sussurri, di risa sommesse intrise di passato, provenienti - era una mia intima convinzione - dal passato stesso: erano due, trecento anni di vecchiume addossati su se stessi, mai completamente morti, adornati da echi di grandi feste date nel corso dei secoli nei palazzi nobiliari e vissute per tutta la notte, tra lussi e lussurie sfrenate. Sentii la netta certezza che due dimensioni, il presente e il passato, si prendevano uno il giorno e l'altro la notte, e che io ero diventato il loro punto d'unione, una porta dimensionale. Sentii che qualcuno poteva uscire da alcuni portali nascosti nelle tenebre e portarmi a ridosso di qualche canale, farmi ubriacare di sequenze rapidissime d'immagini zippate e ridurmi in un continuo rimbombare; con sorpresa mi accorsi di essere in prossimità di uno di quei canali e seppi che stavo già subendo un martirio mentale - migliaia di flash di luce bianca bruciavano le mie sinapsi… Mi sorpresi a guardare un viso, dietro di me. Ero me stesso nel passato, in emulazione VRML++, che mi fissavo e interrogavo, chiedendomi come si potesse divenire così diverso, cresciuto e sicuro. Cercai di non dimenticare e di guardarmi in alcuni ricordi che vedevo vivere istantaneamente dal mio clone: lì ero inesperto, insipido. L'odore e il fragore che solo io riuscivo a sentire di quelle feste mi attirava fortemente. Entrai con la velocità del pensiero in un palazzo e vidi tanti maggiordomi elegantissimi che mi guidavano tra le varie stanze, presentandomi persone che non vedevo ma sentivo spiritualmente. Avevo la mente circondata da tante emanazioni mentali e personalità che mi stringevano l'anima, la mia struttura logica piuttosto che la mano; con gli occhi riuscivo a vedere solo buio a dismisura, lontano fino a perdermi nell'orizzonte che mi circondava in quelle case, in quei palazzi. Uscii fuggendo dalla festa. Camminai sul selciato sentendo il rumore dei miei passi con un ritardo inspiegabile. Senza sapere perché guardai l'esatta regolarità dei mattoni su cui mi muovevo, osservai il perfetto riempimento del cemento tra le pietre, la loro levigatezza e il grigio così antico. Ripensandoci sento ancora lo stordimento dato dalle immagini piovute dentro di me, ero in overdose da messaggi mentre muovevo da solo all'aperto, senza che nessuno mi camminasse vicino o venisse incontro. Arguii che eravamo soltanto io e il suono del silenzio; lo capii dallo sciabordio dell'acqua sulle barche parcheggiate e dai miei pensieri che mi accompagnavano nel vagare: ci stavamo confrontando. Andai verso una salita; c'erano erbe e molti alberi intorno al sentiero. Seguii un piccolo corteo che si era formato davanti a me facendo come loro, mangiando alcune foglie ben identificate, trovandole gustose. Sentii cadere un alone sinistro addosso a me ed a tutte le altre persone che formavano quel piccolo gruppo, ignaro del loro destino. La maga che era uscita insieme con me - a mia insaputa - dalla festa condusse tutti noi, silenti, verso l'interno di un cortile, aprendo le inferriate col potere del suo pensiero - le tenebre lì erano enormemente avvolgenti e macchiavano la pelle, l'anima di un tetro indissolubile. Quel cortile aveva, da qualche parte incomprensibile, un'entrata senz'ante, libera per chi volesse attraversarla, che ci condusse una volta oltrepassata in stanze antiche di una costruzione troppo, troppo fatiscente per appartenere alla Venezia che conosco ora; forse era una delle prime abitazioni in muratura mai realizzate in laguna. Guardando lì dentro vidi altre anime, sedute, con lo sguardo torvo che ridevano deviate, malefiche. La maga c'invitò a continuare a mangiare quelle foglie ed altro che stava in alcune ceste davanti a