CLONAZIONE


I


Non capivo. Non riuscivo a capire cosa c'era di simile tra le voci che si alzavano in laboratorio e quelle percepite in chat. Provavo un disgustoso senso di similitudine, solo quello. Testai di nascosto ciò che era registrato nei miei circuiti organici con quello che era lì, nell'aria e nei meandri di quei miracolosi circuiti. Testai durante ore di straordinario inventato. Testai durante le pause. Controllai sfruttando le pieghe dei miei doveri professionali. Non c'era nulla di certo, di definitivo. Quando tornavo a casa mi guardavo allo specchio ma avevo l'accortezza di non aggiustare i contorni, così da non vedermi sfumato; i colori erano così in modalità poco vivace. Volevo vedere naturale, così come i miei occhi non rigenerati mi permettevano di vedere. Una sera mi spogliai di tutti i vestiti, molto prima di andare a letto; sentivo un fastidioso prurito da qualche giorno, localizzato tra la cassa toracica e l'addome, appena spostato verso un fianco. Ero dimagrito come non mi era mai successo, qualcosa di simile al deperimento. Osservai con sguardo rapito, ipnotizzato, la mia presa cranica. Guardai le costole che affioravano in modo aspro sotto la pelle. Notai un'escrescenza anomala, proprio dove avevo il prurito, all'altezza del pancreas che non avevo più: al suo posto avevo fatto impiantare, anni addietro, un circuito digitale in modo da potenziare le mie difese. Guardai fuori la finestra. Era primavera e la luce tardava ad andare via; gli alberi si agitavano per il vento di quella giornata. Vedevo tutta la scena, così reale, in un bianco e nero puntinato: ero immerso in un paesaggio nebbioso, sfumato. Mi sembrò di assistere ad un vecchio film dell'orrore, e pensai così alla trasposizione cinematografica - vecchia trasposizione - de Il giro di vite. Mi vidi in riva al laghetto, nella scena in cui la bambina scruta la nutrice morta sotto gli occhi terrorizzati della nuova educatrice; potevo sentire la natura di quell'intesa divenire prepotentemente malata, sbagliata. Sbattei più volte le palpebre; la visione del film era andata ma il vento continuava ad agitare le fronde. Io continuavo a vedere senza colori. Guardai meglio l'escrescenza sul mio fianco: sembrava qualcosa che puntava da dentro verso l'esterno, qualcosa di non appuntito ma in grado di trovare il proprio percorso; sembrava un cilindro appena pronunciato. Palpai con tutte le cure e l'attenzione che quel bozzo mi suscitava e sentii improvvisamente dolore; provai la paura di chi non conosce: quel bozzo era duro e pulsava. Notai qualcosa di poco ortodosso: la pulsazione all'interno dell'anomalia era aritmica e non allineata al resto del mio corpo. Anche la pelle, notai osservando più attentamente, aveva una sfumatura cromatica diversa da quella normale: era verdastra, simile alla tinta d'alcune grasse mosche. Ebbi un conato di vomito e corsi in bagno. Provavo un forte prurito, in quel momento, sul bozzo. Mi sciacqui la bocca cercando di far andare via velocemente il sapore acido del vomito. Nel frattempo l'oscurità stava calando in fretta fuori ed io provavo stanchezza, solitudine, paura. Diedi uno sguardo ancora al mio fianco e notai che nulla era cambiato. Mi sentivo sconvolto mentre tentavo ancora di interpretare l'asincronicità di quei battiti. Andai verso il mio letto con tanti pensieri che si agitavano in me senza sosta, senza relazione tra loro ed a volte in sovrapposizione - multithreading. Non avevo fame e non volevo nemmeno dormire, semplicemente non sapevo cosa fare. Ero fortemente disturbato per le voci che in quel momento erano silenti, inattive, che sapevo essermi intorno come degli angeli custodi.

*

* *

Dormii con poco sonno fino alle tre del mattino, poi la lunga veglia. Quel prurito era sempre presente; lo graffiai più volte. Ero in preda ad una sensazione strana e mi sentivo molto stanco. Pensai che il momento della mia morte era vicino, mi sentii improvvisamente pronto a dipartire; sapevo che lì, in quel preciso istante, potevo finire ma percepivo, anche, che quella non era ancora l'occasione giusta. Pensai impressionato che qualcosa in me era mutato, che qualcosa si era concluso come un ciclo. Per la prima volta in vita mia sapevo che il senso di fine mi era vicino. L'angoscia delle ore notturne acuiva il disagio. Stanco e afflitto avevo indosso un distacco profondo da tutti gli interessi, talmente aderente che mi aveva affascinato e conquistato. La caduta verso un fondo baratro era ricoperta da un lussurioso velluto purpureo, elegantissimo. Interpretai alcuni ricordi freeware d'anziani che tornavano al luogo della loro gioventù… Io ero, io vivevo nei loro ricordi, nelle angosciose domande che si ponevano, nei palpiti dei sentimenti affondati del loro cuore… Il colore delle loro storie mi appariva affilato, mi faceva male, mi sembrava qualcosa colmo di malinconia impetuosa, incontenibile, straziante; i rimpianti che si affacciavano alla soglia della loro coscienza ingigantivano il disagio del sentirsi prossimi alla fine, li stracciavano… Quella notte vissi cento vite terminali, rimanendomi tutte impresse con freschezza e lucidità. Sentii quelle cento vite vivermi intorno, le vedevo guardando insospettito con la coda dell'occhio strani movimenti illogici, bisbiglii appena pronunciati. Qualcosa di veramente negativo mi circondava.

Guardando la mia escrescenza pensai di avere la febbre - mi venne spontaneo pensare ad un bozzolo. I puntini colorati che vedevo fissando lo sguardo in un angolo buio della stanza accarezzavano il mio spirito e lo lasciavano inebetito, impotente. Osservavo come se osservassi con gli occhi di un altro, come se nulla mi riguardasse. Passai quelle ore come un delirio in un sogno, in bilico tra malessere e trascendente. Finalmente i bagliori del nuovo giorno mi accolsero tra i suoi favoriti; ero stanco, stanco oltre l'accettabile ed ero confuso, la mappa della stanza che vedevo di notte era del tutto diversa da quella del giorno. Tutto ciò non era spiegabile, non era possibile. La luce diurna era sempre più decisa di fronte alle mie imposte, non potevo più ignorarla.