lei; sembravano dei gustosissimi salumi ma io, guardando attentamente prima che le foglie prendessero il sopravvento, capii che si trattava di qualcosa di corrotto che ci poteva portare verso un inferno senza fine. Improvvisamente ebbi un'esplosione d'adrenalina. Scattai sulle mie gambe, mi girai. Corsi a ritroso mentre quelle forme eteree lì sedute mi osservavano con derisione - sembrava inutile la fuga, il cuore mi stava esplodendo d'angoscia. Senza sperarci più mi trovai fuori di quella costruzione ma non osai girarmi, la paura di essere agguantato era forte, fastidiosamente presente come un pungolo sul fianco… La salita non era poi così ripida, pensai mentre la percorrevo in discesa. Le foglie tutte intorno erano rasenti il sentiero e sembravano bloccarmi ma, senza sapere come, riuscii a scappare. Non ebbi neanche il coraggio di urlare perché stavo di nuovo rientrando nella Venezia usuale, totalmente vuota e immersa nella luce così fioca, così scura. Non smettevo più di correre. Sfilai velocemente tutte le anticaglie di almeno trecento anni prima, non prestando orecchio alle danze che sentivo in lontananza - tutte le feste, con orrore pensai, tutte le feste qui intorno mi cercano. Provai a non cadere, a non finire in qualche sotoportego cieco e a non soccombere a me stesso... Venezia si dissolse non appena pensai alle memorie genetiche, a loro come possibili generatrici d'ologrammi e d'allucinazioni direttamente nella mia testa. Stavo camminando sulla solita strada che porta verso casa mia, aggiustandomi il vestito addosso. Pensavo a quanto di mio c'era in quelle suggestioni, quanto c'era d'indotto, cercando di identificare l'apparteneva genetica... Mi trovavo all'ingresso della mia casa e cercavo le chiavi per salire; dei deboli bagliori sul mio telefono palmare m'informavano di messaggi dal laboratorio in codice ASCII, modificato da logica genetica che io stesso avevo implementato e trasferito con l'uso di nanotecnologie particolari, ad "alberi di logica". Finalmente, però, ero al sicuro dentro casa mia, nel mio eremo.
III |
A volte avevo difficoltà a focalizzare i miei momenti storici. Guardando una data ricordavo immediatamente ciò che mi era accaduto allora; con sorpresa scoprivo che il mondo intorno a me aveva continuato a muoversi in modo del tutto estraneo. La difficoltà era linkare il mio tempo con quello assoluto, coniugare ciò che io ricordavo essere stato il mio interesse principale con tutto il resto che mi lasciava ignaro e disinteressato. Non potevo fare a meno di pensare che determinati sentimenti capitalizzano la propria attenzione, mentre tutto il resto che non c'interessa scivola, non visto, sotto il fiume delle intime sensazioni; sentivo, quindi, un buco nei miei intenti di completezza che mi faceva correre faticosamente a ritroso nel tempo, chiedendomi perché quando mi trovavo in quel presente avevo miseramente trascurato tanti altri stati emozionali: era forse il vuoto esistenziale la causa di ciò, oppure la noia, o la stasi apatica dopo che un'epifania mentale aveva squassato la mia anima? Fu durante una di queste crisi, un'ennesima sera passata in casa da solo, che decisi, chissà perché - non c'era nessuna razionalità, forse solo il bisogno di choccarmi per scuotermi - di connettermi cranialmente con una linea chat. Era un bisogno di confronto o forse di chiudere con la consuetudine; avevo bisogno di qualcosa che mi facesse crescere e varcare la soglia di nuove conoscenze intime. Infilai lo spinotto craniale. Una fitta improvvisa mi percorse il cervello nel lato sinistro, attraversandolo. Era un brivido doloroso, un malessere rapido che mi fece socchiudere gli occhi. Quando li riaprii ebbi una visione