II


I giorni si susseguirono lenti. Uno stillicidio continuo tra prurito e dolore sempre più insistente, subdolo, si era insediato. Accadde una mattina in laboratorio, solito tran tran; ecco un estratto dal notepad craniale: devo piegarmi su me stesso, ho fitte fortissime allo stomaco, anzi no, spostate più a sinistra rispetto allo stomaco. Vomito a getto. Il prurito aumenta, così il vomito ed il dolore. Ho la sensazione di essere spiato, da molteplici punti di vista. La sensazione mi parte, non so come, da dentro e in me ritorna dopo aver fatto un vasto "giro" nel piccolo ambiente dove sono. Cerco di bloccare il ciclo produttivo, sto troppo male e so che non è un malessere passeggero; mi capisco mentre intuisco con calma. Vedo delle striature di sangue sul pavimento asettico, strisce rosse sulla mia tuta e sulla visiera che ho tolto per non affogare nel mio stesso liquido. Mi guardo dentro, dentro la tuta. Vedo tracce continue di sangue, come se qualcosa si fosse trascinato fuori tramestando discretamente ma insistentemente. Il prurito è ora scomparso così mi tolgo gli indumenti da laboratorio; devo capire cosa mi è successo. Metto a nudo il mio addome. C'è un buco che sanguina con violenza, il dolore viene da lì. Il buco è proprio sul punto dove avevo il prurito, qualcosa sembra essere uscito da lì perché quella punta che sentivo farsi strada ora non esiste più. Sono circondato dal mio sangue. Mi gira la testa, violentemente… L'ultima cosa che ricordo di quei momenti è un ronzio insistente nelle orecchie, un'impressione di vocio sommesso e ricorsivo intorno a me, come se fossi stato connesso alla chat. Credo di essere rimasto svenuto per circa venti minuti. Al mio risveglio guardai stordito intorno a me. C'era un odore strano, lì dentro, d'organico trattato; era un tanfo pungente che ricordava quello degli acidi usati per intaccare i chips - quelle fasi non avvenivano nei reparti a me prossimi. Qualcosa venne timidamente fuori da dietro uno stipite aperto: era un pupazzetto di carne viva, ancora sporco di sangue, che si muoveva con difficoltà e goffaggine verso di me. Ne venne fuori un secondo da un altro punto nascosto e poi un terzo, tutti con occhi grandi e neri; avevano gli sguardi impauriti e sperduti. Erano diverse unità, persi il conto. Erano tutti in fila, sulla stessa linea immaginaria ma in luoghi diversi. Mi guardavano. Le loro macchie di sangue, del mio sangue, gocciavano sul pavimento. Loro non parlavano, non squittivano, non facevano nulla; semplicemente sentivo una pressione atroce su di me. Il modo in cui venivo osservato era suggestivo; questa, almeno, era la sensazione che avrei provato osservando come uno spettatore. Lentamente vennero verso me e pian piano, con discrezione, sentii i loro pensieri nelle mie orecchie. Erano proprio quei bisbiglii che avevo imparato a conoscere bene in tutto quel tempo, le stesse voci che avevano spostato la mia sanità mentale altrove, verso una zona oscura, poco conosciuta: erano i bisbiglii, gli stessi, delle memorie genetiche. Le loro voci, tutte uguali, si sovrapponevano, mi choccavano; tentavano di raccontarmi qualcosa ma non erano ancora in grado di farlo. Così, con noncuranza, compresi che dovevo ancora pormi la domanda più raccapricciante: ma era proprio vero che loro erano usciti da quel mio bozzo, da me? Nel momento in cui mi formulai l'interrogativo fui preso da un terrore assoluto, mi sentii perso, desideroso di morire perché questa mi apparve come l'unica soluzione. Mi sentivo un appestato da eliminare; l'eliminazione significava la fine di tutto e la comprensione di quel concetto, quando riguarda se stessi, si compie in un solo drammatico attimo. Si vede tutto il mondo emozionale come un qualcosa di impareggiabilmente estraneo, assolutamente avulso da noi. Ci si aggrappa al fisico, tuttavia: non si vorrebbe mai dipartire da quell'universo che ci circonda, mai, perché il vuoto che improvvisamente si aprirebbe coinciderebbe con la perdita che noi subiremmo: la nostra anima Con questi rapidi pensieri indietreggiai, trascinando all'indietro il mio corpo, tentando un'ultima, disperata fuga. Provavo l'impossibile per non sentire quelle voci sommesse. Mi ritrovai con le spalle al muro. Ero circondato da tutti loro, loro mostriciattoli. Mi porsero una presa volatile, mi fecero capire di inserirla nella mia fessura organica, dietro al cranio. Lo feci. Vidi una visione fuggente di desueti paesaggi di silicio. Sconvolgenti stringhe di sequenze ASCII scorrevano sotto i miei occhi con i loro significati assurdi, accanto a capacità manipolative di dati sempre più evolute... Il freddo s'impossessava di notevoli porzioni del mio corpo mentre un piccolo banner sottoscriveva tutta la scena: preistoria. La sequenza di dati, scoprii visivamente, era autocostruente. Matrici in tre dimensioni si formavano in modo paurosamente rapido - avevo la sensazione di vedere una sequela di fotogrammi notevolmente velocizzata. Qualcosa si faceva strada nel costrutto inanimato mentre il cielo sotto di cui si svolgeva l'intera scena era variabile, tra luci ed ombre che si alternavano mentre su un prato si muoveva un batterio insignificante. I movimenti di quel batterio erano decisi, digitali mi venne spontaneo battezzarli in quanto apparivano semplicemente binari: due sole tipologie d'orientamento, due sole posizioni. Era un costrutto bidimensionale cui si aggiunse, subito dopo, il movimento verticale: tre dimensioni. Batterio su batterio, un collante sconosciuto suggellava il nuovo organismo che aveva un suo movimento indefinito: la coscienza. Cresceva, quest'anima, diventava sempre più importante rispetto al corpo "brutale"; lo sovrastava, lo annullava. In un attimo compresi la metafora e capii che quella era stata la loro storia, lo sviluppo spontaneo, naturale - almeno da un certo stadio in poi - delle memorie. Mi sfilai il loro circuito, e nel mentre ebbi una visione sfocata del laboratorio intorno a me; poi, l'istante successivo, vidi nitidamente quelle cose che avevo partorito. La relazione era 1:1: loro erano memorie genetiche che avevano avuto, insite, l'abilità e la conoscenza di impiantarsi in me in modo da moltiplicarsi. Le guardai. Avevano un ghigno sbagliato, una smorfia non benevola. Erano carne sanguinolenta, organismi complessi, policellulari, che inviavano incessanti messaggi ridondanti e telepatici. Era come osservare un fiume in piena anzi, un mare in tempesta. Osservai bene i loro corpi: avevano d'evidente i denti aguzzi, molto taglienti, mentre la loro cute era tempestata da tatuaggi digitali che variavano con l'esposizione della luce. Quei loghi raccontavano storie che scoprii, irrazionalmente, essere in relazione coi loro pensieri: erano cortometraggi di pochi secondi in cui erano compresse profondità marine, strane creature dell'oceano la cui psiche era impegnata in floodding estremi nei miei confronti. Mi venivano inviati disegni estesi e criptici affinché io potessi interpretarli velocemente. Quei disegni narravano - così riuscii ad interpretare per il loro segmento iniziale - di codice genetico assai semplice con capacità d'aggregazione esasperata, cui seguiva un inizio di decodifica che non fui in grado di interpretare completamente, dove si narrava di angusti posti in cui la logica di sviluppo evolveva verso capacità - non potrei dirlo in altro modo - esplose come un fiore, come dei pop-corn. Queste germinavano continuamente e scoppiavano a loro volta nel giro di pochi istanti; i tatuaggi digitali illustravano ora grosse mante... Inibii i contatti cerebrali. Riuscii a porre freno a quel floodding totale evitando il rischio di esporre la mia psiche ad un collasso da iperattività. Nel momento in cui mi riaprii al mondo esterno la polarizzazione dei messaggi era cambiata; cominciò così un'altra serie d'impulsi. I tatuaggi si settarono sulle curvature dello spazio siderale... Un vuoto assoluto si gonfiava sulla loro pelle mentre cominciarono ad arrivarmi mentalmente i primi impulsi di antiche razze in viaggio perenne, inseminatori di una materia che cercava di difendersi dal gelo rendendosi fertile. Le loro grosse navicelle apparivano semplicemente impossibili, mentre le forme erano quanto di più arguto, parlando in termini architettonici, si potesse non immaginare bensì vedere: avevano assurdi corpi sospesi sul nulla che riuscivano a reggere tutto il resto dell'astronave, con funzionali camere distanti dal corpo centrale che funzionavano come satelliti di sperimentazione; esistevano anche delle cellule di letargo per i valichi dimensionali. Tutto appariva come un agglomerato di case, un nucleo urbano piuttosto che una complessa nave stellare.