sovrapposta: i locali del mio appartamento che non riuscivano ad amalgamarsi con l'impressione di un gran vocio. A quel vocio davo ogni istante sempre più peso, sempre più attenzione, tanto che la percezione della mia casa si attenuava, scompariva impercettibilmente. Sentivo ora miriadi di frammenti di discorsi ma non riuscivo a cogliere un solo senso compiuto in quel parlare così confuso. Le voci sembravano filtrare da una cascata d'imbuti metallici. Le personalità di tutti quelli che erano in comunicazione mi sembravano sepolte in un posto scuro, umido. Avevo addosso un senso di claustrofobia che mi faceva star male, c'era un assoluto rimbombo di fraseggi dialettali con riverberi di voci sintetizzate che aumentavano il senso di disordine. Ora la mia casa era definitivamente scomparsa. Mi ci volle qualche istante denso di choc misurabile con svariati MHz di rete per abituarmi allo scuro intorno me - scuro elettronico, atipico e sintetico. Il mio nervo ottico percepiva tutti i contorni di quell'ambiente etereo, di tutta la chat. Sovrastava su tutto un discorso insulso, che avevo intorno e penetrava la mia coscienza; stavo notando due essenze virtuali che parlavano d'uomini, di corteggiamenti, d'avventure erotiche: erano due donne. Le ascoltai: così ho tolto il tappo, l'ho preso, l'ho trascinato... e di rimando udii una voce squillante - immaginai appartenesse ad una ragazza dal carattere pratico impegnata a raggiungere risultati tangibili: non potevi attendere? In fondo, da sei mesi che t'invitavo a far questo... Provavo fastidio nell'ascoltare, non desiderato, dei colloqui privati tra quelle che immaginavo essere delle scaltre lussuriose. La presa cranica mi dava scosse elettriche d'assestamento. La visione della chat tremolava impercettibilmente così cercai una stanza in cui potessi parlare liberamente con gente simpatica, fosse solo per lo pseudonimo che avevano scelto. Non trovai nessuno che m'interessasse. Mi piaceva, tuttavia, ascoltare quel buio così sintetico intorno a me friggere mentre io stesso mi riconoscevo così artificiale; quell'enorme buio saliva come un disturbo elettrostatico sul confine della mia connessione craniale, ai limiti del senso di cosciente. Ebbi un'impressione di shock anafilattico, di delirio successivo. Il caos cresceva intorno a me a dismisura, qualcosa stava facendomi male trascinandomi in uno stato alterato; delle anime eteree lì intorno mi davano una netta impressione di delirio mentale. Avevo sul mio capo calore estremo e gelo profondo insieme. Udii dialoghi pregni di frasi troncate che non rispettavano mai nessun senso, che ulceravano la mia psiche... Subivo baci sulle labbra da non sapevo chi... Il mal di testa stava crescendo nell'imbocco della chat ed all'ingresso dello spinotto: esplodeva direttamente nella mia testa. Un saluto mi risuonò, incapsulato e inaspettato, nella testa: ci conosciamo? Ebbi l'istinto di rispondere no e di voltarmi verso che mi chiamava... Il tempo fisico di far passare la partenza-arrivo dell'impulso elettrico - l'istinto che stava viaggiando - tra miei neuroni e decisi di non voltarmi; mi concentrai verso il mio interno guardando - visore neurale a puntatore di pupilla - virtualmente l'ingresso della presa craniale. Era una voce strana, femminile. Risposi infine secco mentre un'ondata di freddo cinismo mi saturava: no. C'erano altre voci in sottofondo a colei che mi salutava, dei saluti sconnessi persi nell'oscurità del mio cervello. Tutto quel vocio decisi di ignorarlo. Benvenuto in questa stanza. Era un eco non molto frazionato, artificiale; vedevo emergere un'icona che annaspava naturalmente su quello sfondo predisegnato. Le pareti di tutta la stanza erano tappezzate