Un nuovo cambio di scena si prospettò davanti a me. Notai che loro non tentavano più alcun flodding. Li osservai nel caleidoscopico cambiar colori ai loro tatuaggi, finalizzato al far archiviare quei disegni come mappe tecniche per importanti multinazionali del silicio; ancora si protesero in arguti cambi d'argomento manomettendo tutta la religione conosciuta in una deprimente parodia d'abili teatranti alieni, venuti soltanto a giocare coi loro giullari di terza scelta. La loro mente era al passo con le loro digitalizzazioni epidermiche e così m'inviavano equazioni matematiche sulle variazioni cromatiche, oppure dolorose relazioni militari redatte dai fondatori delle nostre religioni ai loro superiori in cui, inevitabilmente, usciva fuori tutto il loro carattere sarcastico e burlone, tutto il loro spirito denigratorio, il loro senso di superiorità. Sorpresi loro che si stavano avvicinando a me, lentamente. Il cerchio si andava stringendo su me. Mi alzai, di scatto. Quel movimento li mise in difficoltà. Vidi, non so bene se realmente o soltanto nella mia immaginazione, un collettore di decisioni, una sorta d'area comune in cui stabilivano insieme le decisioni sul da farsi. Quel collettore si animò brevemente - luce iridescente che s'irradiava debolmente da più punti - e vidi piccole icone di blocchi logici di pensiero, di azioni e di macro muoversi su quella piattaforma. Fecero tutte quante marcia indietro, lente ma inesorabili. Il laboratorio fu svuotato dalla loro presenza. Osservai il buco sul mio fianco che non sanguinava e doleva più; c'era soltanto quella ferita che si andava rimarginando. Nessuno doveva sapere quanto mi era successo. Ripresi il lavoro cercando di non pensare a ciò che avevo visto; la sera si avvicinava e ne ero contento. Potevo forse riposare bene da quel momento in poi.

Uscii dal laboratorio in orario, alla fine del mio turno; mentre mi avviavo sulla strada del ritorno non sentii un solo rumore sospetto, una sola impressione anomala. Giunsi, infine, a casa; accesi la luce. Il suono del vuoto, del silenzio mi assalì angosciandomi, lasciandomi però un senso incoerente di tranquillità. Mi spogliai e andai subito a dormire.