da ricostruzioni di velluto nero; cartelli con font gotici avvisavano di regole comportamentali desuete. L'icona si avvicinò a me, divenne più nitida: era una splendida donna fascinosa, eterea, con un candore impossibile da trovare su altre carnagioni non filtrate. Dissi: grazie. Non sono mai stato qui. Non mi sento troppo bene e non sono se ciò è in relazione con questo nostro colloquio. Quanto pensai di dirle era soltanto un'illusione, parlavo mentalmente mentre, con grossa sorpresa, vidi comparire su una delle pareti ologrammi di quella stessa frase. Potevo non parlare ma pensare; lo considerai come un ulteriore passo verso l'evoluzione cognitiva. Il cinismo latente dentro di me parve liquefarsi rapidamente mentre quella figura avanzava verso me, lentamente, emanando del piacevole calore mentale; pensai di inviarle dati complessi sui miei alberi logici, sulle regole dei miei schemi mentali ma intravidi il suo diniego standard a questo tipo di sonde. Provai a settarmi sulla posizione d'ascolto benevolo. In questa stanza si racconta, principalmente, dei sogni, ma solo di quelli vividi, rimasti impressi; oppure di qualcos'altro che ti ha colpito, di uno shock mentale, insomma. La guardai, imbevuto d'insignificante ilarità. Potevo esporle tutti i miei sogni dell'ultimo periodo. Potevo narrarle tutti gli shock provati fuori e dentro il laboratorio ma non volli farlo; pensai che potevo spingermi troppo in là con l'esplicitazione della mia emotività, che potevo darle solo interpretazioni delle cause che mi avevano provocato quei flash e poi, fondamentalmente, provavo un forte senso di pudore, come se avessi dovuto raccontare a semplici conoscenti dei miei amplessi, delle mie avventure amorose. Giudicavo il parlare, il raccontarsi in questi ambienti come una semplice paranoia passeggera. Volsi lo sguardo a quella figura femminile che continuava a guardarmi, a sorridere; mi presentò, con eleganti cenni degli occhi, gli altri occupanti della stanza. Io mi dichiarai con uno pseudonimo, uno qualunque ma denso di significato per me: Zoon. Lo scelsi rapidamente per la sua traduzione, lo scelsi perché pensavo mi rappresentasse bene. Nel frattempo, altre persone entrarono e uscirono, con altrettanta facilità e noncuranza, dalla stanza. Mi sdoppiai, decisi di andare a vedere se esistevano altre cavità oltre quella. Fuori di lì il senso di comunità era rarefatto; all'interno della room attendevano le mie parole. Lessi così ad alta voce mentale l'elenco dei gruppi di discussione disponibili, scorrendolo distrattamente, piacevolmente incuriosito. Le chiusure stagne dei portoni di quelle stesse stanze non facevano uscire nulla dei discorsi che si svolgevano lì dentro. Incontrai in giro solo poche, vaghe figure non iconizzate: erano resti di vecchie procedure antiche di collegamento, difficili da collocare logicamente ma simili a globuli rossi, che entravano e uscivano dove volevano, infiltrandosi con forza ed abilità strane, future. Ero in apatia. Qualche sentimento irriconoscibile ebbe facile gioco nel guidare la mia decisione ad uscire dalla chat, uno svago che non giudicavo attraente. Salutai, divertendomi a veder comparire i miei pensieri - con font olografici di pregevole fattura - sulle pareti deliziosamente ornate di nero elegante. Educatamente, con signorilità mi fu posto l'invito a tornare lì… Staccai lo spinotto dalla mia presa craniale. Il senso di fastidioso malessere, di mal di testa scomparve istantaneamente, lasciando il posto ad un temporaneo capogiro: la ripresa di contatto con la realtà. La stanza, quella vera, riprese subito il sopravvento sulla virtuale. L'appartamento salì immediatamente alla mia coscienza; pensai spontaneamente ad un vecchio transatlantico riportato con prepotenza alla superficie, al suo risucchio violento verso l'alto e al cadere successivo sulle onde, fragoroso: era il frastuono del mondo esterno. Vicino a me avevo un apparato radiofonico che trasmetteva musica; ascoltai ancora una volta dei suoni ossessivi, musicalmente estremi, con delle velocità ritmiche che istruivano i miei pensieri attraverso clock esageratamente alti: si trattava di semplice frenesia ipernaturale, con insita una forte apatia assoluta. * * * Mi addormentai dopo che ebbi bevuto tanti bicchierini di whiskey, trangugiati di fretta. Sognai male, senza troppa immaginazione e senza ricordare nulla al risveglio. Ebbi l'amara sorpresa di accorgermi che era mattino presto. Il sole era un'impressione fantastica giù per la strada ed ancor di più nella mia mente. Avevo dormito sì e no quattro ore. Una frenesia insaziabile, qualcosa di furioso, mi aveva svegliato. Non riuscivo a dominarmi, non riuscivo a venire a capo del mio desiderio improvviso e della voglia di conoscerlo; compresi che tutto quello che avrei voluto in quel momento era capire i funzionamenti, i segreti della chat. Avevo la febbre. Avevo una necessità insostenibile di collegarmi, di scaricarmi tutti gli help_on_line possibili per capire; dovevo possedere qualcosa che si autoinstallasse rapidamente nei miei bot-stripes. Pensai di voler imparare tutto, che non desideravo altro che possibilità e capacità innate di connessione. Non mi andava di continuare a rimanere solo, non volevo più colloqui con qualcosa d'inesistente, di etereo come il software. Trovai qualcosa, di didattico, nella rete interna del mio appartamento: poche nozioni di cultura generale inserite dal costruttore. Inglobai anche quelle, avevo bisogno di conoscere! Scelsi rapidamente altre reti accessibili - non volevo riutilizzare lo spinotto craniale, avevo troppo prurito in quel momento - e con rapide ricerche mi resi conto che non c'era nulla di effettivamente interessante. Compresi che avevo una sola strada: accedere alla rete, cranialmente, di nuovo. Lo feci, subito, senza pensarci troppo. Di nuovo quel fastidioso prurito intorno alla carne arrossata dalle radiazioni elettriche. Quella volta però mi tenni lontano dalla zona e dal chiacchiericcio, volevo accedere soltanto alle informazioni. Un enorme mare si apriva ai miei sensi. Un mare di qualità grafica. Come un segugio percorsi con l'istinto il sentiero all'interno dei vari servers che sentivo giusti, ricavandone in breve un impressionante numero di icone autoespandenti, esplosive nella mia già sovraccaricata e sovreccitata macchina cerebrale; avevo allocato in me pacchetti di info, brochure di accordi e di protocolli, macro insidiosamente potenti per proteggersi da attacchi dolorosi e devianti. Esplosi in me proprio questo tipo di dati mentre gli altri li scansionai mentalmente per poterli assorbire attraverso il contatto mnemonico. Lanciai l'esecuzione di quella che sembrava essere l'utility più potente per colloquiare. Delle schermature, bellissime mentre le osservavo, si formarono attorno ai centri vitali del mio cervello, mappato e visibile da un'impossibile altura. Il cervello era contenuto comodamente in una piccola scatola schermata ma aveva un aspetto cromaticamente sano. Osservando meglio avevo una visione d'insieme d'altri blocchi cerebrali, in cui si potevano vedere i risultati di attacchi sconsiderati di lamer senza scrupoli: vidi evidenti danni permanenti ad alcuni utenti, i più ingenui. Mi fermai un attimo solo a pensare: ero di nuovo connesso in quell'agorà elettronica. Non ricevevo più apatia, nemmeno indifferenza. Concentrai di nuovo lo sguardo sulla visione d'insieme