*

* *

Ebbi la sensazione, nelle ore successive, di essere stato lasciato solo. La mia mente, dopo lungo shock, era come sbollita; mi sembrava cotta dalla febbre. Vagavo in preda alla confusione. Lunghe ondate d'imprecisato panico mi percorrevano lasciando, ogni volta, un leggero e impalpabile strato di catatonia temporanea. Non sapevo come gestire quel flusso di ricordi potenzialmente artificiali. Non osavo guardare il mio fianco. Non volevo, infine, far trapelare verso le menti ricettive dei miei vicini di laboratorio - di lì a poche ore li avrei rivisti di nuovo - la mia confusione. Chiusi gli occhi. Provai a staccarmi dalla realtà. Delle nuvole basse erano sopra di me, subitaneamente. Erano nubi d'elettricità spuria, considerata di scarto anche se notevolmente pericolosa, conduttiva. Associate ai flussi elettronici indotti vagavano tiepidamente formule matematiche assai complesse, alcune con caratteri arcaici, altre con definizioni concretamente contemporanee. C'era qualcosa che mi trascinava in territori sperimentali; mi vedevo protagonista in un'immagine dove tornavo da esibizioni di musiche elettroniche e tribali. Vagavo in una concatenazione di potenti estrapolazioni intuitive, trascinandomi verso isole non caotiche ma ideali, deterministiche, dove tutto il magma imprevedibile bagnava continuamente i miei neuroni. Subivo il fascino, per me nuovo, dell'arte insita nelle scienze d'ingegno, comprendevo come anche le ingegnerie o le matematiche sperimentali possedessero al loro interno precise vibrazioni d'avanguardia artistiche, capaci anche di ispirare brani musicali, romanzi, poesie... Registravo attrazioni caotiche, non riuscii però a capire con quali strumenti io fossi in grado di fare quelle misurazioni. Mi sentivo come un cilindro-pettine cavo, in grado di far passare al suo interno, ordinandoli e districandoli, solo alcuni fili, tutti intimamente appartenenti ad un certo tipo di sensazioni. Ero sicuro di essere in grado di determinare la forza che volevo possedere, potevo pregare se solo lo avessi voluto… Ero nella situazione di poter modificare ciò che avevo intorno con la sola forza della mia mente, di scegliere il canale più idoneo alle caratteristiche della materia che mi circondava; sceglievo, in ogni preciso istante, quale fisica strutturava il mio universo istantaneo. L'attrattore, però, attraeva anche forze oscure d'ogni possibile gamma e costrutto energetico; lo percepivo attraverso gli stridii d'ogni flusso che si agitavano intorno a me, con impressionanti coni di vuoto puro che mi terrorizzavano mentre premevano alla periferia della mia coscienza. Alcune parole più simili a gorgheggi si facevano avanti dal nulla, si diffondevano nel vuoto ma lasciavano a me la sicurezza che essi erano, e sono tuttora, reali. Detti un colpo d'occhio mentale, per un solo istante, a superfici con tre misure dense di traffico radente; ogni ascissa e ordinata possibile erano semplici transiti d'intrusioni da mondi con leggi diverse, con abitanti solamente contrapposti a noi: vista spostata di 90° dall'antimateria. Rimasi preda di quell'idea, dell'intuizione di quel momento. C'erano nell'aria urla che risuonavano in me da posti impossibili, non esistenti. Come un grosso vocio, del brusio in sottofondo cercava di sfondare, come un ariete, la porta della mia coscienza attraverso una strada sconosciuta; vidi quel fragore sommesso passare attraverso mura mai sospettate, trascinandosi dietro un vasto impero di tenebre dolorosissime ed empie, temibili. Da lì entrarono altre urla, di natura diversa, che cercavano di forzarmi da luoghi non euclidei; ero diventato un enorme, vastissimo attratore caotico, soprattutto di cose e leggende oscure. Dovevo aprire gli occhi e lo feci, con decisione dettata dalla disperazione, in quel preciso istante: uno dei miei figli mi stava scrutando dall'angolo oscuro della specchiera... Scomparve istantaneamente.