della chat. Era completamente diversa da quella che avevo avuto poche ore prima, quando ero entrato senza protezione: essendo un luogo etereo, non esistente materialmente, poteva essere plasmato come meglio si credeva; era scomparsa così la stanza buia, le voci cupe e claustrofobiche, sotterranee. Al loro posto un'enorme vallata notturna, mura ciclopiche, avvisaglie di battaglie cruente... C'erano anche delle scene mitologiche d'alcune grandi civiltà antiche; vidi i Sumeri. Voci, le sentii arrivare a me, velocemente; le vidi. Con impressionanti lavori di grafica vedevo perfettamente delineate le personalità ed i tratti somatici dei loro proprietari; tutto ciò poteva dare l'idea di chi si aveva di fronte, identificando perfino l'anima se si settava l'opzione di trasparenza ad on. I corpi divenivano vetro contenitivo, fragilI da rompere con macro d'attacco. Posi anche l'indicatore d'orario - camuffato - dietro un monolito: aveva le sembianze di alcuni fili di muffa e di erba, ma lo cambiai velocemente nascondendolo dietro un'icona di funghi stupefacenti. Girai la testa, non capii in quale realtà... C'erano delle avvisaglie di partizioni d'artisti e di poeti; la mia esistenza poteva svolgersi interamente lì. Rimasi estasiato da invisibili fili di suadente filosofia, qualcosa che poteva ancora stordirmi e farmi scendere in un abisso, onirico e avvolgente come quello che può provare un ventenne. Apparirono, improvvisamente esplose sulle pareti virtuali, immagini d'iperrealtà: erano corpi semplicemente mutilati, divelti da forze superiori all'organico. Udivo deflagrazioni che impattavano con la carne e dilaniavano crani; il sangue era ovunque e cervelli perfettamente compatti facevano mostra di sé all'interno di scatole craniche disassemblate. Ebbi la sensazione di ricevere un pugno violento nello stomaco mentre appariva un'immagine d'interiora umane asportate, di casse toraciche vuote - potevo intitolare quell'impressione così: senso di festa dopo il disastro. Mi accorsi d'essere cablato in modalità splatter. Aprii con decisione altre connessioni, avevo impellente bisogno di fuggire dalla morsa che mi stava stringendo. Un fortino inspiegabile, sbagliato, era presente su una partizione temporanea ma efficace nella mia mente. Le mura sembravano incastonate in un contrario che non esisteva mentre i mattoni si tenevano senza collanti fisici, con una forza coercitiva impossibile, tendente verso l'esterno, che lasciava legati indissolubilmente i massi irregolari. Da dentro ogni monolito percepivo qualcosa sfiorare la mia anima, perforarla. Una colonna di voci infinita, selvaggia, mi aggrediva con violenza, mi parlava, ognuno dicendo qualcosa a sé stante: segui lo sguardo; ascolta, solo pochi istanti me; la seduzione? No, nessuna seduzione...; sì, un semplice accorgimento mentre ci guardi; lascia, lascia pure stare i convenevoli; ...e perché non dovremmo trascorrere la serata in intimità?; mi lascio andare ora, e tu mi guarderai con desiderio... Caddero tutte le connessioni. Un buio totale, angoscioso, prese subito il sopravvento. Mi occorsero svariati istanti, un IDLE TIME non quantificabile nel tempo mentale per togliere di forza la connessione cranica. Ancora una volta, rimasi in ascolto dell'infinito eco che si perdeva nelle mie stanze; c'era solo quello, solo quei suoni e il ritorno di un fischio, un noise, direttamente nelle mie orecchie. Provai angoscia mista a silenzio. Pensai con sollievo: è giorno! Non potevo rimanere fermo lì, su quella sedia. Dovevo andare in factory e confrontare le voci raccolte nelle stanze irreali con quelle che sentivo nel mio laboratorio. Avevo bisogno di sentire tutte le voci che si perdevano nella strada.