III


Camminavo nei pressi d'antichi ruderi, una sera festiva. I miei pensieri erano assorbiti dalla melma pastosa degli avvenimenti personali. Ero in balia di continue raffiche d'onde di disagio provenienti dal mio interno. Curiosamente pensavo a chi aveva progettato il processo d'induzione, nei microchips organici, d'algoritmi così complessi di pensiero; ne ignoravo l'identità, il nome, il volto. Non riuscivo a percepire lo scalino evolutivo che aveva consentito quell'innovazione. Un fruscio di vento, più violento degli altri, mi fece rabbrividire. Osservai, in modo intenso, quell'atmosfera così particolare che si stava creando intorno a me: io da solo che camminavo lungo i viali intorno alle antiche mura. Il bosco selvaggio che si trovava di là delle fortificazioni si fletteva sotto la violenza dell'aria. Le ombre si accentuavano con la fioca luce dei lampioni mentre le decorazioni digitali, presenti sui miei tessuti baluginavano debolmente, quasi non avessero forza. Senza accorgermene mi stavo calando, in quel preciso istante radente, nell'atmosfera di centinaia d'anni prima, tra le passeggiate dei miei antenati che rabbrividivano delle folate, nello stesso punto fisico territoriale, vittime d'improvvise suggestioni ultraterrene. Ero, in quel momento, spaventato come se avessi visto un fantasma o mi aspettassi di vederlo comparire da dietro un cespuglio, potente di tutta la sua forza interiore e mentale, pregno di tutta l'angoscia che non è di qui, del nostro dominio materiale. Immaginai che anche nel passato un solitario viandante dovesse aver provato la stessa paura, in quello stesso punto, lì dov'ero io centinai d'anni dopo. Ero affascinato da me stesso e dalla paura, sapevo che mi avrebbe portato in un basso stato umorale. M'immersi, tuttavia, in quel fascino. M'ero accorto di essermi liberato dai miei figli, così decisi che dovevo inebriarmi di tutto come se stessi assorbendo psicoattivi.

Qualcosa d'incomprensibile provocava disagio dentro di me. Avevo la sensazione di udire frasi così arcane che il loro significato era... assimilabile ad un'icona. Erano, quei concetti, troppo vicini alle origini, alle radici del nostro mondo da costringermi a adottare un altro metro di comprensione: mi serviva di visualizzare il concetto espresso più che la sequenza di caratteri. Si doveva scendere, quindi, d'infiniti livelli più in basso nella nostra scala evolutiva, spogliandoli dalla stratificazione dell'usuale - facilitazione che fa allontanare dalla conoscenza... Interruppi i miei pensieri come in un jingle. Visualizzai che la crescita verso l'alto dei linguaggi sempre più orientati a noi allontana dalle vere radici: c'era bisogno del binario puro. Vidi lampeggiare nella mia mente un piccolo memobox: la creazione che noi abbiamo generato rischierà, col passare del tempo, di essere soltanto una lontana consuetudine, un rito, una ricorrenza vuota. Chiusi il jingle nella mia attività cerebrale, non lo ridussi. Volevo esser libero di pensare con tutta la mia potenza mentale, lontano da qualsiasi tentazione o tensione speculativa. Le frasi si andavano agitando intorno a me. La suggestione di quel posto faceva il resto… Sentivo la paura dominare la semiotica, venire fuori dai sentimenti e sovrastarli improvvisamente. L'oscurità in quell'angolo, perso tra il presente e il passato, appariva inquietante; la gioventù relativa al tempo andato di quelle terre, con i pochi abitanti fin lì vissuti e morti, sembrava renderla immacolata, libera da presenze deviate. M'immersi in un cono d'ombra senza fine, lì, dove il tempo s'incontrava con lo spazio; la mia testa prese a girare follemente, vorticosamente. Immagini dei miei figli si addensarono randomizzate, non respiravo più. Lo spazio era così ristretto, collassato, che mi accorsi di non averne altro; se avessi voluto continuare a stare lì sarei stato schiacciato, dissolto, non avrei saputo dire esattamente da cosa. Trassi un respiro, lontano da quei luoghi leggermente spostati da dove vivevo e rientrai in me, nella mia passeggiata, negli sguardi di persone lontane che si approssimavano a me, vicino a rumori di passi come calpestii, come tramestii fastidiosi e densi, simili ad una nebulosa di cui non si apprezzano le singole stelle: era un'impressione di presenza che mi seguiva da una distanza discreta, non troppo vicina. Ebbi paura a voltarmi, avendo il terrore sacro di chi ha capito ma vuol tenere la verità lontana. I bisbiglii ora erano molto più reali, molto più riconoscibili da me… Corsi verso il punto più affollato del quartiere, più veloce che potevo. Giunsi nella zona dove i mezzi di trasporto urbani avevano il loro capolinea. Osservai il bagliore dei miei disegni digitali agitarsi su tutto il corpo; li sentivo attivi, rapidi, fantasiosi, erano poderosamente vivi anche se non in senso strettamente intellettivo e potevano, con le semplici macro che li governavano, interagire passivamente con le mie onde cerebrali. Saltai di corsa su uno di quei mezzi, scegliendo quello che si approssimava verso casa mia; ebbi poco tempo per decidere così digitai rapidamente dal mio cranio virtuale le coordinate del percorso a me idoneo. Solo dopo un po' che ero in viaggio osai guardarmi dietro: non c'era nulla che risplendesse delle luci digitali della notte sull'asfalto - trattato in modo da riportare informazioni di recupero perse da grandi contenitori. Non c'era nulla che sembrava agitarsi e niente d'anomalo nella scia ionizzata del mio mezzo. Scricchiolii diffusi indicavano che la carrozza si andava comprimendo man mano che acquistava velocità, mentre un soffio pneumatico acuto fuoriusciva dalle fessure vecchie: quel veicolo sarebbe imploso tra pochi altri viaggi tra le pieghe spazio-temporali. Ebbi ancora un sussulto d'angoscia mentre pensavo ciò, sapevo di passeggeri rimasti irrimediabilmente intrappolati in incidenti simili, dispersi; in passato avevo percepito dei lamenti durante alcuni stati di meditazione profonda. Arrivai, finalmente, a casa. Scesi dal mezzo infilandomi compresse monouso nelle orecchie, ascoltando strati di musica neopsichedelica. Chiusi la porta dietro di me, con un sospiro di liberazione.


IV


C'era l'odore di una battaglia, di una contesa. Sprizzavo odio da ogni poro, i miei sensi n'erano impregnati. Tutte le mie essenze erano orientate a qualcosa di assurdamente ostile, percuotevo su qualsiasi poteva scaricarmi, in casa, in laboratorio; odiavo semplicemente che altri esistessero in quell'istante, odiavo me stesso perché esistevo. L'astio lo vedevo di un colore innaturale, come un organismo disidratato e stracciato, come il colore del mattino visto da un vetro sporco di ruggine e di detriti corrotti. Non c'ero per nessuno, non volevo affrontare nessun argomento nemmeno con me stesso. Cominciai la battaglia cosciente solo del forte risentimento, originato da non sapevo nemmeno cosa. Ero nella toilette, a casa. Sentii salire da qualche mia cavità, insondabile, un rigurgito di violenza macchiata di vetriolo. La lasciai uscire, lasciai liberare quella corrosione dalle mie maglie mentali; il cielo divenne inospitale. Persi il controllo. Ero sulla sommità di una collina durante un temporale senza suono, circondato da un folto gruppo di muti senza labbra solo perché, compresi con degno orrore, le avevano cucite con ghirigori copiati da qualche artista dadaista. Loro mi fissavano in un disordinato movimento che esprimeva soltanto scoordinamento, totale diversità di vedute. Mi fermai a guardare ciò che stavo facendo ma ciò che più mi lasciò furioso fu che non riuscivo a capire. Guardai allora le mie mani. Un martello pesante, tozzo, era macchiato di sangue mentre lo impugnavo. Aprii il canale sonoro - onde infrarosse che arrivavano a me ma rimbalzavano come acqua sul petrolio - dove entrò soltanto un'onda d'urto di dolore violento. C'erano in giro soltanto urla, così raccapriccianti che spaccarono la carne nei miei punti più delicati, anche dove le rughe d'espressione prendono maggior consistenza. Abbandonai la presa di quella mazza e lasciai che lo sguardo cadesse oltre le persone che mi giravano incompiutamente intorno. Un prato era coperto da tenebre molto dense ed era lo stesso prato che stavo calpestando. All'improvviso qualcosa prese forma presso me mentre guardavo da troppo vicino: era un corpo martoriato di un giovane, flagellato, che si muoveva con poca forza, forse solo con quella del dolore. Mi fissava lasciando trasparire un'anima inespressiva, galleggiante nei suoi occhi liquidi e rossi dallo sforzo. Accanto aveva un'icona identica di sé, fissa nella stessa posa, e poco oltre mi accorsi, aguzzando lo sguardo, di altre innumerevoli figure che si muovevano seguendo un'uguaglianza laggata della figura principale, quella vicina a me. Camminavo su un prato fatto d'icone identiche, imbevute di un nulla ideale fissato nella plasticità dei loro movimenti in agonia. Urlai, forte da non sentire altro, nemmeno le onde provenienti dalla loro anima - rappresentate da un puntatore unico, come avevo supposto fin dall'inizio - che furono allontanate dalla mia voce. Era un gioco visivamente appagante: la rudezza della mia voce che aveva tinte purpuree contro le flebili divise blu delle macro cromatiche, trasudanti di ferite da quegli inutili corpi contorti. Avevano, quegli organismi, connotati standard di pietà perfettamente inservibile, fuori tempo. Osservai così nascere in me un insopprimibile desiderio, un bisogno di distruggere tutte le figure in quello stesso preciso istante. Afferrai di nuovo la pesante mazza e cominciai a colpire duramente sulle tempie, sulle teste, sulle braccia, sulle facce soprattutto, tumefacendo tutto ciò che di morbido incontravo; le labbra erano ora un ammasso violaceo e gonfio di carne sanguinolenta. I denti, o ciò che ne rimaneva, erano sparsi dentro le bocche ma maggiormente sul prato. I lamenti erano scomparsi, la figura padre non aveva più la forza di esternare il proprio dolore. Osservai le tempie fracassate mentre la materia cerebrale fuoriusciva; ero sfinito, non volevo più vedere quell'orrida macchietta davanti a me e allora girai lo sguardo verso il lontano fermandomi, inevitabilmente, a guardare i cloni: erano tutti malridotti, tutti con impresso il marchio del mio marciume, del mio malanno corrotto. Risi, allora, ma solo perché non avevo appagato la mia rabbia, solo perché dovevo ancora sfogare il nocciolo duro della mia violenza repressa. Andai così, velocemente, verso una di quelle icone replicate e ricominciai a martellare sugli stessi punti, provando un piacere sublime, immenso, perverso. Vidi l'immagine muoversi di un'elettricità animale, galvanica e piegarsi con grinze di dolore ultraterreno su se stessa, guaire come un cane squartato vivo. Sentivo l'onda negativa lentamente spostarsi da me per sfociare in un mare immensamente buio, mentre io n'ero trascinato via con una gentilezza inappropriata; la gentilezza, scoprii con un lampo di lucidità, era solo apparente, perché delle scariche d'adrenalina ricomposta digitalmente attraversarono i flutti neri, rendendoli di un oscuro vellutato come il lurido velluto delle mosche. Affondai deliberatamente in quelle onde putride, conscio di non aver scelta, portandomi appresso le membra strappate di quei cadaveri che avevo giustiziato e che erano ancorati, chissà come, al terreno. Portai in ricordo di quella carneficina le loro corone di spine, che presi a buttare tra quelle onde che mi stavano inghiottendo; nel mentre sorridevo, quasi libero dall'angoscia di dovermi scaricare. Altri cloni stavano prendendo il posto dei cadaveri da me terminati. C'erano lì intorno immagini tremolanti di ectoplasmi digitali, tutt'altro che perfetti per poterli seguire come esempi, che in attesa di ascendere alla sophia sostituivano in una catena di montaggio - di cui solo gli ingranaggi erano invisibili - le carni dilaniate di ciò che avevo distrutto con nuovi brandelli di pelle biomeccanica. I flutti erano sopra di me, vedevo tutto scuro. Dentro quel mare riuscivo a respirare e allora lasciai, sconsideratamente, andare ciò che avevo trattenuto da quegli omicidi, ricavandone solo un inutile peso morale. Mi continuai a guardare in giro, curioso, libero di gran parte della rabbia, e ciò che osservai furono scene di violenza cieca: qualcuno che percuoteva con selvaggia furia dei corpi, moribondi... Io ero clonato e quei figli usciti da me si agitavano in atti simili ai miei, in cui notavo un germe di assoluta originalità postumana. Provai un irrefrenabile bisogno di toccare la realtà, me stesso. Lasciai un profondo solco sulla mia pelle con le unghie; gemetti con un ululato di semplice dolore…

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Mi guardai, a quel punto, nella profondità dello specchio della toilette e vidi i riverberi del mio angoscioso sogno liberatorio che andava giù nella fogna, trascinato via dallo scroscio d'acqua. Un lampo nello specchio mi fece vedere i miei cloni che massacravano l'icona del Cristo ai piedi della Croce, nutrendosi della mia rabbia, dei miei pensieri, della loro consapevolezza a tre stati.